Il Far West dei carburanti in Italia: 22mila distributori senza una vera regia

Oltre 22.000 impianti, tra inefficienze e ritardi nella decarbonizzazione. Il vero nodo della rete carburanti italiana è nel riparto di competenze tra Stato e Regioni, che da anni frena riforme e investimenti.

Un distributore di carburante vintage abbandonato al centro di una strada desertica da Far West, con stivali da cowboy in primo piano.
La rete carburanti italiana: 22.000 impianti, nessuno sceriffo. Tra Stato e Regioni che si contendono la competenza, riformare il settore assomiglia sempre più a un duello senza vincitori.
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La rete distributiva dei carburanti italiana conta oltre 22.000 impianti stradali e autostradali, molti dei quali obsoleti e inadeguati rispetto agli standard europei. Qualsiasi riforma efficace si scontra con il riparto costituzionale delle competenze tra Stato e Regioni, in un conflitto strutturale che da decenni rallenta modernizzazione e decarbonizzazione del settore.


Il caro carburante e il decreto d'urgenza del marzo 2026

Il rincaro dei prezzi al consumo degli impianti di distribuzione carburanti, conseguente alla grave crisi mediorientale in corso, ha posto sotto la lente di ingrandimento un settore da sempre fortemente attenzionato dalla politica. La questione dei prezzi dei carburanti e i sospetti di speculazione che ogni volta emergono in queste situazioni di complessa dinamica internazionale non sono oggetto di questo articolo, ma vale la pena citare il Decreto-Legge n. 33 del 18 marzo 2026, contenente "Disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali", ossia il provvedimento con cui il Governo italiano è intervenuto per tamponare gli aumenti dei prezzi di benzina, gasolio e gpl, prorogato fino al 1° maggio 2026 nella seduta del Consiglio dei Ministri il 3 aprile.

Si tratta di una misura temporanea la cui efficacia è oggetto di discussione, ma è evidente che, anche in previsione della sua conversione in legge da parte del Parlamento nonché di eventuali ulteriori interventi governativi, ogni iniziativa sarà strettamente legata all'evoluzione e, speriamo, alla fine della guerra in Iran.

Di certo, anche la rete distributiva dei carburanti rientra nel più ampio oggetto del dibattito attuale su quanto si dipenda dall'approvvigionamento delle fonti fossili per soddisfare il fabbisogno di energia in Italia, anche per il rifornimento dei veicoli. Una rete distributiva, quella del nostro Paese, con caratteristiche specifiche che, con pregi e difetti, la rendono specifica rispetto a tante altre realtà europee; una rete che, da tempo immemore, vive (o sopravvive?) a svariati tentativi di riforma per renderla più moderna, competitiva e decarbonizzata. Tali progetti, calati dall'alto per volontà del legislatore, dovevano esaurirsi nel giro di pochi anni, ma si sa, come disse Giuseppe Prezzolini: "In Italia non c'è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo".

La crisi mediorientale ha riacceso i riflettori su una rete distributiva dei carburanti che l'Italia trascina da decenni senza una direzione condivisa. Oltre 22.000 impianti stradali e autostradali, molti obsoleti e scarsamente integrati con soluzioni elettriche e sostenibili, registrano un gap di efficienza rispetto ai modelli di Germania, Francia e Gran Bretagna.

Oltre 22.000 impianti e il confronto con le reti distributive europee

Nel passato (tra gli anni '50 e gli anni '70), il settore della distribuzione dei carburanti era sottoposto al regime concessorio prefettizio e registrava una consistenza di circa 40.000 punti vendita, tra stradali e autostradali. Erano troppi e sono stati elaborati disegni più o meno ambiziosi di riforma, con l'obiettivo di fornire ai cittadini un numero meno ridondante di impianti, purché dotati di servizi moderni, qualificati, green ed efficienti, cercando di seguire a volte mode effimere e altre volte, per fortuna, il progresso tecnologico, tanto che oggi si cerca, almeno in teoria, di spingere alla diffusione di prodotti non fossili, come l'elettrico, i biocarburanti, gli e-fuels e l'idrogeno.

