La relazione Panetta, una lezione di economia per la politica italiana

Il Governatore della Banca d'Italia smonta i facili ottimismi e i catastrofismi, e mette in fila i nodi irrisolti dell'economia nazionale.

Figura in giacca scura china su un bacino traboccante d'acqua che scorre via sul terreno arido
Le riserve quadruplicate e il surplus che defluisce all'estero anziché alimentare il mercato interno
Indice dei contenuti

Le «Considerazioni finali» di Fabio Panetta offrono un'analisi rigorosa della situazione internazionale e italiana, respingendo sia il trionfalismo di governo sia il catastrofismo di opposizione. Il vero problema, secondo il Governatore, resta la stagnazione della domanda interna, alimentata da decenni di politica salariale squilibrata.


La pedagogia di Panetta e la piramide dei problemi internazionali

Le forze politiche italiane (ma soprattutto l'opposizione) dovrebbero riflettere meglio sull'ultima Relazione della Banca d'Italia e sulle «Considerazioni finali» del suo attuale Governatore, Fabio Panetta. Quella lettura, negli austeri saloni di Palazzo Koch, non solo è stata una lezione di economia. È stata soprattutto un rito laico che si rinnova fin dal 1984, anno in cui il Direttore della Banca pro tempore espose, per la prima volta, le sue «Considerazioni».

Da quel testo emerge chiaramente la complessità dell'attuale situazione: quell'intreccio di problemi che segnano la trama di una sorta di piramide. Al vertice i grandi cambiamenti geopolitici in atto, quindi una realtà europea in larga misura disallineata di fronte ai gravi problemi da affrontare ed infine l'Italia. Quest'ultima cerca in qualche modo di reagire, con quel grande masso sulle spalle che è rappresentato da un doppio condizionamento estero: internazionale (basti pensare alle conseguenze della chiusura dello stretto di Hormuz) ed europeo, con i ritardi di Bruxelles nel muoversi in quelle «terre incognite» di cui, in passato, aveva parlato Mario Draghi.

Di quell'intervento, al di là dei numeri dell'economia, è necessario cogliere soprattutto la pedagogia. In un mondo così complesso, sempre più segnato da un'incertezza sistemica, le semplificazioni eccessive servono a poco. Possono soddisfare il palato poco raffinato di qualche militante incattivito, ma allontanano un numero crescente di persone di buon senso dalla politica. Li spingono a cercare altrove le risposte ai loro problemi. Anche all'estero, se necessario.

💡
Fabio Panetta offre alle forze politiche italiane una lezione di rigore analitico: né catastrofismo né trionfalismo. I dazi di Trump si sono rivelati un boomerang per i consumatori americani, mentre l'Europa si muove con lentezza insostenibile di fronte a un mondo che accelera

I dazi di Trump come mezzo fallimento e la lentezza insostenibile di Bruxelles

Umberto Eco, nel prendere in giro gli intellettuali di regime, era solito distinguere tra «apocalittici» ed «integrati». I primi segnati da una sindrome catastrofistica, i secondi pronti a giurare di vivere sempre nel migliore dei mondi possibili. Concetti che, nella loro sintesi, non potevano far altro che elidersi reciprocamente. È quanto oggi accade alla politica: da un lato chi esalta le «magnifiche sorti progressive» dell'azione di governo; dall'altra chi, come il vecchio Gino Bartali, ripete il mantra: «l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare». Senza poi essere in grado di indicare una qualche vera ricetta.

Nelle parole del Governatore non troverete traccia di un dilemma così fasullo. Rigorosa l'analisi della situazione internazionale, senza catastrofismo. Finora i danni sono stati limitati, ma il barometro volge al peggio. Il che suggerisce una politica «wait and see», specie per quanto riguarda quella monetaria. Ma anche la necessità di riflettere su quel salto di paradigma rappresentato dalla diffusione dell'Intelligenza Artificiale, le cui conseguenze saranno di gran lunga più distruttive di qualsiasi precedente innovazione tecnologica.

