In Italia i salari reali sono fermi da trent'anni
Le Considerazioni finali di Bankitalia confermano un calo dell'8% dal 2021, ultimo capitolo di una stagnazione salariale che dura da tre decenni.
Dagli anni Novanta le retribuzioni italiane crescono meno della produttività, complice la scelta politica di puntare sul contenimento del costo del lavoro invece che sulla svalutazione monetaria. L'articolo ricostruisce le cause strutturali del fenomeno e indica le misure possibili per invertirlo.
Il calo dei salari reali, da Bankitalia all'OCSE
Quella salariale è una questione sociale preminente nel nostro Paese. Se ne è avuta una conferma, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, anche nelle recenti Considerazioni finali del governatore della Banca d'Italia, in cui si è evidenziato che oggi, rispetto al 2021, le retribuzioni in Italia hanno subito una contrazione, in termini reali, di quasi l'8%. In sostanza, il rinnovo dei principali contratti collettivi che è avvenuto nell'ultimo biennio non è riuscito a compensare completamente la perdita di potere di acquisto che le retribuzioni nazionali hanno patito per effetto dell'alta inflazione del biennio 2022-2023. Considerando, inoltre, che al primo trimestre di quest'anno, il 12% dei lavoratori del settore privato ancora operava con un contratto collettivo scaduto.
Tutto ciò, dunque, già ci porta a considerare uno dei motivi che sottendono il fenomeno del basso livello dei salari in Italia, riconducibile a una certa debolezza sindacale manifestatasi nell'ultimo venticinquennio, fenomeno comune, peraltro, a tutte le economie avanzate dell'Occidente. La conseguenza è stata che la riduzione del potere contrattuale dei sindacati ne ha limitato la possibilità di negoziare adeguati aumenti salariali, tali, almeno, da preservare il valore reale delle retribuzioni. In questo senso, quindi, il dato ricordato dalla Banca d'Italia non sorprende, confermando invece una tendenza già affermatasi da un quarto di secolo nel nostro Paese, che, come evidenziano Rinaldo Evangelista e Matteo Lucchese in Lavoro e salari in Italia (Carocci, 2025), è comunque circoscritta soprattutto al settore dei servizi, in particolare quelli a basso valore aggiunto, che si sono fortemente sviluppati nel periodo considerato.
Al di là del dato relativo all'ultimo quinquennio, comunque, le retribuzioni in Italia sono stazionarie da almeno un trentennio. Nella primavera del 2023, infatti, era stata l'OCSE a evidenziare che tra il 1990 e il 2020 il valore delle retribuzioni medie, a parità di potere d'acquisto, mentre in Germania e in Francia era aumentato di oltre il 30%, nel nostro Paese era addirittura diminuito del 2%.
Le cause globali, tra moderazione salariale e quota capitale
I motivi di questo fenomeno sono molteplici e rispondono sia a una generale tendenza volta a svalorizzare il lavoro, tipica delle economie globalizzate del nuovo millennio, sia alle peculiarità del nostro sistema produttivo, accentuato nell'ultimo quarto di secolo. Negli ultimi decenni, infatti, è stato comune a tutte le economie capitalistiche avanzate un peggioramento delle condizioni materiali del lavoro, che si è tradotto in una lunga fase di moderazione salariale, manifestatasi con un tasso di crescita delle retribuzioni inferiore a quello della produttività del lavoro.
La conseguenza è stata una progressiva diminuzione della quota dei salari sul prodotto nazionale, a vantaggio dei redditi da capitale. Nell'ultimo quarantennio, per intendersi, a livello globale tale quota è passata dal 75% al 60%. A parità di dimensioni della torta, dunque, è stata la misura delle fette a modificarsi: quelle destinate ai lavoratori si sono ridotte, mentre quelle riservate al capitale sono cresciute.
Le peculiarità strutturali dell'economia italiana
Accanto a questo fattore comune, hanno inciso sul contenimento delle retribuzioni italiane anche le specifiche peculiarità strutturali della nostra economia. In primis la debolezza del sistema produttivo, soprattutto per ciò che concerne la propensione all'innovazione tecnologica, in ragione della preminenza della piccola e piccolissima impresa nel nostro panorama nazionale. Ciò si è riflesso soprattutto su livelli contenuti di investimento in innovazione, sulla bassa crescita della produttività del lavoro e quindi, di conseguenza, dei livelli retributivi.
