Rinvio del carbone al 2038 e la sfida della sicurezza energetica italiana
La crisi dello Stretto di Hormuz obbliga l'Italia a posticipare l'uscita dal carbone. Ancora una volta, un'emergenza esterna rivela la mancanza di una strategia energetica nazionale coerente, integrata e trasparente.
La crisi nello Stretto di Hormuz ha spinto il Governo italiano a posticipare la chiusura delle centrali al carbone al 2038, una scelta presentata come inevitabile per garantire la continuità elettrica in caso di riduzione delle forniture di gas. L'impatto sulla decarbonizzazione è definito marginale, ma la vicenda riapre il dibattito irrisolto su nucleare, rinnovabili e sfruttamento delle risorse fossili nazionali. Il confronto con le scelte energetiche di Francia, Croazia, Albania e Grecia mette in luce i ritardi strutturali dell'Italia.
Il rinvio al 2038 come risposta alla crisi dello stretto di Hormuz
La decisione del Governo italiano di rinviare al 2038 la chiusura delle centrali a carbone è l'inevitabile conseguenza della guerra nel golfo Persico e del blocco dello stretto di Hormuz. Conseguenza inevitabile perché la riduzione dell'approvvigionamento di gas può essere compensata da impianti immediatamente disponibili per la produzione stabile fino ad almeno 25 TWh, al fine di assicurare la continuità dell'erogazione di elettricità ed evitare i rischi di black out. L'impiego del carbone potrà coprire tra l'8% e il 10% circa della produzione di elettricità, nel caso in cui l'apporto del gas naturale dovesse scendere sotto il 35% rispetto all'attuale 42%, e la ulteriore crescita delle fonti rinnovabili del 20%, invece, non potrà avvenire in tempi rapidi, in quanto il piano di sviluppo di TERNA per il potenziamento della capacità di connessione alla rete di impianti rinnovabili avrà i primi effetti a partire dal 2030.
E' necessario inoltre evidenziare che, nell'attuale assetto delle capacità di accumulo (1,065 GW impianti utility scale), la stabilità e la continuità della produzione dalle centrali termoelettriche assicurano il back up per le fonti rinnovabili intermittenti. La riduzione in tempi rapidi della produzione ricavata dalle stesse centrali avrebbe effetti negativi sulla generazione elettrica da fotovoltaico ed eolico.
L'effetto marginale del carbone sulla decarbonizzazione e il ruolo del CSS-C
E' stato osservato che il rinvio al 2038 è in controtendenza rispetto alla decarbonizzazione dell'economia italiana. A questo proposito, va rilevato che l'elettricità copre il 22% dei consumi energetici, con un 10% di elettricità prodotta dal carbone corrispondente a circa il 2% dei consumi di energia in Italia. In altre parole, l'impiego delle centrali a carbone per coprire la ridotta disponibilità di gas avrà un effetto marginale sul percorso di decarbonizzazione. Inoltre, considerando che la quantità di carbone può essere ridotta di almeno il 50% con l'impiego in co-combustione del CSS-C derivato dalla valorizzazione energetica dei rifiuti non pericolosi, l'intensità di carbonio della produzione di elettricità si riduce ulteriormente.
Sicurezza energetica, rinnovabili e nucleare nell'approccio integrato necessario all'Italia
Detto questo, la crisi dello Stretto di Hormuz richiede di affrontare finalmente in modo trasparente e responsabile i nodi della sicurezza energetica dell'Italia. L'evoluzione delle tecnologie, della competizione nel mercato globale dell'energia e del processo di decarbonizzazione, richiedono in Italia un approccio integrato tra crescita delle rinnovabili, sviluppo del nucleare, estrazione e raffinazione delle risorse fossili nazionali.
Queste sono le linee di azione per consentire sia la crescita di competenza e competitività del Paese, sia la riduzione della dipendenza dalle importazioni. I piani di sviluppo di TERNA 2025-2034 e post 2034 dovranno assicurare contestualmente all'aumento dell'elettricità disponibile (dal 22% del 2025 ad almeno il 40% dei consumi energetici nel 2034) la riduzione dell'intensità di carbonio dell'elettricità prodotta attraverso sia l'aumento della capacità di connessione alla rete degli impianti rinnovabili sia la generazione stabile e continua del back up "carbon free" per le rinnovabili con almeno il 10% di elettricità da impianti nucleari (30 TWh).
Mentre l'Italia importa il 75% dell'energia nucleare, la Francia ha attualmente una dipendenza inferiore del 40% ed una posizione avanzata sia nello sviluppo dei reattori di terza generazione (è prevista la costruzione di almeno 6 nuovi European Pressurized Reactors entro il 2035-2050) sia nella progettazione e realizzazione di Small Modular Reactors.
L'Italia ha le competenze e, da poco, anche una società pubblica "Nuclitalia" (costituita da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo) dedicata alla ripresa del nucleare. Ma manca la decisione politica sulla procedura da adottare per l'individuazione dei siti e le autorizzazioni. Una decisione che dovrebbe essere presa considerando il valore aggiunto degli impianti nucleari nelle strategie di decarbonizzazione, sia per l'aumento dell'elettricità "carbon free" sia per il supporto nelle produzioni industriali ad alta intensità di carbonio ("hard to abate").
Le estrazioni di gas in Adriatico e il confronto con i Paesi vicini
Nel frattempo, Croazia, Albania e Grecia trivellano ed estraggono gas nell'Adriatico e nel mare Ionio (complessivamente sono stimate riserve attorno ad almeno 400 miliardi di metri cubi) assicurando sia la riduzione della dipendenza energetica (la Croazia copre il 50% della domanda interna) sia in prospettiva una posizione competitiva nel mercato del gas naturale. L'Italia estrae dagli stessi mari, e con molte difficoltà, circa 2 miliardi di metri cubi.
I decreti dei Governi Monti e Renzi avevano introdotto misure finalizzate alla semplificazione delle procedure e autorizzato con rigorosi limiti ambientali le esplorazioni in Adriatico, ma il fronte del NO ha bloccato ogni tentativo di rendere autosufficiente e competitivo il Paese, privandolo di una risorsa strategica con farlocche motivazioni ambientali.

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Fonti
- Selectra
- Il Post
- ECCO Climate
- Euronews
- Startmag
- ElettricoMagazine
- Rinnovabili.it
- Il Sole 24 Ore
- Corriere della Sera
- ANSA
© Riproduzione riservata
Autore
Già ministro dell’Ambiente nel governo Monti, ha ricoperto ruoli apicali in ENEA e al Ministero dell’Ambiente. Esperto di clima ed energia, è stato senior research fellow ad Harvard e protagonista delle politiche italiane sullo sviluppo sostenibile.
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