Ex Ilva tra chiusura, cordata italiana e rilancio dell'offerta indiana di Jindal

La chiusura degli altiforni di Taranto fissata al 28 ottobre riapre la partita tra l'offerta di Jindal e la newco proposta da Federacciai.

Operaio silhouette davanti a quattro altiforni spenti a forma di stivale italiano, cielo blu scuro e terra ocra.
Taranto aspetta una decisione che intreccia salute, lavoro e futuro industriale.
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Il governo, i sindacati e l'industria siderurgica italiana si confrontano sul futuro dell'ex Ilva dopo la sentenza che impone lo stop degli altiforni di Taranto, tra il ricorso in Cassazione dei commissari, l'offerta di Jindal e la proposta di una newco nazionale guidata da Federacciai.


Tre ipotesi per il futuro dello stabilimento

Negli ultimi due mesi uno dei temi industriali più discussi nel nostro Paese è stato ancora una volta il futuro della ex Ilva. Dopo la decisione del Tribunale di Milano di sospendere le attività dell'area calda, cioè chiudere definitivamente i quattro altiforni di Taranto a partire dal prossimo 28 ottobre, siamo di fronte a tre ipotesi di lavoro. La prima è la chiusura dello stabilimento (desiderata dai familiari che purtroppo, in questi anni, hanno perso dei loro cari ammalatasi di tumore per effetto dell'inquinamento, e voluta anche da una parte della politica pugliese). La seconda è la proposta della multinazionale indiana dell'acciaio Jindal, che nonostante l'intervento della magistratura del capoluogo lombardo è disponibile ad acquistare tutto il gruppo italiano. Non avendo mai dato garanzie finanziarie gli americani del gruppo Flacks sono definitivamente in uscita dall'operazione? La terza invece è la creazione di una Newco tutta italiana in alternativa alle ipotesi precedenti.

Nel frattempo, i Commissari Straordinari di Acciaierie d'Italia hanno incaricato i propri legali a predisporre il ricorso, presentato il 14 agosto in Cassazione lungo 82 pagine e articolato in 14 motivi, contro la sentenza della Corte d'Appello di Milano emessa il 9 luglio scorso, a causa della presenza di amianto residuo negli impianti.

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La sentenza della Corte d'Appello di Milano impone lo stop degli altiforni di Taranto dal 28 ottobre, mentre i commissari straordinari hanno presentato ricorso in Cassazione contro la decisione.

La cordata italiana propone una newco

Diversamente da alcune affermazioni in cui veniva dichiarato che il blocco forzato dell'area a caldo di Taranto trascinerebbe con sé l'area a freddo, quattordici aziende italiane del settore siderurgico (tra cui Arvedi, Marcegaglia, Lucchini) riunite da Federacciai, hanno deciso di presentare all'Advisor, attivo per conto di Ilva e Acciaierie d'Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, una manifestazione di interesse preliminare e non vincolante. Lo scopo è quello di creare una nuova società che abbraccia tutti gli stabilimenti dell'ex Ilva (Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi), con l'obiettivo di rilanciare l'area a freddo dello stabilimento pugliese e lasciando allo Stato l'onere di gestire e liquidare quella a caldo e assorbire con gli ammortizzatori sociali una buona parte dei lavoratori in esubero.

L'effetto della manifestazione di interesse darebbe accesso alle industrie siderurgiche nazionali a tutte le informazioni e all'eventuale sopralluogo dei siti per proporre successivamente una eventuale offerta in alternativa a quella aggiornata di Jindal.

L'ipotesi della cordata italiana prevede che inizialmente nello stabilimento pugliese vengano lavorate e trasformate le bramme (semilavorati siderurgici, realizzati altrove tramite processi di colata) e successivamente si costruisce un nuovo forno elettrico e un impianto DRI, (il peridoto, processo alternativo di produrre ferro, usando la tecnologia del gas naturale e senza carbone) destinato ad alimentarlo. Con un solo forno elettrico il nuovo stabilimento potrebbe produrre 2,5, massimo 3 milioni di tonnellate di acciaio all'anno, capacità inferiore rispetto al passato ma sostenibile per la cordata italiana (nessuno dei 14 imprenditori vuole mettere in discussione la propria azienda per Taranto) e per il tema ambientale.

Occupazione e mobilitazione sindacale

Il capitolo più delicato di questa proposta è l'occupazione, perché con un solo nuovo forno e lo spegnimento definitivo dei quattro altiforni, non tutti gli attuali addetti verranno confermati. Per questo i sindacati territoriali Fim, Fiom, Uilm hanno sollecitato un incontro con il Presidente Mattarella chiedendo di essere ricevuti durante l'apertura dei Giochi del Mediterraneo. Incontro sollecitato anche dalle associazioni imprenditoriali dell'indotto, perché lo spegnimento forzato degli altiforni avrà ulteriori conseguenze sociali. La decisione della Magistratura, se non verrà sospesa comporterà il licenziamento dei circa sei mila lavoratori dell'indotto di Taranto.

Rimanendo però nel perimetro aziendale, Acciaierie d'Italia ha oltre 9.700 dipendenti a cui devono essere sommati circa 1.500 lavoratori della ex Ilva in amministrazione straordinaria. Ad aprile è stata autorizzata dal Ministero del Lavoro la cassa integrazione per 4.550 dipendenti di cui 3.800 di Taranto, ammortizzatore sociale che è ripartito il primo marzo 2026 e terminerà il 28 febbraio 2027.

Il governo rinvia le scelte al tavolo di settembre

Nei giorni scorsi la Premier Meloni ha confermato che “il mantenimento di un'importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo obiettivo di rilievo”. A settembre oltre a esaminare le varie manifestazioni di interesse presentate in queste settimane per il futuro assetto dell'impianto, Palazzo Chigi dovrà proporre un piano per rilanciare lo sviluppo economico di Taranto, perché qualsiasi proposta industriale che verrà adottata da Jindal o dalla nuova Newco italiana non risponderà all'oggettivo bisogno dei lavoratori dichiarati in esubero, cioè quello di lavorare. Se non verranno anche effettuati investimenti produttivi (pubblici e privati), di bonifica e di altre attività economiche sul territorio in parallelo a quelli sull'acciaio green avremo una parte di lavoratori coperti solo da ammortizzatori sociali, come purtroppo lo sono ancora i 1.500 dipendenti dell'accordo del 2018 firmato dall'allora ministro Di Maio e non più reintegrati in produzione.

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Tra occupazione a rischio, mobilitazione sindacale e il tavolo di governo atteso a settembre, il destino di migliaia di lavoratori resta legato alla scelta tra Jindal e la cordata italiana.

Ad oggi, oltre al progetto aggiornato di acquisto di tutta la società da parte degli indiani di Jindal, c'è una opportunità nuova per l'acciaieria più importante d'Europa, cioè la proposta italiana, ma tutte e due le ipotesi di lavoro devono tenere conto anche del delicato bilanciamento tra diritto alla salute, tutela dell'ambiente, libertà d'iniziativa economica e garanzia dei livelli occupazionali.

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Fonti

  1. Il Post
  2. Il Sole 24 Ore
  3. ANSA
  4. MilanoFinanza
  5. Collettiva
  6. LaPresse
  7. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

© Riproduzione riservata

Autore

Angelo Colombini
Angelo Colombini

Esperto di energia e ambiente, già segretario generale FEMCA CISL e segretario confederale CISL. Dal 2022 è consigliere del CIV INAIL e presidente della Commissione Bilancio e Patrimonio; dal 2023 vicepresidente dell’Ente Bilaterale dell’Artigianato.

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