Ad agosto 120 morti sul lavoro, il caldo aggrava l'emergenza infortuni

Ad agosto sono morti almeno 120 lavoratori, venti per il caldo estremo, mentre donne e stranieri pagano il prezzo più alto.

Un lavoratore inginocchiato su un tetto sotto un sole enorme dai raggi simili a sbarre di ferro.
L'orologio del lavoro corre più veloce delle tutele contro il caldo.
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Dopo un primo semestre già segnato da infortuni in aumento e una lieve flessione dei decessi, l'estate 2026 ribalta il quadro. Il caldo estremo si somma alle disuguaglianze di genere, età e cittadinanza, trasformando agosto nel mese più letale per la sicurezza sul lavoro.


Il paradosso dei primi sei mesi, infortuni in crescita e decessi in calo

Quello che è successo ad agosto, e che sta proseguendo anche in questo inizio di settembre, ha spento sul nascere il cauto ottimismo emerso con la divulgazione dei dati Inail relativi al primo semestre del 2026. In quei primi sei mesi dell'anno si era registrata una flessione del 4,2% dei morti in occasione di lavoro rispetto allo stesso periodo del 2025. Una boccata d'aria smentita drammaticamente appena un mese dopo, quando i dati isolati sui primi sette mesi dell'anno hanno visto la diminuzione contrarsi a un misero -2,3%, evidenziando una chiara e preoccupante tendenza alla risalita.

I numeri del primo semestre avevano già messo in luce come la ripresa degli infortuni colpisca in modo asimmetrico, accanendosi sulle categorie di lavoratori storicamente e socialmente più fragili. Se consideriamo il quadro generale della forza lavoro (escludendo gli studenti), l'Inail ha registrato tra gennaio e giugno ben 213.985 infortuni in occasione di lavoro (+4,7% rispetto al 2025) e 49.166 infortuni in itinere (+8,8%). In totale, le denunce sono state 263.151, con una crescita complessiva del 5,45%. Sul fronte opposto, le denunce mortali totali sono scese da 495 a 470 (-5,1%), sintesi di 342 decessi in occasione di lavoro (-4,2%) e 128 in itinere (-7,25%). Il dato semestrale più significativo è racchiuso in un paradosso, perché abbiamo avuto circa 13.600 denunce di infortunio in più, pur registrando 25 denunce mortali in meno.

Tuttavia, l'illusione che l'aumento degli incidenti sia una banale conseguenza della crescita dell'occupazione viene smentita dai parametri scientifici. L'Inail calcola infatti 880 infortuni in occasione di lavoro ogni 100.000 occupati, contro gli 845 del primo semestre 2025, con un incremento netto del 4,1%, calcolato tenendo già conto dell'aumento dei posti di lavoro. Non si può quindi liquidare il problema dicendo semplicemente che “ci sono più persone al lavoro”.

⛑️
Nel primo semestre 2026 gli infortuni sul lavoro sono saliti mentre i decessi scendevano, ma il miglioramento premia quasi soltanto i lavoratori italiani. Donne, stranieri e over 70 registrano invece un peggioramento netto sia negli infortuni sia nei casi mortali.

Costruzioni in testa alle vittime, balzo nei servizi alle imprese

L'analisi dei settori economici impedisce inoltre di ridurre l'emergenza alla sola edilizia. Sebbene le costruzioni siano tornate tristemente al primo posto per denunce mortali (59 decessi, +6 rispetto al 2025), davanti a trasporti e magazzinaggio (47, stabili) e al manifatturiero (41, in calo di 9 unità), la crescita degli infortuni non mortali è trasversale. L'Inail segnala incrementi significativi nella sanità e assistenza sociale (+5,3%), nei trasporti e logistica (+4,8%), nel commercio (+3,8%), nei servizi di supporto alle imprese (+2,8%), nell'alloggio e ristorazione (+2,7%), seguiti da costruzioni (+2,6%) e manifatturiero (+1,6%). Sul fronte dei decessi spicca l'inquietante balzo dei servizi di supporto alle imprese, che passano da 14 a 25 morti, un incremento che sfiora l'80% e che solleva forti dubbi sull'efficacia di strumenti come la patente a crediti, oggi obbligatoria esclusivamente per il comparto edile.

Donne, lavoratori stranieri ed età, dove la disuguaglianza si fa numero

I dati diventano ancora più impietosi quando si analizzano le variabili di genere, cittadinanza ed età, confermando che la mancanza di sicurezza colpisce i soggetti più vulnerabili. La crescita degli infortuni tra le donne (+6,2%, da 66.405 a 70.528) è superiore a quella degli uomini (+4,0%, da 137.959 a 143.457), tanto che quasi un terzo delle denunce totali riguarda ormai le lavoratrici. Anche nei casi mortali, a fronte di un calo della componente maschile (-5,6%, da 338 a 319), le morti tra le donne sono aumentate del 21,1%, passando da 19 a 23.

