accessibile
s. f. [dal lat. tardo accessibilis, da accessus “accesso”, supino di accedere “avvicinarsi, accedere”] 1. Che si può raggiungere o usare senza ostacoli: un edificio servito da rampe e ascensori, un luogo raggiungibile anche senza auto. 2. In ambito digitale, un sito o un contenuto progettato perché persone con diverse capacità motorie, sensoriali o cognitive possano navigarlo, leggerlo e interagirci (per esempio con lettori di schermo, sottotitoli, comandi da tastiera). 3. Per estensione, anche “comprensibile”: un testo accessibile evita gergo inutile, spiega i concetti difficili e non esclude chi non ha già competenze specialistiche.
algoritmo
s. m. [dal lat. mediev. algorithmus, dal nome del matematico arabo al-Khwarizmi] 1. In matematica e informatica, procedimento formato da passi finiti e ordinati che permette di risolvere un problema in modo sicuro e ripetibile. Se lo si può descrivere con istruzioni non ambigue, lo si può far eseguire a un computer. 2. Nel linguaggio comune, insieme di regole con cui piattaforme digitali (social, motori di ricerca, streaming) decidono cosa mostrarti prima e cosa nascondere. Influenza cosa leggi, cosa acquisti, quali notizie percepisci come importanti. 3. In senso critico, indica il “filtro invisibile” che organizza la realtà per noi: capire come funziona un algoritmo significa capire anche quali interessi ci sono dietro.
allucinazione
s. f. [dal lat. hallucinatio, -onis, “visione illusoria”] 1. Nella definizione medica e psichiatrica, l’a. è una percezione senza oggetto, ovvero la percezione di qualcosa che non esiste nel mondo esterno. Può coinvolgere tutti i sensi: vista, udito, tatto, gusto, olfatto.
2. In ambito tecnologico, con l’avvento delle intelligenze artificiali generative, il termine a. viene usato per indicare gli errori commessi da modelli linguistici (LLM) quando producono informazioni false ma verosimili: una biografia mai esistita, una fonte inventata, un dato impreciso presentato con sicurezza. Il linguaggio tecnico in questo caso prende in prestito un termine medico e lo carica di ambiguità: il modello non ha coscienza né percezione, quindi non può “vedere cose che non esistono”. Parlare di a. può diventare un modo per deresponsabilizzare chi progetta e utilizza le AI. 4. a., in senso ampio, è ciò che accade quando si confonde la plausibilità con la verità. Ed è un fenomeno che riguarda anche il giornalismo, l’informazione, la politica.
attenzione
s. f. [dal lat. attentio, -onis, da attendere “rivolgere l’animo, tendere verso”] 1. Atto di concentrare la mente su qualcosa: leggere con attenzione, ascoltare una lezione, seguire un discorso senza perdersi. 2. Risorsa mentale limitata, che nel digitale viene continuamente sollecitata: notifiche, contenuti “imperdibili”, autoplay. Capire che la nostra attenzione ha valore significa imparare a proteggerla. 3. Al plurale, “attenzioni” indica gesti di cura e premura verso gli altri: ricordare che la cura relazionale è una forma concreta di educazione alla cittadinanza.
bias
s. m. [dall’ingl. bias, “inclinazione, deviazione”] 1. Nella psicologia cognitiva, tendenza sistematica a giudicare o decidere in modo distorto da pregiudizi, scorciatoie mentali, emozioni. 2. Nei sistemi informatici e nell’intelligenza artificiale, distorsione introdotta da dati parziali o non rappresentativi che può riprodurre e amplificare discriminazioni reali. 3. Nel dibattito pubblico, riconoscere i bias aiuta a mettere in discussione ciò che appare scontato e ad adottare prospettive più eque.
bolla informativa
s. f. [calco dell’ingl. filter bubble, “bolla di filtro”] 1. Contesto informativo costruito da algoritmi e interazioni sociali che mostrano solo contenuti coerenti con le nostre idee. 2. Riduce il confronto con punti di vista diversi, facendo percepire la propria opinione come maggioritaria. 3. Contrastarla richiede pluralità di fonti, apertura cognitiva e consapevolezza delle logiche di personalizzazione.
