Quando il caldo cuoce le uova sul muretto, il lavoro deve fermarsi
Ordinanze regionali frammentate e fasce orarie rigide non bastano più contro il caldo estremo che rende il lavoro insopportabile e pericoloso.
Le ordinanze regionali contro il caldo estremo variano per settore e orario, lasciando scoperti molti lavoratori esposti agli stessi rischi. Servirebbe una regola nazionale unica, basata su parametri di rischio reale, capace di sospendere il lavoro non essenziale quando le condizioni diventano insostenibili per il corpo umano.
Il caldo che rende invivibile anche la vita quotidiana
C'è un momento nel quale anche le parole devono arrendersi alla realtà. Possiamo parlare di ondate di calore, stress termico, bollettini e protocolli. Ma quando su un muretto arroventato dal sole si possono cuocere le uova, la questione diventa semplice. Non si può lavorare. Prima ancora, non si riesce più a vivere normalmente.
Le nostre case, gli uffici, i negozi e le automobili sono ormai abitabili solo grazie all'aria condizionata. Dormiamo con il climatizzatore acceso e cerchiamo ambienti refrigerati. E allora qualcuno dovrebbe spiegare perché il corpo umano, che nella vita quotidiana non sopporta più certe temperature, dovrebbe diventare improvvisamente invulnerabile appena timbra il cartellino.
Ordinanze regionali che cambiano da un confine all'altro
Ogni estate le Regioni emanano ordinanze, fissano fasce orarie e indicano i settori nei quali sospendere il lavoro: agricoltura, edilizia, cave, florovivaismo e, in alcuni casi, logistica, rider o altri comparti.
Ma basta attraversare un confine regionale perché cambino le regole, pur sotto lo stesso sole. Un muratore è tutelato, un manutentore su un tetto forse no. Un bracciante deve fermarsi, un cuoco davanti ai fornelli può continuare. Un lavoratore in cava è protetto, mentre un autista in una cabina rovente o un operaio in lavanderia possono restare esclusi. Come se il caldo conoscesse i codici Ateco.
Il caldo non distingue tra agricoltura, industria, commercio e servizi. Colpisce i corpi. E i corpi funzionano tutti nello stesso modo.
Anche le fasce orarie rischiano di essere una finzione. Il caldo estremo non comincia alle 12 e non finisce alle 16. Ci sono giornate nelle quali già alle 9 del mattino l'aria è irrespirabile e capannoni che raggiungono le temperature peggiori nel tardo pomeriggio.
Ci sono poi notti nelle quali non si dorme. Un lavoratore già affaticato e disidratato non entra in azienda nelle condizioni di una giornata normale. Le ordinanze sono state una conquista importante, ma oggi non bastano più. Sono una risposta emergenziale a un fenomeno diventato strutturale.
Il calore che si accumula nei corpi, non solo nei picchi
Ogni estate qualcuno ripete che il caldo c'è sempre stato. È vero. Ma oggi sono diverse la durata, la frequenza e la persistenza delle ondate. Il vero rischio si accumula nei luoghi e soprattutto nelle persone, non si esaurisce nel semplice picco.
Un organismo sottoposto a temperature elevate accumula stanchezza, disidratazione e perdita di sonno. Diminuisce la lucidità, aumentano gli errori e cresce il rischio di infortuni. Il caldo non uccide soltanto con il colpo di calore. Può far perdere una presa, sbagliare una manovra o reagire con un istante di ritardo.
Abbiamo climatizzato quasi tutto. Solo il lavoro continua spesso a essere considerato un territorio separato, nel quale il corpo umano dovrebbe adattarsi per obbligo contrattuale.
Ma il contratto non modifica la fisiologia e il salario non rende immuni dal caldo. Se un'attività può essere svolta soltanto esponendo una persona a condizioni che nella vita ordinaria giudicheremmo insopportabili, a cedere non è il lavoratore, bensì un'organizzazione del lavoro che è rimasta ferma mentre il clima cambiava attorno a essa.
Perché serve una regola nazionale unica sul rischio da caldo
Non può essere sempre il corpo umano a compensare ciò che manca: ombra, ventilazione, pause, raffrescamento e turni adeguati.
Ogni estate tornano le stesse raccomandazioni: bere spesso, fare pause, evitare gli sforzi nelle ore più calde. Tutto giusto. Ma un lavoratore non decide da solo ritmi, turni e pause, né può fermare un cantiere perché percepisce un rischio.
Dire di bere molta acqua senza modificare l'organizzazione del lavoro significa trasferire sul lavoratore una responsabilità che appartiene all'impresa. L'acqua è indispensabile, ma non sostituisce la prevenzione.
Esistono condizioni oltre le quali alcune attività devono essere sospese, indipendentemente dalla Regione, dal settore e dall'orario. Su questo non ci sono dubbi.
Quando il rischio supera determinate soglie, deve fermarsi l'organizzazione del lavoro, non essere il lavoratore a dimostrare di non farcela. Non servono venti discipline regionali diverse. Serve una regola nazionale fondata sul rischio reale: temperatura, umidità, ventilazione, irraggiamento, calore prodotto dalle macchine, intensità dello sforzo e durata dell'esposizione.
Quando il rischio è estremo, il lavoro non essenziale deve essere sospeso. Per i servizi essenziali occorrono turni ridotti, pause, rotazioni e ambienti climatizzati.
Qualcuno dirà che fermare il lavoro costa. Certamente. Ma costano anche gli infortuni, le malattie, i ricoveri e le morti. C'è però una differenza, perché i costi economici si possono calcolare, mentre una vita perduta no.
Continuiamo a trattare ogni estate come un evento eccezionale, emanando ordinanze urgenti e archiviando il problema a settembre. Ma ciò che si ripete ogni anno, dura sempre più a lungo e coinvolge territori sempre più vasti non è più un'emergenza.
Il rischio da caldo deve entrare davvero nei DVR, nei turni, negli ambienti, negli appalti e nei tempi di produzione. Non può essere una pagina aggiunta a giugno e dimenticata a ottobre.
Fermarsi non è arrendersi, è riconoscere un limite
Quando l'asfalto si deforma, i binari si surriscaldano, le auto diventano forni e su un muretto si possono cuocere le uova, il dibattito è finito. Bisogna fermarsi.
Fermarsi non significa arrendersi. Significa riconoscere il limite del corpo umano e l'inadeguatezza di una prevenzione frammentata, affidata a ordinanze diverse che il caldo attraversa senza accorgersene.
Il punto non è proteggere soltanto chi lavora sotto il sole, ma chiunque lavori in condizioni nelle quali il caldo mette a rischio salute, lucidità e vita. Perché non esistono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Esistono persone. E prima della produzione, dei bilanci e di qualsiasi ordinanza regionale, vengono loro.

Fonti
- Istat
- INAIL
- Ispettorato Nazionale del Lavoro
- ItaliaOggi
© Riproduzione riservata
Autore
Già segretario generale nazionale FIT CISL e segretario confederale CISL. È consigliere del CIV INAIL e presidente di Fast-Confsal, dell’Osservatorio Confsal per la sicurezza sul lavoro e dell’associazione More Safe.
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