La forbice si allarga ulteriormente se si guarda ai lavoratori stranieri. Per loro gli infortuni in occasione di lavoro crescono del 7,6% (contro il +3,8% degli italiani) e quelli in itinere dell'11,4% (contro il +8,1% degli italiani). Ma è sulla mortalità che la differenza si fa drammatica, perché i decessi dei lavoratori italiani scendono da 282 a 247 (-35), mentre quelli dei lavoratori stranieri balzano da 75 a 95 (+20). In altre parole, il miglioramento complessivo della mortalità nel primo semestre è interamente concentrato sulla componente autoctona; tra gli stranieri il numero dei morti aumenta sensibilmente, imponendo una riflessione profonda sulle tutele e sulle dinamiche di sfruttamento.

L'età anagrafica delinea un'altra tendenza allarmante. Gli infortuni non mortali colpiscono quasi tutte le generazioni, ma crescono soprattutto tra i 60-69 anni (+10,1%) e tra i giovani della fascia 20-29 anni (+6,7%). Per quanto riguarda le morti sul lavoro, il calo generale nella fascia centrale dei 40-59 anni (da 218 a 190) nasconde in realtà due picchi alle estremità della popolazione attiva, dato che tra i giovani (20-39 anni) i decessi salgono da 52 a 61, mentre tra i più anziani (60-74 anni) passano da 72 a 82. È impressionante il dato dei morti tra gli ultrasettantenni. Accanto all'agricoltore o al piccolo imprenditore privato che perde la vita nella propria ditta artigianale, emerge un'ipotesi sociale amara, perché il tema delle pensioni che non bastano più per arrivare alla fine del mese è, purtroppo, del tutto reale.

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Ad agosto il quadro è precipitato, con circa 120 morti sul lavoro in un mese e almeno 20 legati al caldo estremo. Le procure indagano sul mancato rispetto delle ordinanze anti-caldo, mentre la crisi climatica rende strutturale un'emergenza che un tempo sembrava solo estiva.

Il crollo di agosto e l'emergenza climatica sul lavoro

Questo scenario già fragile è letteralmente franato nel mese di agosto del 2026, che resterà negli annali per essere stato uno dei peggiori per la sicurezza e, contemporaneamente, il più caldo della storia dell'umanità. L'estate infinita che abbiamo vissuto ha dimostrato che il vecchio adagio “d'estate ha fatto sempre caldo” non regge più di fronte alla realtà climatica attuale.

Sebbene non sia ancora scientificamente possibile determinare con precisione quanto il caldo estremo abbia influito sull'ecatombe agostana, i dati non ufficiali divulgati dall'“Osservatorio sulle morti sul lavoro”, basati sulle notizie di stampa, parlano di almeno 120 infortuni mortali in un solo mese. Significa una media drammatica di 4 lavoratori morti al giorno. Di questi, almeno 20 decessi sarebbero direttamente riconducibili al calore inumano. I dati certificati Inail arriveranno solo tra molti mesi, dopo le verifiche di legge e l'accertamento del nesso di causalità, ma la storia recente insegna che i numeri ufficiali non si discosteranno molto da questa realtà. La burocrazia, purtroppo, viene superata dall'urgenza di un'emergenza che si aggrava di giorno in giorno.

In questo contesto, la magistratura sta indagando su diversi casi di palese inosservanza delle ordinanze regionali che, proprio per arginare il rischio stress termico, vietavano il lavoro in certe fasce orarie e in determinati settori. Queste morti non possono e non devono essere archiviate come semplici fatalità. Il problema del caldo estremo e prolungato è ormai una questione strutturale di vivibilità per l'intera popolazione e una minaccia diretta per chi lavora. I settori interessati non sono più soltanto l'agricoltura e le costruzioni, perché il pericolo investe chiunque operi all'esterno o in ambienti non climatizzati, dalla logistica ai servizi. Persino il mondo della scuola si è reso conto che, di questo passo, sarà impossibile pensare a edifici scolastici privi di aria condizionata.

Quello che gli scienziati ripetono inascoltati e che anni fa denunciava una ragazzina svedese seduta ogni venerdì mattina davanti alla sua scuola, non era una bizzarria ideologica. Era la cronaca del nostro presente. La speranza è che la consapevolezza di questa crisi si diffonda in modo strutturale e che non ci si dimentichi di chi muore di caldo e di lavoro al primo rinfrescare dell'aria. Perché maggio del 2027, inesorabilmente, arriverà.


Quando il caldo cuoce le uova sul muretto, il lavoro deve fermarsi
Ordinanze regionali frammentate e fasce orarie rigide non bastano più contro il caldo estremo che rende il lavoro insopportabile e pericoloso.

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Fonti

  1. Inail
  2. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering
  3. Lavori Pubblici
  4. Assicurazione.it
  5. L'Espresso
  6. Sky TG24
  7. Certifico
  8. Money.it

© Riproduzione riservata

Autore

Giovanni Luciano
Giovanni Luciano

Già segretario generale nazionale FIT CISL e segretario confederale CISL. È consigliere del CIV INAIL e presidente di Fast-Confsal, dell’Osservatorio Confsal per la sicurezza sul lavoro e dell’associazione More Safe.

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