circostanziata
agg. [part. pass. di circostanziare, der. di circostanza; ant. anche circonstanziata] 1. Di informazione, racconto, accusa: ricca di dettagli, in cui sono esplicitate le circostanze, i tempi, i luoghi, i protagonisti di un fatto. 2. Nel giornalismo e nel dibattito pubblico, una ricostruzione circostanziata contrasta le narrazioni superficiali o manipolate: permette a chi legge di farsi un’idea autonoma. 3. In educazione, invita a non fermarsi alle frasi “in generale”: contestualizzare un dato o un concetto significa renderlo davvero utile per capire il mondo reale.
community
s. f. [dall’ingl. community, “comunità”, dal lat. communitas] 1. Gruppo di persone legate da interessi, valori o pratiche condivise, spesso sviluppate e curate online. 2. Spazio di appartenenza, riconoscimento e mutuo supporto, dove si costruiscono identità e relazioni. 3. Può generare dinamiche di esclusione, pressione al conformismo o conflitti se manca cura delle persone e delle differenze.
cookie
s. m. inv. [dall’ingl. cookie, “biscotto”; in informatica da “magic cookie”] 1. Piccolo file di testo che un sito web salva nel browser mentre navighi. Alla visita successiva permette al sito di “riconoscerti”. 2. Può servire a far funzionare il sito (login, carrello, preferenze), a raccogliere statistiche anonime di utilizzo o a seguirti per mostrare pubblicità personalizzate. 3. È un elemento chiave per la privacy online: sapere quali cookie sono usati, perché e per quanto tempo è parte della trasparenza verso chi naviga.
dato
s. m. [dal lat. datum, “cosa data”] 1. Unità elementare di informazione: un numero, una misura, una parola, un clic su un link. Preso da solo, un dato non “parla”: è un frammento di realtà registrato senza interpretazione. 2. Nel digitale, i dati sono la materia prima con cui piattaforme, servizi e algoritmi costruiscono profili, previsioni, classificazioni. Custodirli e sapere chi li usa significa difendere anche la nostra autonomia. 3. In educazione e giornalismo, i dati hanno valore solo se sono corretti, verificati e contestualizzati: altrimenti diventano rumore o, peggio, manipolazione.
difendere
v. tr. [dal lat. defendere “tener lontano, respingere, proteggere”] 1. Proteggere qualcuno o qualcosa da un pericolo, un’ingiustizia, un attacco: difendere una persona, un diritto, un territorio. 2. In ambito giuridico e politico, sostenere pubblicamente cause e persone che non hanno voce, opponendosi a discriminazioni e abusi. 3. Online, significa anche intervenire quando si vedono odio, disinformazione o bullismo: non basta “non partecipare”, spesso serve esporsi per chi è più fragile.
dipendenza
s. f. [dal lat. dependentia, der. di dependere “dipendere, essere legato a”] 1. Stato di chi è legato a qualcuno o qualcosa da cui non può o non riesce a fare a meno (affettivamente, economicamente, socialmente). 2. In medicina e psicologia, condizione in cui l’uso di una sostanza (alcol, droghe, farmaci) o di un comportamento (gioco d’azzardo, social, lavoro, pornografia) diventa compulsivo e difficile da controllare, spesso con tolleranza e sintomi di astinenza. 3. Nel digitale, indica l’uso eccessivo di dispositivi e piattaforme progettate per catturare l’attenzione, fino a interferire con studio, lavoro, relazioni e benessere.
disinformazione
s. f. [dal pref. dis- “negazione” + informazione] 1. Diffusione intenzionale di informazioni false o manipolate per influenzare opinioni, polarizzare società, ottenere potere. 2. Online si propaga rapidamente perché sfrutta emozioni forti, paura e indignazione, più che prove e verifiche. 3. Combatterla richiede alfabetizzazione mediatica, strumenti di verifica e istituzioni trasparenti.
