Il prezzo del petrolio sale ma l'economia italiana regge ancora
Il petrolio torna sopra gli 87 dollari al barile, ma l'Italia regge grazie a riserve, sconti sulle accise e nuovi investimenti energetici.
Tra le crisi di Hormuz e del Mar Rosso, il prezzo del petrolio risale ma resta lontano dai picchi del 2022. L'Italia ha attinto alle riserve strategiche e ridotto le accise, mentre il vero nodo dei prossimi mesi riguarda la disponibilità di prodotti raffinati più che i prezzi.
Il rincaro dei carburanti e lo scontro politico sui rincari
Mentre scriviamo, il prezzo della benzina in modalità self service è schizzato oltre i 2 euro al litro, e il gasolio costa ancora di più. In un solo giorno il Sole 24 Ore ha registrato un rialzo del petrolio del 3,72%, arrivato a 87,22 dollari al barile. Siamo ancora lontani dai 126,41 dollari al barile toccati lo scorso 30 aprile, il massimo dell'anno, ma la tendenza non è comunque rassicurante. Con il tradizionale esodo estivo alle porte, e con guerre una volta separate che oggi appaiono sempre più intrecciate, gli italiani saranno costretti a pagare caro il pieno.
Per fortuna esistono analisi come quella di Carlo Cottarelli, che tranquillizzano pur lasciando spazio a qualche riflessione, o meglio dovrebbero far riflettere coloro che, a sinistra, utilizzano l'argomento dei rincari per attaccare il Governo. Nemmeno fosse Giorgia Meloni, o il Ministro Tajani, il responsabile del blocco di Hormuz o dei recenti attacchi degli Houthi a Bāb el-Mandeb, nel Mar Rosso, contro petroliere e cargo occidentali. Beata incoscienza, verrebbe da dire, ascoltando le farneticanti accuse di Giuseppe Conte e dei suoi sodali, alcuni di complemento, come nel caso di Fratoianni e Bonelli, altri, pensiamo ad Arturo Scotto, ben appostati nel campo di Agramante. Quel PD di Elly Schlein sempre più incerto sulla rotta da seguire.
Perché l'economia italiana non ne risente quanto si temeva
Rispetto a questi piccoli giochetti, le parole di Cottarelli hanno il merito di accendere un po' di luce. La crisi iniziata a fine febbraio con l'attacco all'Iran, ha ricordato l'economista, non ha per ora causato, nonostante tutto, i danni economici devastanti che qualcuno aveva prospettato. Resta naturalmente il fastidio di un'inflazione che si concentra soprattutto su alcuni beni di consumo, ma nel complesso, almeno finora, l'economia italiana non è andata poi così male, considerando la gravità della situazione internazionale.
Nel primo trimestre la crescita è stata pari allo 0,3%, più o meno in linea con le medie europee. Nei due mesi successivi il trend dell'occupazione, della produzione industriale e delle costruzioni è apparso piuttosto buono. Sulla scorta dei nuovi dati Istat, in uscita nei prossimi giorni, si potrà vedere se questo giudizio potrà essere confermato, oppure dovrà essere corretto. Nel frattempo, restano da monitorare i due aspetti distinti del puzzle energetico, i prezzi e le quantità offerte.
Un prezzo del greggio che oscilla intorno ai 100 dollari al barile non è certo una buona notizia. Prima di allarmarsi, tuttavia, vale la pena ricordare che nel maggio del 2022, in coincidenza con la sciagurata operazione militare speciale di Vladimir Putin, le quotazioni avevano raggiunto i 125 dollari al barile, 140,3 se si considera l'inflazione. Per fortuna quello strappo era durato poco, e già nell'estate si era tornati sotto i 100 dollari. Resta pertanto da sperare che la doppia crisi in atto, tra Ucraina e Medio Oriente, possa in qualche modo attenuarsi.
Come il mondo ha finora assorbito lo shock di Hormuz e del Mar Rosso
Se così non fosse, sarebbero guai seri. In questa bonaccia c'è comunque qualcosa che non torna. La situazione geopolitica è ben più grave di quella del 2022, mentre il suo impatto sul quadro complessivo è risultato, almeno finora, meno violento. Il FMI, tramite Jean-Marc Natal e Azim Sadikov, si è posto questo interrogativo ed è giunto a una conclusione. Finora l'impatto della chiusura di Hormuz e degli attacchi Houthi nel Mar Rosso non è stato devastante perché la maggior parte dei Paesi non direttamente coinvolti nel conflitto tra Stati Uniti e Iran ha potuto ridurre le proprie riserve strategiche, facendo così fronte alla minore offerta di petrolio.