C'è poi l'esistenza di una matassa quanto mai aggrovigliata. Si guardi alla situazione degli Stati Uniti. Le teorie di Stephen Miran, il grande guru MAGA di Donald Trump, si sono dimostrate un mezzo fallimento. La politica dei dazi era stata pensata per proteggere le famiglie e le imprese americane dall'assalto competitivo degli altri Paesi. Al tempo stesso doveva garantire nuove entrate federali per far fronte ad una finanza pubblica sempre più sofferente, dopo la grande crisi del 2008. Ed invece, come dice il Governatore, «il 90 per cento» del loro onere «è ricaduto su consumatori e imprese americani». Mentre deficit di bilancio e debito pubblico hanno toccato nuovi record. Non certo un capolavoro.

Ma se Washington piange, Bruxelles non ride. I ritardi accumulati in Europa (dalla traballante architettura del Patto di stabilità alla farraginosità dei processi decisionali) sono tali da risultare sempre meno giustificabili. Siamo in presenza di un pachiderma che si muove con una lentezza esasperante, in un mondo in cui i processi sono accelerati come mai. Dove antiche gerarchie sono continuamente rovesciate. E potenze regionali, come l'Iran o l'Ucraina, sono in grado di fronteggiare, con successo, le due super potenze del tempo andato.

Il PIL italiano cresce più della media europea pro capite, ma i catastrofisti non lo dicono

L'Italia deve fare tutto ciò che può per accelerare i necessari cambiamenti in quella governance. Ma al tempo stesso misurarsi con le debolezze, presunte e reali, del suo sistema economico. In questo caso il catastrofismo, continuamente sbandierato dalla sinistra, è cattivo consigliere. «Dal 2019 l'economia italiana — scrive il Governatore — ha mostrato una significativa capacità di tenuta. Nonostante la pandemia e lo shock energetico del 2022, il PIL è cresciuto di oltre il 6 per cento: un risultato in linea con la media dell'area dell'euro in termini aggregati, ma superiore su base pro capite.» La maggiore crescita dei livelli di occupazione ha più che compensato la perdita di potere d'acquisto dei salari. Diagnosi che fa a pugni con la giaculatoria di sinistra, più volte sentita, sulla caduta della produzione industriale, aumento della povertà, crescita delle disuguaglianze, incremento della pressione fiscale e via dicendo.

Nessun trionfalismo, tuttavia. Di fronte ai cambiamenti che si intravedono all'orizzonte, è necessario attrezzarsi per tempo. La ricetta di Bankitalia si concentra sulla politica dell'offerta: maggiore crescita della produttività; maggiori investimenti; crescita dimensionale delle imprese; nuove Start-up. Ed al tempo stesso un maggior impegno nella formazione, indispensabile per governare le nuove tecnologie legate all'impiego, sempre più assorbente, dell'Intelligenza Artificiale. Che, a sua volta, richiede ingenti consumi di energia. Per cui l'impegno nazionale ed europeo in questo campo sarà determinante.

Nulla da eccepire in proposito. I dubbi riguardano solo il «come». Sulla necessità di una rinnovata presenza dello Stato in economia non vi sono dubbi. Il problema sono, ovviamente, le modalità: per non ripetere gli errori del passato. L'interrogativo è se tutto ciò sia, pure, sufficiente. È lo stesso Governatore ad interrogarsi quando dice che «per rendere duraturo l'aumento dell'accumulazione non può però mancare il contributo del settore privato.» Il che non significa solo investimenti ed esportazioni, ma soprattutto domanda interna, nella sua componente maggioritaria rappresentata dai consumi delle famiglie.

💡
L'Italia ha retto meglio di quanto l'opposizione ammetta, ma il vero nodo resta irrisolto: la domanda interna ristagna, le riserve valutarie sono quasi quadruplicate in un decennio e il surplus prodotto non è mai stato distribuito equamente tra lavoratori e imprese.