È vero che negli anni c'è stata un'importante riduzione dei punti vendita, anche in concomitanza con la liberalizzazione del mercato, ma ancora oggi molti operatori del settore e le istituzioni ritengono che si debba fare di più, anche per colmare un gap di efficienza in confronto con le reti distributive di Germania, Gran Bretagna e Francia. A tal proposito, occorre ricordare qualche dato sull'attuale consistenza della rete: l'Anagrafe carburanti (istituito con la Legge sulla concorrenza n. 124/2017) certifica che gli impianti sulla rete ordinaria e autostradale risultano essere più di 22.000.

Accanto a quest'ultima piattaforma gestita dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Unem (Unione Energie per la Mobilità) ha elaborato uno studio intitolato "Una rete carburanti diversa è possibile?" che offre una panoramica interessante relativa alle caratteristiche della rete distributiva dei carburanti italiana. In particolare, lo studio analizza la rete a livello nazionale e regionale, compara i distributori italiani con quelli degli altri paesi europei ed evidenzia diverse criticità legate alla distribuzione dei carburanti in Italia, quali l'inefficienza, una diffusione ridotta di infrastrutture di ricarica elettrica e di combustibili sostenibili ai fini della decarbonizzazione, una copertura limitata di attività commerciali integrative e di servizi innovativi per auto e utenti e una dotazione ancora residuale di infrastrutture (fotovoltaico e eolico) relative all'efficientamento energetico degli stessi distributori.

Criticità evidenziate dallo studio a livello numerico e che possono essere d'aiuto al tavolo di confronto tra il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e le Associazioni del settore, un tavolo in piedi già da tempo e che dovrebbe portare il Governo all'elaborazione di un disegno di legge di riforma con l'obiettivo, attraverso obblighi e incentivazioni, di razionalizzare e modernizzare gli impianti di carburanti. Di provvedimenti legislativi così ambiziosi se ne contano tanti e, tra questi, si segnalano quelli contenuti nel D.lgs. 32/98 (modificato più volte) e nel Decreto Ministeriale del 31 ottobre 2001.

Il riparto costituzionale del 2001 e il conflitto Stato-Regioni

Il problema riscontrato, al di là di possibili difetti nella stesura degli articolati, non sempre impeccabili, sta nell'attuazione. Il vulnus è lì. Quanto di ciò che venne previsto è stato realizzato?

Il problema è nel sistema ordinamentale italiano, soprattutto a seguito della riforma costituzionale del 2001. La Legge n. 3/2001, intervenendo sull'art. 117 della Costituzione, ha ripartito le potestà legislative per materia tra Stato e Regioni. La distribuzione dei carburanti, facente parte del commercio, è rientrata tra le materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato e, pertanto, la loro potestà legislativa è esclusiva delle Regioni. Curioso ciò, considerato che la rete carburanti è un anello della filiera dell'energia, energia che invece fa parte delle materie di legislazione concorrente.

Ne consegue che l'organo che legifera in questo ambito è la Regione, ovviamente nel rispetto dei principi nazionali e comunitari, mentre lo Stato non potrebbe intervenire neanche per dettare indirizzi in materia (se non per quanto concerne le materie di propria potestà legislativa, come sicurezza, ambiente, concorrenza), cosa che avviene invece nell'ambito della legislazione concorrente.

Il vero ostacolo alla modernizzazione non è tecnico né finanziario, ma ordinamentale. La riforma costituzionale del 2001 ha assegnato alle Regioni la competenza esclusiva sulla distribuzione dei carburanti, generando decenni di conflitti con lo Stato e ricorsi alla Corte Costituzionale.