dropout digitale
loc. s. m. e f. [dall’ingl. dropout, “chi abbandona” + digitale] 1. Persona esclusa da opportunità formative, lavorative o relazionali a causa di scarsa connettività, mancanza di dispositivi o competenze digitali. 2. Effetto collaterale della transizione digitale: senza inclusione, la tecnologia allarga invece di ridurre le disuguaglianze. 3. Garantire accesso e competenze è parte del diritto alla cittadinanza contemporanea.
educazione
s. f. [dal lat. educatio, -onis, da educare “trarre fuori, allevare”] 1. Processo attraverso cui una persona sviluppa capacità cognitive, emotive, sociali e morali. Non è solo “trasmettere contenuti”, ma accompagnare la crescita di qualcuno. 2. A scuola, l’insieme di pratiche, relazioni e ambienti che aiutano studentesse e studenti a scoprire chi sono, cosa sanno fare, come possono stare nel mondo con gli altri. 3. Nella società digitale, educazione significa anche imparare a orientarsi tra informazioni, algoritmi, piattaforme, per diventare cittadini capaci di scegliere e non solo di “consumare” contenuti.
engagement
s. m. inv. [dall’ingl. engagement, “coinvolgimento, ingaggio”]
1. Nel marketing e nella comunicazione digitale, grado di interazione tra persone e contenuti: like, commenti, condivisioni, tempo di visualizzazione, risposte.
2. In ambito sociale e civico, partecipazione attiva a una causa, progetto o comunità, oltre la semplice adesione formale.
3. Nel dibattito pubblico, valutare tutto solo in base all’engagement rischia di premiare ciò che suscita reazioni, non ciò che è più accurato o utile.
fact-checking
s. m. [dall’ingl. to check facts, “verificare i fatti”] 1. Processo metodico di verifica di dati, affermazioni e notizie, fondamentale nel giornalismo responsabile. 2. Funziona solo se supportato da fonti verificabili, trasparenza delle procedure e competenze critiche dei lettori. 3. L’antidoto alla disinformazione non è la censura, ma la verifica e la responsabilità nel condividere contenuti.
fomo
acr. ingl. [Fear Of Missing Out, “paura di essere esclusi”] 1. Ansia di perdere esperienze che “tutti” sembrano vivere, alimentata dal confronto costante sui social. 2. Può spingere a iperconnessione, comportamenti compulsivi, dipendenza dallo sguardo altrui. 3. Alternativa: JOMO (Joy Of Missing Out), il piacere di vivere il proprio tempo senza inseguire aspettative esterne.
giornale
s. m. [der. di giorno; nelle accezioni moderne influenzato anche dal fr. journal] 1. Pubblicazione periodica (quotidiana o settimanale) che raccoglie notizie, analisi, commenti su politica, economia, cultura, società. Può essere su carta o digitale. 2. Nel linguaggio comune, indica anche la redazione che lo produce, il “luogo” dove si decide cosa è notizia e come raccontarla. 3. In un ecosistema informativo frammentato (social, newsletter, blog), il giornale resta il simbolo di un patto: chi scrive si assume la responsabilità di verificare e contestualizzare, chi legge ha il diritto di pretendere cura e rigore.
informazione
s. f. [dal lat. informatio, -onis, “formazione, rappresentazione”] 1. Risultato dell’interpretazione dei dati: dare loro un senso, collegarli a un contesto, rispondere a una domanda. 2. Nel quotidiano, l’informazione ci orienta: ci permette di capire che tempo farà, come votare, come muoverci nel mondo. 3. Su media e piattaforme digitali, la qualità dell’informazione dipende da chi la produce e da come viene selezionata e diffusa: un’informazione affidabile è verificata, trasparente e comprensibile. Diventare cittadini informati non significa solo ricevere notizie, ma anche saperle valutare criticamente.