Non va dimenticato che la sola chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto il flusso di circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati, un quinto del consumo globale. Gli espedienti adottati per aggirare il blocco, come l'invio del petrolio saudita tramite l'oleodotto verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, o quello degli Emirati Arabi Uniti verso il porto di Fujairah, fuori dallo stretto, hanno compensato solo una frazione dei volumi persi a Hormuz.
Nei tre mesi iniziati a marzo, il crollo della disponibilità di greggio è stato pari a 13,6 milioni di barili al giorno. Fortunatamente, nel periodo precedente ne erano stati prodotti in più circa 2 milioni, per cui il vuoto di produzione è risultato pari a 11,6 milioni di barili al giorno. Quel vuoto è stato colmato in parte dalle maggiori esportazioni di altri Paesi, come USA, Russia e Venezuela, per 1,7 milioni di barili, in parte dalla compressione dei consumi, soprattutto nei Paesi asiatici, per 5,8 milioni, e in parte dalla riduzione delle riserve, per 4,1 milioni, che da sole vi hanno contribuito per oltre il 35%. Volumi che andranno ricostituiti prima della stagione invernale.
In Italia la riduzione delle riserve strategiche è stata pari al 13,5%, e la relativa copertura è scesa di conseguenza da 90 a 67 giorni. Il Paese ha inoltre agito sui prezzi, riducendo in un primo momento le accise sulla benzina e sul gasolio, e in questi ultimi giorni solo sul diesel, per contenere i costi di produzione soprattutto nei trasporti e in agricoltura. Scelte difficili e, forse, dal punto di vista economico generale, salvo nel caso del diesel, non del tutto corrette, ma rese necessarie di fronte alla levata di scudo delle opposizioni e al loro gioco demonizzante. Gli ultimi dati confermano, del resto, il carattere strumentale di quelle proteste. Si è già detto che il prezzo più recente del petrolio è stato pari a 87,22 dollari al barile, ma se si tiene conto dell'inflazione, in termini reali rispetto al picco del 2022, quei valori si riducono di almeno un 20%, un elemento che avrebbe dovuto sdrammatizzare la situazione e consentire di analizzarla con maggiore freddezza.
Il vero rischio è la carenza di prodotti raffinati, non i prezzi
Ed è proprio questo il problema descritto da Davide Tabarelli quando afferma, in un'intervista al Corriere della Sera, che il problema più grave non è tanto rappresentato dai prezzi quanto dalla possibile carenza di prodotti finiti nei prossimi mesi. Se questo è vero, e noi non abbiamo dubbi, più che sui prezzi bisogna agire sull'offerta, riattivando alcune raffinerie, aumentando la produzione di petrolio e gas in Basilicata e l'estrazione di gas nel mar Adriatico e in Sicilia. Quindi, aggiungiamo, a differenza delle preoccupazioni di Cottarelli, utilizzando quel prestito di 20 miliardi, 6 quest'anno e 14 l'anno successivo, concesso dall'Europa, per realizzare tutti gli investimenti necessari sia nella rete elettrica che nelle rinnovabili.
Non basteranno da soli, certo, ma grazie a quel volano si potranno incentivare gli investimenti privati che servono, si pensi solo alla produzione domestica di energia elettrica, colmando in tal modo il gap che ancora ci divide dai Paesi più avanzati. Al momento esistono già delle formule di incentivazione, pari al 50% del costo in 10 anni, quindi il 5% l'anno, ma grazie ai nuovi finanziamenti queste percentuali possono cambiare. Non tanto aumentando la percentuale dell'incentivo, quanto riducendo il tempo del rimborso. Se questo avvenisse in 5 anni, lo sconto in fattura sarebbe del 10% l'anno. Considerando un investimento pari a 8 mila euro, per un impianto che produce 3 KW di energia, il risparmio sarebbe pari a 800 euro l'anno, più o meno il costo medio della bolletta di casa per 12 mesi.

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Fonti
- Il Sole 24 Ore
- Today.it
- Fondo Monetario Internazionale
- Associated Press
- Istat
- Radio Libertà
- SolareB2B
© Riproduzione riservata
Autore
Già giornalista economico e alto funzionario della Camera dei deputati, ha diretto Servizio Studi e Bilancio. È stato sottosegretario al MEF, capo dipartimento a Palazzo Chigi e presidente di Enel Stoccaggi. Autore di numerosi saggi.
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