Abbiamo assistito, poi, a un graduale indebolimento del settore manifatturiero, a cui si è associato un intenso processo di terziarizzazione, rivolto soprattutto ai servizi a ridotto valore aggiunto, con una bassa produttività del lavoro. Infine, la scelta di tipo politico istituzionale è stata quella di affermare un modello competitivo basato quasi esclusivamente sul contenimento del costo del lavoro. Si è puntato quindi, come sottolineano ancora Evangelista e Lucchese (ibid.), sulla cosiddetta svalutazione interna, vale a dire su una crescita moderata dei salari reali nel settore manifatturiero e su un forte contenimento delle retribuzioni nell'ambito dei servizi.
Dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro
Va inoltre ricordato che la politica di moderazione salariale in Italia origina nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. In un contesto di globalizzazione in grande espansione, la scelta fu quella di non esporre la competitività delle imprese italiane ai costi crescenti del lavoro (in un contesto di bassa produttività), considerato che l'introduzione dell'euro, di lì a poco, non avrebbe più consentito di usare la svalutazione monetaria come leva per accrescere la competitività delle nostre produzioni sui mercati internazionali.
Insomma, come avrebbe recentemente riconosciuto lo stesso Mario Draghi, non potendo più svalutare la moneta, in Italia si è finito per svalutare il lavoro. Le conseguenze sono note e riguardano l'inasprimento della dinamica distributiva a svantaggio del lavoro, oltre all'aumento delle disuguaglianze di natura economica e sociale. In questo senso, il confronto tra l'incremento della produttività del lavoro nel periodo 1990-2020 e l'andamento delle retribuzioni nello stesso arco temporale risulta eloquente. Seppur debolmente, infatti, in quel trentennio la produttività del lavoro in Italia aumentava del 23% (la metà dell'incremento registrato in Germania), mentre le retribuzioni non crescevano affatto, arrivando anzi a diminuire mediamente, come abbiamo visto, nella misura del 2%.
Le misure per invertire la tendenza
Di fronte a un fenomeno così consolidato nel nostro Paese, le misure orientate a invertire la tendenza esaminata sono diverse, e si dividono tra quelle con effetti nel medio periodo e quelle che avrebbero conseguenze più immediate. Tra le prime rientrano tutte le politiche industriali destinate a modificare la nostra specializzazione produttiva, trasformando il modello competitivo adottato, orientandosi verso l'incorporazione di un maggior livello di conoscenza e di tecnologie nei processi della produzione, al fine di aumentare la produttività del lavoro (e quindi, potenzialmente, i livelli retributivi) e di realizzare prodotti e servizi di più alta qualità, nell'ottica di favorire un modello di crescita economica meno trainata dalle esportazioni e più sostenuta dalla domanda interna. Un percorso di questo tipo, naturalmente, non sarebbe immune da complessità, non soltanto per l'ingente ammontare di risorse pubbliche di cui necessiterebbe la sua applicazione, ma anche per il consenso degli imprenditori che presupporrebbe, nel procedere nella direzione indicata.
Poi ci sono le misure con effetti più rapidi, che attengono ad aspetti di tipo procedurale e regolamentare, tra cui il maggior rispetto delle scadenze nei rinnovi dei contratti collettivi, meccanismi che assicurino minimi salariali dignitosi, una maggiore efficacia degli strumenti di indicizzazione delle retribuzioni alla dinamica della produttività e dei prezzi, e disincentivi all'impiego eccessivo di forme contrattuali atipiche da parte del mondo datoriale. Infine, anche l'ultima legge sulla partecipazione dei lavoratori nell'impresa, promossa dalla Cisl, potrebbe venire in soccorso, favorendo, per esempio, in aggiunta ai livelli retributivi contrattuali, la negoziazione di forme di coinvolgimento dei lavoratori agli incrementi di valore aggiunto conseguiti dalle imprese nelle quali operano. In questo modo, dunque, il rilancio della nostra economia passerebbe attraverso un rinnovato rafforzamento del lavoro, superando quella lunga fase storica in cui si è ritenuto, invece, che una maggior crescita economica fosse più facilmente raggiungibile attraverso una sua svalutazione.

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Fonti
- Banca d'Italia
- OCSE
- Carocci Editore
- Commissione Europea
- CISL
© Riproduzione riservata
Autore
Docente di Economia politica all’Università Pontificia Salesiana, esperto di temi ambientali. Già docente alla Sapienza di Roma, studia economia dello sviluppo e il settore dei rifiuti. Autore di saggi su cooperazione, partecipazione e sostenibilità.
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