Ex Ilva, la Corte d'Appello decide il destino degli altiforni di Taranto

A Taranto migliaia di lavoratori rischiano il licenziamento mentre la Corte d'Appello di Milano decide sulla sospensione degli altiforni entro il 16 settembre.

Un altoforno industriale si raffredda sotto un cielo blu scuro, con un operaio solitario in primo piano.
Un impianto che si spegne lentamente, mentre il destino di Taranto resta sospeso.
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Dopo 14 anni di crisi e passaggi di proprietà, l'ex Ilva affronta un nuovo snodo decisivo. La sospensione dell'area a caldo, i licenziamenti sospesi e le proposte contrastanti di sindacati, imprese e istituzioni delineano scenari opposti per il futuro dello stabilimento di Taranto e dei suoi lavoratori.


Dalla gestione Riva alla proprietà pubblica

Da 14 anni la vicenda dell'ex Ilva accompagna la storia industriale italiana. Per 17 anni la famiglia Riva ha gestito lo stabilimento di Taranto realizzando ampi profitti, ma nel 2012 il commissariamento riporta l'azienda sotto il controllo dello Stato, con l'area a caldo sotto sequestro per motivi ambientali e i bilanci in perdita. Nel 2018 il gruppo franco-indiano ArcelorMittal rileva l'impresa, ma l'abolizione dello scudo penale voluta dal governo Conte nel 2019 porta alla rescissione del contratto. Da allora lo Stato torna a gestire lo stabilimento attraverso Invitalia, senza però una prospettiva industriale definita.

Negli ultimi anni l'attuale Governo ha tentato di rivendere l'azienda, finora senza risultati concreti. Restano in corsa il fondo americano Flacks Group, il gruppo indiano Jindal con un'offerta vincolante sull'intero perimetro, il gruppo ceco CE Industries e la cordata italiana guidata da Federacciai, che riunisce 15 imprese nazionali interessate solo all'area a freddo.

I licenziamenti sospesi e il tavolo a Palazzo Chigi

Venerdì scorso 28 aziende dell'indotto, riunite nell'associazione Aigi, hanno inviato 2.500 lettere di licenziamento ai lavoratori dello stabilimento di Taranto, dopo la decisione del Tribunale di Milano di sospendere l'area a caldo. Di fronte alla gravità della situazione, martedì 8 settembre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha incontrato imprese, enti locali e sindacati proponendo un tavolo permanente per lo sviluppo del territorio.

Le aziende hanno accettato di sospendere i licenziamenti in attesa della decisione dei giudici milanesi, mentre Mantovano ha collegato il futuro dello stabilimento alla decarbonizzazione tramite i forni elettrici alimentati a DRI, senza escludere un intervento diretto dello Stato nella futura società, a condizione di un piano industriale solido.

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Da 14 anni l'ex Ilva vive una crisi che si è aggravata negli ultimi giorni con l'invio di 2.500 lettere di licenziamento all'indotto di Taranto e il tentativo del Governo di aprire un tavolo permanente per congelare la vertenza.

Lo scontro giudiziario sugli altiforni

Alla Corte d'Appello di Milano è in corso l'udienza sull'istanza di sospensiva presentata da Acciaierie d'Italia e Ilva Spa contro lo spegnimento degli altiforni. Per le due società, fermare un impianto a ciclo continuo significherebbe chiuderlo definitivamente, vanificando le decisioni del legislatore e disperdendo le risorse pubbliche investite negli anni. Gli avvocati degli undici cittadini che hanno promosso la causa ambientale sostengono invece che un impianto si può sempre sostituire, mentre la salute delle persone no.

Il collegio giudicante, composto diversamente rispetto a quello che il 27 luglio aveva disposto il fermo degli impianti entro 90 giorni, ha prorogato la decisione fino al 16 settembre, data oltre la quale inizieranno le procedure di raffreddamento degli altiforni. Nel frattempo, le due società hanno presentato ricorso anche in Cassazione, ma sperano soprattutto in un esito rapido davanti alla Corte d'Appello.

Le proposte in campo tra sindacati, Regione e imprese

Sul tavolo restano posizioni molto distanti. Il segretario generale dei metalmeccanici Cisl chiede che lo Stato resti azionista di maggioranza, coinvolgendo partecipate come Eni, Enel, Leonardo e Fincantieri, mantenendo il ciclo produttivo attuale e sostituendo gradualmente gli altiforni con i forni elettrici, e definisce la cordata guidata da Federacciai l'anticamera di uno spezzatino industriale. I sindacati di base e una parte della sinistra non riformista chiedono invece la chiusura definitiva degli impianti, la bonifica del territorio a carico dello Stato e forme di sostegno al reddito fino alla pensione, come proposto dal sindaco di Taranto.

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La decisione della Corte d'Appello di Milano sugli altiforni, attesa entro il 16 settembre, si intreccia con posizioni opposte di sindacati, Regione Puglia e Confartigianato sul futuro industriale e sociale del territorio.

La Regione Puglia, costituitasi davanti alla Corte d'Appello, si è rimessa ai giudici per la totale decarbonizzazione dell'impianto, dopo aver chiesto a fine luglio di respingere i reclami delle società. Di segno diverso la posizione di Confartigianato Taranto, che invita la città a costruire il proprio futuro indipendentemente dallo stabilimento, puntando su sgravi contributivi, formazione e politiche attive verso le imprese che assumono i lavoratori dell'indotto. In agosto erano emersi anche possibili investimenti nelle aree dismesse da parte di gruppi come Pirelli, Vestas, Renexia e Webuild, progetti che restano tuttavia ancora sulla carta.

Ex Ilva tra chiusura, cordata italiana e rilancio dell’offerta indiana di Jindal
La chiusura degli altiforni di Taranto fissata al 28 ottobre riapre la partita tra l’offerta di Jindal e la newco proposta da Federacciai.

Fonti

  1. ArcelorMittal Italia
  2. Invitalia
  3. Federacciai
  4. Governo Italiano - Presidenza del Consiglio dei Ministri
  5. Fim-Cisl
  6. Regione Puglia
  7. Confartigianato Taranto

© Riproduzione riservata

Autore

Angelo Colombini
Angelo Colombini

Esperto di energia e ambiente, già segretario generale FEMCA CISL e segretario confederale CISL. Dal 2022 è consigliere del CIV INAIL e presidente della Commissione Bilancio e Patrimonio; dal 2023 vicepresidente dell’Ente Bilaterale dell’Artigianato.

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