L'Europa investe poco in adattamento climatico nonostante 250 miliardi di danni
Gli eventi climatici estremi sono costati all'Europa 250 miliardi in cinque anni, ma il Green Deal privilegia ancora la decarbonizzazione rispetto alla resilienza.
Il cambiamento climatico ha già causato 250 miliardi di euro di danni in Europa negli ultimi cinque anni, ma le politiche europee restano concentrate sulla riduzione delle emissioni. L'autore propone di rafforzare gli investimenti nell'adattamento dei territori e nella ricerca su tecnologie low carbon europee.
Il 2026 conferma la nuova normalità climatica dell'Europa
I record europei di caldo nel 2026 hanno superato quelli del 2024 e del 2025. Copernicus Climate Change e la statunitense NOAA documentano da almeno dieci anni la nuova normalità del clima, con l'aumento della temperatura dei mari e degli oceani associato a fenomeni estremi come uragani, piogge torrenziali, inondazioni e siccità prolungate, oltre allo scioglimento accelerato dei ghiacci in Artico, Antartide, Tibet, Alpi, Ande e Alaska. La crescita della temperatura in Europa risulta doppia rispetto alla media globale.
L'effetto complessivo si traduce in perdite di vite umane e danni a infrastrutture e insediamenti urbani, alluvioni, incendi, erosione costiera, calo delle produzioni agricole e della pesca. Secondo l'Agenzia Europea per l'Ambiente, gli eventi climatici estremi hanno provocato almeno 250 miliardi di euro di danni in Europa negli ultimi cinque anni. L'agenzia stima che servano investimenti di almeno 70 miliardi di euro l'anno per i prossimi vent'anni, avvertendo che ogni rinvio fa salire i costi, fino a 140 miliardi l'anno.
Il Green Deal riduce le emissioni ma trascura l'adattamento dei territori
È evidente l'urgenza dell'adattamento e della resilienza dell'Europa alla nuova normalità del clima, a prescindere dalle cause del cambiamento climatico. Eppure le priorità e la gestione del Green Deal europeo restano inadeguate per prevenire i danni degli eventi estremi, perché le misure e i finanziamenti per l'adattamento hanno avuto un ruolo marginale rispetto a quelli per la riduzione delle emissioni.
Il Green Deal ha accelerato la decarbonizzazione dell'Europa, che oggi contribuisce al 6,4% delle emissioni globali. Ma la decarbonizzazione dell'economia non ha protetto i territori europei dagli eventi climatici estremi, perché il cambiamento del clima è un fenomeno globale che dipende prevalentemente da Cina, India, Stati Uniti, Russia e Giappone, oltre che dalle economie emergenti come Indonesia e Brasile. L'ulteriore riduzione del 55% delle emissioni europee entro il 2030 contribuirebbe a un calo di circa l'1% delle emissioni globali, con un effetto marginale sulla concentrazione atmosferica di CO2.
Come ricordato nella Strategia dell'Unione Europea per l'Adattamento ai Cambiamenti Climatici del 2021, arrestare tutte le emissioni di gas serra non impedirebbe comunque gli effetti dei cambiamenti climatici già in atto, che proseguiranno per decenni.
Le infrastrutture necessarie per proteggere i territori europei
Le misure per proteggere l'Europa dagli eventi climatici estremi richiedono un'inversione delle priorità del Green Deal, perché la resilienza è una condizione chiave per la sicurezza, la modernizzazione e la competitività dell'economia europea. Servono soluzioni e tecnologie innovative per modificare gli usi del suolo e aggiornare le infrastrutture critiche ereditate dal secolo scorso, tra cui:
- adeguare o rilocalizzare le infrastrutture (acqua, energia, ferrovie e autostrade, reti elettriche) esposte ad alluvioni e frane
- proteggere le coste dall'erosione e dall'innalzamento del livello del mare
- de-cementificare le aree urbane per aumentare il drenaggio delle acque di pioggia
- raccogliere le acque di pioggia in bacini di laminazione per ridurre il rischio di alluvioni e utilizzare le acque in periodi di siccità
- desalinizzare l'acqua del mare per gli usi in agricoltura, generazione elettrica e industria
- proteggere gli ecosistemi naturali e le produzioni agricole, in particolare nella regione mediterranea anche con l'impiego di colture resistenti alla tropicalizzazione e al degrado dei suoli
- difendere gli ecosistemi naturali nelle regioni montuose (Alpi, Pirenei, Carpazi) dall'erosione e dai rischi di desertificazione per lo scioglimento dei ghiacciai
- tutelare le foreste dalle già estese patologie connesse alla combinazione dello stress termico con l'azione di parassiti e insetti, e riforestare le aree devastate dagli eventi climatici estremi
- assicurare servizi ben distribuiti e rifugi climatici per affrontare le crisi provocate dalle ondate di calore
Attualmente la protezione dei territori è affidata ai singoli Stati membri, con il supporto di interventi una tantum della protezione civile europea. I paesi con maggiori risorse potranno attrezzarsi meglio di quelli con minore capacità di debito, per evitare una futura UE Climate Divide serve un Nuovo Next Generation UE sostenuto da un debito comune.
Ricerca, brevetti e sicurezza energetica per un'Europa competitiva
Occorre chiedersi se sia davvero necessario stressare ulteriormente l'economia europea per la riduzione delle emissioni, dal momento che il rispetto dei target del Green Deal ha effetti marginali sul clima globale e nel frattempo costringe l'Europa a importare oltre il 90% delle materie prime e delle tecnologie necessarie, con costi marginali molto alti.
Invece di restare condizionata dai target, l'Europa dovrebbe concentrare le risorse sulla ricerca di soluzioni low carbon made in Europe, puntando sulla competitività nei mercati delle economie a maggiore intensità di carbonio, a partire da Cina, India e Stati Uniti. Si tratta di un patrimonio poco valorizzato, le università e i centri di ricerca europei dispongono di ampie competenze scientifiche e tecnologiche. Come ha ricordato Ursula von der Leyen, la quota globale dell'Europa nelle domande di brevetto è alla pari con quella di Stati Uniti e Cina, ma solo un terzo di queste viene effettivamente sviluppato.
In questa prospettiva i target dovrebbero diventare obiettivi non vincolanti, con priorità inferiore rispetto alla resilienza e alla ricerca su tecnologie low carbon made in Europe. L'Europa importa il 57% dell'energia che consuma, di cui il 67% sotto forma di prodotti petroliferi e il 24% di gas naturale. La sicurezza e l'autonomia energetica richiedono una strategia ibrida che integri le fonti rinnovabili con la crescita del nucleare e con l'aumento dell'estrazione di gas naturale autoctono, coerentemente con la tassonomia verde approvata nel 2022.

Fonti
- Copernicus Climate Change Service
- NOAA
- Agenzia Europea per l'Ambiente
- Commissione Europea
- ANSA
- NextGenerationEU
- Parlamento Europeo
© Riproduzione riservata
Autore
Già ministro dell’Ambiente nel governo Monti, ha ricoperto ruoli apicali in ENEA e al Ministero dell’Ambiente. Esperto di clima ed energia, è stato senior research fellow ad Harvard e protagonista delle politiche italiane sullo sviluppo sostenibile.
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