I salari bassi frenano la produttività in Italia, non il contrario

Una nota dell'UPB mostra che i salari bassi frenano la produttività italiana, e propone leve a costo quasi nullo per invertire la rotta.

Una figura scura spinge un ingranaggio arrugginito su terra brulla, mentre impronte si allontanano verso l'orizzonte.
Un'economia che paga poco chiede più sforzo e trattiene meno talento.
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La stagnazione salariale italiana non dipende solo dalla bassa produttività, perché recenti studi mostrano che vale anche l'inverso, e che il sistema fatica a riconoscere e valorizzare le competenze, dai dottorati agli incentivi alle imprese. Poche riforme mirate potrebbero invertire il circolo vizioso.


La diagnosi di Bonanni e il secondo filo della Nota UPB

Raffaele Bonanni, su questo giornale, ha ricordato un dato che dovrebbe restare in cima all'agenda politica. Dal 1990 al 2026 le retribuzioni lorde reali in Italia sono calate del 6,6%. Negli altri grandi paesi industrializzati sono cresciute anche del 30%. Diagnosi corretta. Ma la Nota dell'Ufficio parlamentare di bilancio contiene un secondo filo, altrettanto rilevante. Riguarda non solo quanto si guadagna, ma come le competenze vengono usate.

Tra le pieghe del rapporto compare un riferimento alla letteratura economica (Franzini e Raitano, 2019), che porta alla luce un fatto poco intuitivo, ossia che la crescente dispersione salariale italiana non è spiegata dalla cosiddetta skill premium, il maggiore compenso per chi ha più competenze. Il mercato italiano non paga meglio chi ha studiato di più. Eppure, la disuguaglianza c'è, e cresce per altre vie. Il part-time, ad esempio, passato dal 4,4% al 31,5% degli occupati. La segmentazione per settore e tipo di contratto. Il premio al merito resta piatto.

Quando sono i salari bassi a frenare la produttività

Un altro punto della Nota UPB, ripreso anche da Bonanni: «produttività ferma da decenni». È la lettura più diffusa. I salari sarebbero bassi perché la produttività non cresce. Ma uno studio appena pubblicato, Salvati e Tridico, Structural Change and Economic Dynamics, 2025, dice che vale anche il contrario. Gli autori, su quarant'anni di dati delle regioni italiane, dal 1980 al 2023, hanno guardato cosa succede alla produttività quando i salari salgono, o scendono. Il risultato mostra che sono i salari bassi, storicamente, a frenare la produttività, non solo il contrario. L'effetto, dopo un aumento di stipendio, dura fino a dieci anni, ed è più che proporzionale, con un punto di salario in più che genera quasi due punti di produttività in più. Il perché è semplice. Salari più alti significano più soldi spesi. Più soldi spesi spingono le imprese a produrre di più, e meglio, è la legge di Kaldor-Verdoorn, secondo cui più domanda genera più produttività. Se è così, quella sequenza va letta anche al contrario. Non solo bassa produttività, bassi salari. Anche bassi salari, bassa produttività. Un circolo che si autoalimenta e che la sola politica industriale non basta a spezzare.

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Le retribuzioni reali sono ferme da oltre trent'anni, ma la causa non sta solo nelle competenze. Uno studio recente mostra che sono spesso i salari bassi a frenare la produttività, non il contrario.

Il capitale umano che il sistema fatica a valorizzare

È uno dei punti da cui siamo partite scrivendo La Società Sospesa (Editoriale Scientifica, 2026, con Nazaria Solferino). Non basta formare capitale umano. Se il sistema, pubblico e privato, non sa riconoscerlo e impiegarlo, la formazione non basta. Un caso emblematico riguarda la ricerca. In Italia solo lo 0,4% della popolazione ha un dottorato. Contro lo 0,8% medio europeo, l'1,4% della Germania. Non a caso, i paesi con più dottori di ricerca, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, sono anche gli unici Innovation Leader dell'ultimo European Innovation Scoreboard. L'Italia resta Moderate Innovator. Intanto il 10,4% dei PhD formati in Italia lavora all'estero, secondo l'Istat. Chi resta, può usare le proprie competenze molto meno di chi è andato via, dato che solo il 37,2% dei PhD lavora in modo adatto alle proprie skill. Non è solo fuga di cervelli. È anche spreco di chi resta.