intelligenza artificiale
s. f. [calco dell’ingl. artificial intelligence] 1. Area dell’informatica che studia e sviluppa sistemi capaci di svolgere compiti che richiedono forme di “intelligenza” umana: riconoscere immagini, comprendere frasi, prendere decisioni, generare testi o immagini. 2. Nella pratica, insieme di tecniche (algoritmi, reti neurali, modelli linguistici, ecc.) che permettono a macchine e software di apprendere da dati ed eseguire compiti in modo più autonomo rispetto ai programmi tradizionali. 3. Fenomeno sociale e culturale che solleva domande su lavoro, potere, responsabilità e creatività: la tecnologia è artificiale, ma le scelte su come usarla sono umane, troppo umane.
libertà
s. f. [dal lat. libertas, -atis, “condizione di chi è libero”] 1. Stato di chi può scegliere e agire senza costrizioni arbitrarie, nel rispetto della libertà altrui. Riguarda il corpo, le idee, gli affetti, i movimenti. 2. In politica e diritto, insieme di garanzie (diritti civili, politici, sociali) che proteggono le persone dall’abuso di potere e dalla violenza. 3. Nel digitale, possibilità di informarsi, esprimersi e organizzarsi senza essere intrappolati da sorveglianza, profilazione o manipolazione algoritmica. Si collega quindi anche al tema della trasparenza e del controllo dei propri dati.
lifelong learning
locuz. ingl. (lett. “apprendimento lungo tutto l’arco della vita”). 1. Idea e pratica secondo cui imparare non finisce con la scuola o l’università: si continua ad apprendere, aggiornare e riqualificare competenze in ogni fase della vita, per lavoro ma anche per cittadinanza, cultura, autonomia personale. 2. Include formazione formale (scuola, università, ITS), non formale (corsi, certificazioni, formazione aziendale) e informale (esperienze, comunità, autoapprendimento). 3. In senso critico, il lifelong learning non dovrebbe diventare un dovere individuale (“se resti indietro è colpa tua”): funziona solo se esistono tempo, accesso, orientamento, servizi e opportunità concrete. È un patto tra persone, istituzioni e mondo del lavoro.
mismatch
s. m. inv. [dall’ingl. mismatch “disallineamento, mancata corrispondenza”] 1. In ambito lavoro-formazione, indica lo scarto tra ciò che le persone sanno (o credono di saper fare) e ciò che il mercato del lavoro richiede davvero: competenze mancanti, competenze “in eccesso” o competenze diverse da quelle utili in quel settore. 2. Il mismatch può essere quantitativo (mancano lavoratori) o qualitativo (ci sono lavoratori, ma con competenze non adeguate), e può riguardare anche territorio e tempi: un’azienda cerca oggi, il percorso formativo forma domani; un’area ha posti, un’altra ha persone. 3. In senso critico, il mismatch non è solo “colpa della scuola” o “colpa dei giovani”: spesso è un problema di informazione, orientamento, salari, condizioni di lavoro e capacità delle organizzazioni di formare sul campo. Ridurlo significa rendere più trasparente il passaggio tra studio e lavoro.
populismo algoritmico
loc. s. m. [comp. di populismo e algoritmo] 1. Comunicazione politica ottimizzata per piattaforme digitali che privilegia messaggi semplici, emotivi e polarizzanti. 2. La visibilità diventa criterio decisionale: ciò che genera engagement prevale sulla complessità dei problemi reali. 3. Rischio: riduzione del dibattito pubblico a dinamiche di popolarità misurate a colpi di like.
privacy
s. f. [dall’ingl. privacy, “vita privata”, spec. nel senso giuridico anglosassone] 1. Diritto fondamentale di controllare la raccolta, l’uso e la diffusione dei propri dati personali. 2. Nell’ecosistema digitale ogni azione lascia tracce che diventano risorsa economica e strumento di potere. 3. Proteggere la privacy significa tutelare autonomia, sicurezza e dignità.