Ci si chiede, allora, come possa lo Stato disciplinare puntualmente le regole del settore, ma di fatto accade, anche con iniziative d'imperio e non sempre in cooperazione con chi ha l'investitura costituzionale, per l'appunto le Regioni. Regioni che, quasi tutte, in questi anni, sono intervenute a più riprese con leggi e deliberazioni di programmazione su come razionalizzare e modernizzare la rete stradale e autostradale dei carburanti, ognuna esercitando la propria autonomia e con disposizioni più o meno omogenee anche in relazione alle caratteristiche orografiche del proprio territorio. Le stesse hanno svolto anche un ottimo lavoro di coordinamento, non solo tra loro, ma, quando le è stato possibile, anche con il potere centrale, rafforzando il ruolo della Conferenza delle Regioni. Nonostante ciò, i casi di ricorsi davanti alla Corte Costituzionale sono stati numerosi, generando l'ormai famoso "Conflitto Stato-Regioni" su competenze e funzioni.

Si pensi a chi deve investire nella distribuzione dei carburanti in un determinato territorio, sia per realizzare una nuova stazione di servizio che per modernizzarne una esistente. Ha la necessità di barcamenarsi tra le norme dello Stato e quelle della Regione territorialmente competente, a volte in contrasto tra loro, senza dimenticare gli ulteriori regolamenti da rispettare redatti dall'Ente proprietario della strada (ai sensi del Codice della Strada) e dall'Ente amministrativo (Comune, che spesso disciplina la materia con uno specifico Piano carburanti e/o Piano della mobilità, in coordinamento con il Piano Regolatore Generale).

In alcuni casi, si è dovuto attendere l'esito del contenzioso presso la Corte Costituzionale per capire quali regole applicare (su tutte la Sentenza n. 105/2016 in merito alla disfida tra Stato italiano e Regione Lombardia), disincentivando così programmi di investimento qualificanti per il servizio ai cittadini.

Due proposte per riformare

Da questo quadro sintetico si evince che la situazione è veramente complessa e il timore è che, senza le dovute accortezze, una nuova riforma, per quanto apprezzabile, possa incappare nel solito problema di conflitto di competenze e di ricorsi.

Due suggerimenti, allora, potrebbero essere avanzati. In primis, qualunque iniziativa nazionale di legislazione in materia dovrebbe coinvolgere, fin dall'inizio dei lavori, tutti gli Enti competenti, a partire dalla Conferenza delle Regioni e dall'ANCI. Lavoro complesso e lungo, è vero, ma ne vale la pena, visto che, dopo decenni, le aspettative sono ancora lontane dall'essere traguardate. In secundis, agevolare i lavori normativi e di interazione tra Stato e Regioni, valutando l'opportunità di ricondurre esplicitamente la distribuzione dei carburanti, che peraltro rientra tra i servizi pubblici essenziali, tra le materie dell'Energia e, pertanto, sotto la legislazione concorrente. Non servono modifiche della Costituzione, per fortuna, ma solo un "chiarimento" a riguardo.

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È un approccio metodologico da adottare, se si vuole sciogliere l'annoso nodo, perché altrimenti nessuna norma di modernizzazione e decarbonizzazione delle stazioni di servizio sarà efficace su tutto il territorio italiano. Tra qualche anno ci ritroveremo, ancora una volta, a discutere di un problema che doveva essere provvisorio e che ormai bisogna rassegnarsi a considerare definitivo.

Fonti

  1. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana
  2. Governo italiano - Consiglio dei Ministri
  3. MASE
  4. UNEM - Unione Energie per la Mobilità
  5. MIMIT
  6. Normattiva
  7. Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome
  8. ANCI - Associazione Nazionale Comuni Italiani
  9. Corte Costituzionale della Repubblica Italiana
  10. Senato della Repubblica
  11. Wikipedia

© Riproduzione riservata

Autore

Massimiliano Giannocco
Massimiliano Giannocco

Nato e residente a Roma. Laureato in Economia aziendale a Roma Tre, con Master in Istituzioni Parlamentari alla Sapienza. Si occupa di rapporti istituzionali. Ha pubblicato diversi libri di poesie in italiano e romanesco.

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