Riserve valutarie quadruplicate e surplus non distribuito, il circolo vizioso della stagnazione

Alla sua relativa crescita, più che a quella delle esportazioni, sono legate le sorti del PIL. Se non altro per gli effetti cumulativi che essa alimenta. È, infatti, evidente che gli investimenti cresceranno di più se vi sarà un mercato da soddisfare. In una economia che ristagna è difficile chiedere al singolo imprenditore di rischiare il proprio capitale. Allora il problema assume una caratura diversa: non se una crescita della domanda interna sia necessaria, ma se sia possibile. Se il sistema economico, in altre parole, produce le risorse necessarie per garantire ai propri cittadini un tenore di vita migliore.

«La posizione netta sull'estero dell'Italia — scrive il Governatore — è migliorata: ampiamente debitoria dieci anni fa, è divenuta creditoria, raggiungendo il 15 per cento del PIL.» In effetti, nel 2013 la posizione debitoria dell'Italia era pari al 23,4% del PIL. In poco più di un decennio, quindi, il miglioramento è stato pari a quasi 40 punti di PIL. Un successo enorme che trova il suo riscontro nell'andamento delle riserve valutarie. Allora (dicembre 2013) ammontavano a poco più di 100 miliardi di euro. Lo scorso aprile erano state pari a quasi 390. Quasi quattro volte tanto. E con una percentuale sul PIL di quasi il 18%.

Il segno tangibile di una politica tendenzialmente deflazionistica, quale quella praticata in questo arco di tempo, destinata a produrre una lunga stagnazione: questa la spiegazione. Ad essa hanno indubbiamente contribuito le regole del Patto di stabilità, seppure in parte giustificate dall'eccessivo debito pubblico italiano. Ma soprattutto una politica salariale che non ha distribuito, in modo equo, il surplus prodotto.

Qui appaiono tutti i limiti di una politica sindacale (soprattutto della CGIL) più orientata verso lo scontro ideologico che non alla contrattazione. Ne hanno beneficiato soprattutto le imprese dislocate nei punti alti dello sviluppo capitalistico, che hanno incassato proventi eccezionali. Da far rifluire poi sui mercati internazionali, sotto forme di investimenti finanziari, non trovando in Patria le condizioni favorevoli per aumentare la loro produzione, a causa di una domanda effettiva tendenzialmente stagnante. Quel circolo vizioso che, ancora oggi, l'economia italiana si porta dietro. E che sarebbe necessario rimuovere proprio per favorire quella riconversione produttiva auspicata, con grande forza, dal Governatore nel suo intervento.

Lo zero virgola permanente: anatomia di un’economia ferma
L’Italia chiude il 2025 con una crescita dello 0,7%, metà dell’eurozona. Stagnazione strutturale, produttività ferma, disuguaglianze in aumento: i problemi sono profondi e la politica economica finora quasi impercettibile.

Ti interessa? Leggi anche ⬆️


Fonti

  1. Banca d'Italia — Relazione Annuale
  2. ISTAT
  3. Consiglio dell'Unione Europea — Patto di stabilità e crescita
  4. U.S. Energy Information Administration
  5. Commissione Europea — Rapporto Draghi sulla competitività
  6. OCSE — Intelligenza Artificiale
  7. Federal Reserve
  8. Tesoro degli Stati Uniti
  9. CGIL

© Riproduzione riservata

Autore

Gianfranco Polillo
Gianfranco Polillo

Già giornalista economico e alto funzionario della Camera dei deputati, ha diretto Servizio Studi e Bilancio. È stato sottosegretario al MEF, capo dipartimento a Palazzo Chigi e presidente di Enel Stoccaggi. Autore di numerosi saggi.

Iscriviti alla newsletter di PuntoEduca | Informare. Innovare. Crescere.

Rimani aggiornato con la nostra selezione dei migliori articoli.

Controlla la tua casella di posta e conferma. Qualcosa è andato storto. Riprova.

Abbonati per partecipare alla discussione.

Crea un account gratuito per diventare membro e partecipare alla discussione.

Hai già un account? Accedi