In Italia i salari calano da trent'anni e la politica guarda altrove
Il rapporto dell'Ufficio parlamentare di bilancio certifica un calo dei salari italiani del 6% dal 1990, ignorato da una politica distratta dai casi limite.
Un rapporto dell'Ufficio parlamentare di bilancio mostra che dal 1990 al 2026 le retribuzioni italiane sono calate del 6%, mentre nelle altre grandi economie sono cresciute fino al 30%. L'articolo lega il declino alla frammentazione produttiva e chiede una politica industriale capace di collegare salari, produttività e formazione.
Quando i casi limite oscurano l'agenda politica
Volete occuparvi dei casi limite o dei salari degli italiani? È questa la domanda che la politica dovrebbe rivolgere anzitutto a se stessa. Quando alza il polverone del gioielliere, o del marocchino a Bologna, sceglie di sottrarre attenzione ai problemi cruciali del Paese. I casi limite non possono diventare l'agenda di una nazione. Quando accade, la politica smette di governare e comincia a recitare. E mentre recita, alimenta divisioni, esaspera gli animi, indebolisce la coesione sociale e lascia senza risposta le questioni che riguardano milioni di lavoratori, centinaia di migliaia di imprese e la crescita economica. La politica non può ridursi a una corrida permanente nella quale si cerca il titolo del giorno. Dovrebbe essere il luogo dove si amministrano gli interessi generali del Paese.
Il rapporto dell'Ufficio parlamentare di bilancio certifica il declino salariale
L'esempio più clamoroso è arrivato ancora una volta dal silenzio che ha accompagnato il rapporto dell'Ufficio parlamentare di bilancio. Un documento che avrebbe dovuto monopolizzare il confronto politico e che invece è stato relegato ai margini. Eppure certifica un fallimento storico: dal 1990 al 2026 le retribuzioni lorde italiane sono diminuite mediamente del 6%, mentre nelle altre grandi economie industrializzate sono cresciute tra il 15 e il 30 per cento. Non è una statistica. È il certificato di un declino che dura da oltre trent'anni e che nessuno ha affrontato con il coraggio necessario.
Produttività ferma e frammentazione del sistema produttivo
I salari non si abbassano per un destino cinico. Seguono la forza competitiva delle imprese. Ed è qui che emerge il vero problema italiano. La progressiva parcellizzazione del sistema produttivo ha ridotto la capacità di innovare, investire, crescere dimensionalmente e presidiare i mercati internazionali. Alla perdita di peso dell'industria si è aggiunta l'espansione di un terziario spesso povero di specializzazione e fortemente stagionale. Se la produttività rallenta, anche i salari inevitabilmente ristagnano.
Le imprese competitive dimostrano che salari e produttività possono crescere insieme
La dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Le nostre imprese che invece operano con successo nei mercati globali, investono in tecnologia, ricerca e organizzazione, pagano salari migliori. Potrebbero crescere ancora se si rafforzasse il legame tra retribuzione, produttività e merito e se la formazione permanente diventasse finalmente una priorità strategica.
Le proposte per una politica industriale e salariale nuova
Ed allora basta bonus episodici, slogan e polemiche costruite sui casi estremi. Servono una politica industriale che favorisca crescita e innovazione, un'analisi rigorosa delle filiere produttive, incentivi alla crescita dimensionale delle imprese e investimenti sul capitale umano. Anche le parti sociali devono fare la loro parte, con più contrattazione aziendale legata ai risultati, un migliore utilizzo dei fondi dello 0,30, un'analisi condivisa dei fabbisogni professionali e il coraggio di valutare strumenti nuovi, come un fondo contrattuale unico del TFR destinato anche allo sviluppo. Continuare a discutere soltanto dei casi che fanno rumore significa condannare il Paese a non affrontare quelli che lo fanno arretrare.

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Fonti
1. Ufficio parlamentare di bilancio
2. Il Sole 24 Ore
3. ISTAT
4. ANPAL
5. COVIP
© Riproduzione riservata
Autore
Precedentemente segretario generale della CISL, è stato tra i protagonisti del sindacalismo italiano, impegnato su lavoro, contrattazione e politiche sociali. Dopo la guida della confederazione, continua l’attività di analisi e divulgazione.
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