Industria 4.0, la lezione degli incentivi mal indirizzati

Non è la prima volta che l'Italia prova ad affrontare il nodo delle competenze con misure a incentivo. Quindi si sa già come va a finire. Nato nel 2016 vantando i bassi salari degli ingegneri italiani come leva per attrarre investitori esteri, il piano Industria 4.0 premia da subito, con incentivi a pioggia, la proprietà dei macchinari, non chi li fa funzionare. Sulla carta, prevedeva, accanto al credito d'imposta sui beni strumentali, un credito per la formazione, utilizzabile anche da chi non comprava macchinari. Bene. Secondo la Banca d'Italia, nel triennio 2021-2023 l'80% degli oltre 29 miliardi di crediti d'imposta è finito in beni materiali, macchinari e mezzi di trasporto, non in competenze. Non è un caso. La legge blindava pure la scelta, perché chi vendeva il macchinario entro due anni perdeva il credito. Per la formazione, invece, non era previsto alcun vincolo, e il lavoratore poteva andarsene portando con sé la competenza. Il capitale fisico porta produttività in più, senza dare più potere contrattuale a chi lavora, mentre il capitale umano offre lo stesso beneficio, ma con maggiore potere contrattuale.

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Il sistema italiano fatica a trattenere e valorizzare le competenze, dai dottorati alla ricerca, mentre gli incentivi pubblici hanno premiato più le macchine di chi le fa funzionare. Alcune soluzioni richiederebbero solo una diversa allocazione delle risorse esistenti.

Le leve a costo quasi nullo e il quadro Ocse

Alcune leve non richiedono nuova spesa. Solo una diversa allocazione di quella esistente. Il riconoscimento del dottorato nei concorsi pubblici, sul modello dell'ENA francese o del Government Economic Service britannico, costerebbe poco. E agirebbe direttamente sulla domanda pubblica di competenze. Per le piccole e medie imprese, il 94,9% del tessuto produttivo italiano con appena lo 0,8% di addetti in R&S, servirebbe estendere strumenti già collaudati. Come l'Ires premiale per chi reinveste. Estenderlo all'assunzione di profili altamente specializzati. Magari con supporto organizzativo per chi non ha la struttura per accedere da solo ai crediti d'imposta esistenti.

L'Employment Outlook Ocse, pubblicato nello scorso mese di luglio, tra i cui autori c'è Andrea Garnero, offre una sintesi utile. L'Italia ha vinto la battaglia sui numeri occupazionali, con un tasso di occupazione record al 62,8%. Ma resta indietro sulla qualità di quei posti. I salari reali sono circa il 10% sotto la media Ocse. Anche qui, la causa di fondo non è solo il costo del lavoro, ma la qualità della gestione delle risorse umane e dell'organizzazione aziendale.

I salari non si abbassano per un destino cinico. Seguono la forza competitiva delle imprese. Ma quella forza competitiva dipende anche da quante competenze il sistema riesce a trattenere, riconoscere, mettere davvero al lavoro. Su questo, i margini di intervento ci sono. E costano meno di quanto si pensi.

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Fonti

  1. Ufficio Parlamentare di Bilancio
  2. Il Mulino
  3. ScienceDirect (Elsevier)
  4. Encyclopedia.com
  5. Editoriale Scientifica
  6. Istat
  7. Commissione Europea
  8. Banca d'Italia
  9. Institut National du Service Public
  10. Government Economic Service
  11. Ocse

© Riproduzione riservata

Autore

Serena Fiona Taurino
Serena Fiona Taurino

PhD in Economia, Diritto e Istituzioni. Policy & Economic Analyst presso l’Unità di Missione PNRR del MIM. Esperienza al Senato su attività legislative, consulente per la Banca Mondiale e collaborazioni su valutazione delle politiche pubbliche.

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