La scuola italiana perde autorevolezza tra riforme e scarsi investimenti
Dacia Maraini denuncia la crisi di autorevolezza degli insegnanti italiani, tra stipendi bassi, riforme instabili e la necessità di ritrovare passione autentica.
L'intervento di Dacia Maraini al Giffoni Film Fest riaccende il dibattito sulla perdita di autorevolezza della scuola italiana, tra basse retribuzioni, riforme discontinue e mancanza di visione unitaria. L'articolo ripercorre le radici storiche di questa tensione e il ruolo decisivo della passione docente.
La denuncia di Dacia Maraini al Giffoni Film Fest
Capita frequentemente che, parlando di scuola e considerando che non vi sia cittadino che non abbia vissuto in prima persona questa esperienza, si sentano pareri, giudizi e valutazioni sul mondo dell'istruzione provenienti da chi si improvvisa spesso censore dell'intero sistema, senza però averne concretamente titolo e ragionata motivazione.
La scuola, infatti, è il luogo di esercizio della formazione sociale di ogni individuo, e come tale richiede visione, progettualità, competenza, interazione e, soprattutto, una specifica professionalità e una forte passione. È proprio su questi due ultimi aspetti che si concentra l'autorevolezza sociale della scuola, a partire dal contratto formativo con cui essa si offre ai suoi diretti utenti, ovvero gli studenti e le loro famiglie.
Sulla professione docente è intervenuta di recente al Giffoni Film Fest, l'annuale rassegna del cinema per ragazzi, Dacia Maraini che con forza ha evidenziato la sensibile perdita di autorevolezza della scuola di oggi, fenomeno ancora più serio e grave se si pensa a come l'istruzione sia il fondamento del quadro sociale del Paese. La scrittrice individua il cuore della questione nella figura dell'insegnante, vero motore delle dinamiche formative, che nel tempo è venuta a perdere progressivamente quella necessaria considerazione, dovuta come condizione di base per la costruzione di relazioni aperte ed efficaci con alunni, studenti e famiglie. L'insegnante in Italia viene poco retribuito (rispetto per esempio ai colleghi degli altri paesi europei) e più in generale non si investe abbastanza in tutta l'istruzione. Inoltre è molto labile una visione unitaria e coerente dell'intero sistema, in perenne fibrillazione tra una riforma e l'altra per ragioni che hanno a che fare col dibattito politico più che con un pensiero pedagogico vero e proprio.
L'insegnante è costretto ad attraversare questi sfondi culturali e se ne deve mettere a servizio costringendosi a rinnovare le priorità del proprio mestiere, non senza subirne frustranti conseguenze.
Le radici storiche del dibattito, dal 1962 a oggi
È pur vero che tale condizione non è nuova nel nostro Paese. Lo storico Luigi Ambrosi, per esempio, ricostruendo recentemente il dibattito parlamentare che ha portato nel 1962 all'istituzione della scuola media unica, ricordava, tra l'altro, la battaglia attorno al latino come indicatore di un modello di scuola selettiva che avrebbe dovuto continuare a preferire canali formativi differenziati in base a capacità e volontà, come documentato sulla Rivista di storia dell'educazione del 2023.
Tra scuola del sapere e scuola delle competenze
Gli insegnanti attorno a questo tema già all'epoca si dividevano tra il modello di una scuola del sapere (il latino non per tutti, appunto) e quello di una scuola dell'essere (l'accesso unificato per tutti e non soltanto per i più capaci). La serie di riforme che da allora ha accompagnato il processo di innovazione degli apprendimenti è giunta oggi ad una situazione non del tutto dissimile, una scuola che valuta la quantità dei saperi (quella degli oramai dismessi Programmi Nazionali, ancora oggi non poco rimpianta e che si concretizza nel modello didattico prevalente della lezione frontale) e una scuola che progetta e opera l'apprendimento per competenze (quella invece delle Indicazioni Nazionali, che mette in atto didattiche innovative che lavorano sul coinvolgimento, sull'inclusione, sulla condivisione di pratiche che elaborano i saperi e ne fanno strumenti del fare piuttosto che immobili scaffali della memoria).
A questa contraddizione di fondo il mestiere dell'insegnante reagisce oggi, con formidabile resilienza, sul secondo aspetto della professione accennato all'inizio: la passione. L'insegnamento non è una professione che può essere sostenuta senza passione e senza le fatiche e la complessità che ciò implica.
Il ruolo decisivo della passione, tra Recalcati e i nuovi linguaggi
Per comprenderne bene il senso basterà ricordare la tesi espressa da tempo dallo psicanalista Massimo Recalcati, da sempre molto vicino alla scuola e ai suoi meccanismi interiori. Per Recalcati l'oggetto della professione docente non è il sapere, ma il desiderio del sapere. Senza questo tipo di coinvolgimento emotivo la conoscenza, soprattutto nella società attuale dove i linguaggi si sono velocemente conformati ai modelli social-digitali, resta un principio da tenere in vetrina, retaggio, per le nuove generazioni, di un passato nostalgico che caratterizza quegli ormai anziani padri, zii, nonni che per ripristinare lo smartphone devono chiamare i nipoti e contrattare con loro il reset tecnologico.
L'autorevolezza (e non certo l'autorità) dell'insegnante va ricostruita su questo versante, giorno per giorno, attraverso l'esempio, l'impegno e il coinvolgimento perché se è vero che i media digitali hanno in qualche modo atrofizzato e compresso i linguaggi della comunicazione, allo stesso modo hanno allenato i giovani ad una diversa e molto più rapida velocità di elaborazione e incrocio di concetti, e in tal senso richiede costante reciprocità tra le due figure del maestro e dell'allievo.
La lezione di Sciascia e la sfida per il futuro della professione
Lo sanno bene gli insegnanti ai quali tuttavia non è ancora abbastanza riconosciuta nel dibattito istituzionale questa nuova professionalità. Il rischio rimane la frustrazione di cui parla Maraini, capace di condurre allo smarrimento la categoria della classe docente, finendo per compromettere l'efficacia dell'intero sistema. Un sentimento che venne a suo tempo espresso con straordinaria efficacia letteraria nelle parole di un grande maestro italiano, Leonardo Sciascia, che così raccontava lo spirito del suo quotidiano impegno di insegnante elementare: "Qui, in un remoto paese della Sicilia, entro nell'aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie" (Le parrocchie di Regalpetra, 1956).

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Fonti
- Giffoni Film Festival
- Treccani
- Rivista di storia dell'educazione
- Ministero dell'Istruzione e del Merito
- Massimo Recalcati - sito ufficiale
- Adelphi Edizioni
© Riproduzione riservata
Autore
Dirigente scolastico, formatore e pubblicista, ha insegnato Comunicazione di massa all’Università di Messina ed è stato consulente per la didattica del cinema. Oggi fa parte del Comitato Tecnico-Scientifico dell’ANDiS.
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