rallentare
v. tr. e intr. [der. di lento con prefisso ra-] 1. Rendere qualcosa meno veloce: rallentare il passo, il traffico, il ritmo di lavoro. Per estensione, ridurre l’intensità o la frequenza di un’attività. 2. Nella vita quotidiana, scegliere consapevolmente di non vivere tutto in modalità “urgenza permanente”: prendersi tempo per capire, riposare, approfondire. 3. Nell’informazione e nella scuola, assumere un ritmo più lento per leggere meglio i dati, contestualizzare le notizie, evitare decisioni prese di fretta solo perché “tutti ne parlano”.
responsabilità
s. f. [dal lat. respondere, “rispondere, essere garantiti”] 1. Capacità e dovere di rispondere delle proprie azioni e delle conseguenze che generano. 2. In rete: contribuire attivamente al benessere delle comunità digitali, non solo evitare danni. 3. Libertà e responsabilità sono inseparabili: l’una perde senso senza l’altra.
rispetto
s. m. [dal lat. respectus, da respicere “guardare indietro, considerare”] 1. Sentimento e comportamento di riguardo verso il valore di persone, idee, ambienti: non perché siano perfetti, ma perché sono degni di attenzione e cura. 2. Nelle relazioni sociali e online, significa ricordarsi che dietro un nickname o una foto profilo c’è una persona reale, che può essere ferita o sostenuta dalle nostre parole. 3. In educazione e cittadinanza, è la base di ogni convivenza democratica: rispettare l’altro non vuol dire essere sempre d’accordo, ma riconoscerne la dignità.
soma
s. m. inv. [dal nome del farmaco immaginario nel romanzo di Aldous Huxley Brave New World (1932), forse richiamo al sanscr. soma, bevanda rituale] 1. Nel romanzo, droga di Stato distribuita ai cittadini per garantire benessere immediato, eliminare il disagio e mantenere l’ordine sociale attraverso un’adesione passiva. 2. Per estensione, nel linguaggio critico, qualsiasi “anestetico sociale” fatto di intrattenimento, consumo, stimoli digitali o narrative rassicuranti usati per sedare il conflitto e il pensiero critico. 3. Nelle riflessioni su media e potere, simbolo di un controllo che non passa più dalla repressione, ma dalla promessa di piacere continuo e indolore.
sostenibilità
s. f. [dall’ingl. sustainability, der. del lat. sustinere, “sostenere”] 1. Principio secondo cui lo sviluppo presente non deve compromettere quello delle generazioni future. 2. Dimensione ambientale, sociale ed economica: clima, lavoro, risorse, diritti, salute. 3. Dalle scelte di consumo alla gestione dei dati, ogni azione ha un impatto che chiede consapevolezza e cura.
trasparenza
s. f. [dal lat. mediev. transparens, “che lascia passare la luce”] 1. Una parola al giorno Letteralmente, qualità di ciò che permette di vedere attraverso: un vetro, l’acqua limpida. 2. In senso figurato, chiarezza e sincerità nel comunicare: spiegare scelte, motivazioni, limiti, senza nascondere le informazioni importanti. 3. Nelle istituzioni, nelle aziende e nelle piattaforme digitali, principio secondo cui regole, decisioni e processi (compresi gli algoritmi che trattano i dati) devono essere comprensibili e controllabili, per evitare abusi di potere.
welfare
s. m. inv. [dall’ingl. welfare, abbrev. di welfare state “Stato sociale”] 1. Insieme di politiche, servizi e tutele che sostengono il benessere delle persone lungo la vita: sanità, istruzione, previdenza, sostegni al reddito, servizi per l’infanzia, disabilità, non autosufficienza. 2. Non è solo “spesa pubblica”: è una infrastruttura sociale che riduce disuguaglianze e rischi (malattia, perdita di lavoro, povertà educativa), permettendo a più persone di studiare, lavorare e partecipare alla vita collettiva. 3. Oggi si parla anche di welfare aziendale (benefit, servizi, conciliazione vita-lavoro): utile, ma non sostituisce il welfare pubblico. In senso critico, capire il welfare significa chiedersi chi resta scoperto e quali diritti diventano privilegi.