In Italia si disperde quasi metà dell'acqua nella rete idrica
Le perdite idriche italiane restano tra le più alte d'Europa, mentre tariffe basse frenano gli investimenti necessari per ammodernare la rete.
Quasi metà dell'acqua immessa nelle reti italiane si disperde prima di arrivare agli utenti, soprattutto al Sud. Le tariffe restano tra le più basse d'Europa e gli investimenti pubblici, sostenuti dal PNRR, non bastano a colmare il fabbisogno stimato in trenta miliardi di euro.
L'acqua scarsa che l'Italia non riesce a gestire
L'acqua rappresenta una condizione materiale della vita. La presenza e l'accesso all'acqua potabile, l'affidabilità dei servizi igienico-sanitari, la sostenibilità dell'ecosistema e l'efficienza delle reti idriche garantiscono un'esistenza dignitosa a ogni persona, con un impatto positivo sulla salute, sull'alimentazione, sulla sicurezza e sui diritti umani.
Con l'emergenza climatica che avanza, l'acqua è un elemento sempre più prezioso e l'Italia, con oltre nove miliardi di metri cubi l'anno, non riesce a preservarla e gestirla in modo sostenibile.
Ogni anno una quota considerevole dell'acqua immessa nelle reti di distribuzione italiane viene dispersa prima di raggiungere gli utenti finali. Secondo gli ultimi dati Istat risalenti al 2022, il servizio gestito direttamente dai Comuni o enti locali presenta perdite idriche totali in distribuzione pari al 45% del valore immesso in rete. Nelle gestioni specializzate, il valore delle perdite in distribuzione è complessivamente inferiore e pari al 41,9%.
Il Sud Italia paga il prezzo più alto delle perdite idriche
Tale criticità strutturale è più marcata nel Meridione. Nel 2022 le perdite più elevate si sono registrate in Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%). I livelli di dispersione più bassi sono stati nella Provincia autonoma di Bolzano (28,8%), in Emilia-Romagna (29,7%) e in Valle d'Aosta (29,8%).
Reti vecchie e gestione frammentata dietro lo spreco
Le perdite idriche sono causate dal deterioramento delle infrastrutture, dato che la rete italiana degli acquedotti si estende per 425 mila chilometri e un 25% supera i 50 anni. Una rete colabrodo, vittima dell'inefficienza e dell'incapacità del farraginoso e frammentato sistema di governance di investire nelle infrastrutture idriche, che si manifesta in particolare nelle gestioni pubbliche tra quelle in economia, realizzate direttamente dagli enti locali, e quelle cosiddette in house, ossia operate da Spa ma controllate dal pubblico.
I gestori dei servizi idrici per uso civile sono 2.110, di cui 1.738 in economia (82,4%), ovvero Comuni ed enti locali in prevalenza nel Sud Italia, e 372 gestori specializzati (17,6%), con il compito di svolgere almeno uno dei seguenti servizi idrici pubblici, prelievo e distribuzione dell'acqua potabile, fognatura, depurazione delle acque reflue urbane.
Tariffe basse frenano gli investimenti nella rete idrica
A questo limite gestionale si aggiunge la limitata capacità di investimento dei gestori pubblici, con un basso livello di finanziamenti statali disponibili. Il servizio idrico è finanziato principalmente dalle tariffe pagate dagli utenti, definite attraverso uno specifico meccanismo regolatorio dell'Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente applicato nei diversi territori. Tali risorse devono coprire i costi di gestione del servizio e sostenere gli investimenti necessari per l'ammodernamento e la digitalizzazione delle infrastrutture.
In Italia, la tariffa media nazionale era di 2,1 euro per metro cubo nel 2023 ed è salita a 2,5 euro per metro cubo nel 2024. Nonostante l'incremento, il livello tariffario rimane tra i più bassi in Europa. In Danimarca e in Germania le reti sono più efficienti, con una dispersione idrica intorno al 5%, e tariffe, aggiornate al 2024, rispettivamente di 11 euro e 6,3 euro per metro cubo. Questi dati dimostrano la relazione stretta e positiva tra il livello delle tariffe idriche e gli investimenti, poiché i Paesi con tariffe più alte tendono a investire di più, sia nel periodo 2017-2021, prima del PNRR, sia nel periodo successivo 2021-2025.
Nel 2023 gli investimenti medi pro capite realizzati dai gestori del servizio idrico italiano sono stati pari a 72 euro per abitante, di cui 59 euro finanziati attraverso la tariffa e 13 euro tramite fondi pubblici. Nel 2024 gli investimenti per abitante sono saliti a 84 euro, nonostante il calo della spesa finanziata da tariffe a 53 euro, grazie a un maggiore finanziamento pubblico pari a 31 euro. L'aumento del sostegno pubblico è stato favorito dal PNRR, che ha previsto 1,9 miliardi di euro per interventi di riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione dell'acqua, compresa la digitalizzazione e il monitoraggio delle reti, da realizzare nel periodo 2024-2026, risorse però non sufficienti a migliorare il servizio di gestione della rete idrica, anche alla luce della dimensione degli attuali fenomeni siccitosi.
Dopo il PNRR serviranno miliardi per ammodernare le reti
Concluso il PNRR, la capacità di investimento per l'ammodernamento del sistema idrico non potrà essere sostenuta soltanto dalla tariffa pagata dai cittadini e da irrisori fondi statali. Secondo alcune stime di Arera e di Utilitalia, il fabbisogno complessivo di investimenti sarà di circa 6 miliardi di euro all'anno, ovvero circa 30 miliardi di euro per i prossimi 5-10 anni. Una cifra necessaria per ammodernare le reti, ridurre le perdite e garantire la resilienza climatica.

Ti interessa? Leggi anche qui ⬆️
Fonti
- ISTAT
- Il Sole 24 Ore
- ARERA
- Università Cattolica del Sacro Cuore
- Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti
- Italpress
© Riproduzione riservata
Autore
Laureato in Scienze Politiche, PHD in Diritto delle Relazioni di Lavoro (Fondazione Marco Biagi Università Modena e Reggio Emilia). Presidente di Ripensiamo Roma, opinionista, ambientalista.
Iscriviti alla newsletter di PuntoEduca | Informare. Innovare. Crescere.
Rimani aggiornato con la nostra selezione dei migliori articoli.
