Dopo 130 miliardi di incentivi alle rinnovabili, l'Italia ricomincia dal nucleare

Trentadue anni dopo il referendum, il fotovoltaico copre appena il 14% dei consumi italiani e nessun impianto convenzionale è stato spento. Nasce Nuclitalia.

Modello LEGO iperrealistico di una centrale nucleare, con cupola del reattore e torre di raffreddamento, illuminato da luce direzionale su fondo bianco.
Energia, costi e scelte industriali. Il prezzo dell’elettricità resta il punto di equilibrio tra investimenti, tecnologie e decisioni politiche di lungo periodo.
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Trent'anni di incentivi alle fonti rinnovabili non hanno cambiato la struttura del sistema elettrico italiano, ancora dipendente da impianti a gas per coprire i picchi di carico. La nuova società Nuclitalia, partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, riporta il nucleare al centro della politica energetica nazionale puntando sugli Small Modular Reactor.


130 miliardi di incentivi per il 14% dell'elettricità prodotta

I recenti accadimenti internazionali, a partire dall'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio 2022, fino al più recente attacco all'Iran da parte di Israele e Stati Uniti, con la conseguente chiusura ad oggi dello stretto di Hormuz (da cui transita, di fatto, circa un quinto del petrolio e del gas mondiale), hanno portato alla ribalta e polarizzato il dibattito sull'energia, ed in particolare, sulla robustezza del nostro sistema energetico. In passato, si era detto (e qualcuno ancora dice) che non avremmo avuto problemi, perché il sole ed il vento sarebbero stati gratis per tutti e avrebbero coperto il fabbisogno elettrico. Purtroppo, la verità è tutt'altra: dal 1990 ad oggi, il costo totale degli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili è stato pari a circa 130 miliardi di euro, a fronte di una produzione fotovoltaica ad oggi pari a 44,3 TWh, su un consumo totale di 311,3 TWh (pari a circa il 14,2%). Non solo, quanti impianti convenzionali sono stati spenti grazie a quelli fotovoltaici installati? Nemmeno uno, perché quando il sole non brilla (e magari il vento non soffia), tipicamente intorno alle 19 della sera quando inizia il secondo picco di richiesta della giornata sulla rete elettrica, altri impianti devono coprire la domanda. Se si tratta di avviare impianti 'pronti', come quelli idroelettrici (che però sono già sfruttati al massimo in Italia), o turbine a gas (che possono partire in pochi minuti, ma a bassa efficienza), si riesce a 'seguire' il carico variabile sulla rete, altrimenti un impianto che non può facilmente adattarsi alla rete, come un impianto a carbone o nucleare, occorre che stia sempre acceso (anche quando di sole ce n'è tanto).

L'energia elettrica è un bene prezioso che si accumula con molta difficoltà e a prezzi elevati, e che andrebbe prodotta quando e nella misura in cui serve, mantenendo dunque la rete elettrica sempre in equilibrio. In particolare, una fonte energetica, per essere tale, intanto deve produrre almeno 5 volte più energia di quella che è stata usata per produrla (e già qui l'energia fotovoltaica, ad esempio, è in seria difficoltà), e poi dovrebbe essere concentrabile, frazionabile, indirizzabile, continua e regolabile (e purtroppo le fonti rinnovabili in genere non dispongono di queste caratteristiche).

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Centotrent'anni di incentivi alle fonti rinnovabili hanno portato il fotovoltaico a coprire solo il 14% dei consumi elettrici italiani, senza che un solo impianto convenzionale venisse spento. La questione è fisica prima che politica: la rete elettrica richiede fonti continue, regolabili, capaci di seguire il carico variabile della giornata.

Questa lunga premessa non vuole mettere in discussione le energie rinnovabili in toto, ma si propone semplicemente di far comprendere al lettore medio, digiuno di certe cognizioni perché non addetto al settore, che la questione è probabilmente assai più complicata di come gliela hanno prospettata (e qualcuno ancora gli prospetta), e che certe cose andrebbero fatte con raziocinio e cognizione di causa. Negli ultimi 30 anni, il prezzo dell'energia in Italia non è diminuito affatto per gli utenti domestici e per le aziende energivore (perdendo in competitività), nonostante il Paese sia baciato dal sole, l'energia fotovoltaica sia gratis (fatto vero, solo che si omette di dire che è molto dispersa nel tempo e nello spazio e che quindi raccoglierla ha un costo non trascurabile) e gli investimenti per realizzarla siano stati massicci. Questi ultimi si sono semplicemente tradotti in oneri di sistema che ricadono sulle bollette elettriche degli utenti.

Quanto costerebbe coprire il carico di base con il nucleare

Fatto sta che un sistema elettrico basato sull'ideologia e sulla propaganda ci ha portato, tra le altre cose, ad abbandonare l'opzione nucleare e, come persino ammettono nella verdissima Germania di oggi, questo è stato di fatto un enorme errore, che abbiamo pagato e continueremo a pagare a lungo. Infatti, per coprire interamente il carico di base italiano (cioè quel livello di potenza elettrica sotto cui non si scende mai, nemmeno di notte), pari a circa 27000 MW, servirebbero una ventina di impianti nucleari di tipo APR-1400. Recentemente, negli Emirati Arabi Uniti (un Paese che non aveva già una infrastruttura nucleare) sono state realizzate 4 unità (5600 MW), ad un costo complessivo di 32 miliardi di dollari, ovvero a 5,71 milioni per MW installato, e con tempi di costruzione di circa 8-9 anni a unità. Ciò significa che per costruire quei famosi 20 impianti ci sarebbero voluti quasi 160 miliardi di euro, ma con una differenza rispetto alle rinnovabili: produrre energia di giorno e di notte (con fattori di capacità del 90%) fino a generare in un anno circa 221 TWh, pari al 71% dei 311,3 TWh annui corrispondenti al fabbisogno di energia elettrica in Italia.

Rispetto al costo per KWh nucleare, la IEA (l'Agenzia Internazionale per l'Energia) ha rilevato che questa tecnologia presenta uno dei costi più bassi fra le fonti di energia e senza dubbio il più basso per impianti già ripagati (circa il 60% del costo è costituito dall'ammortamento del costo dell'impianto), considerando i dati di 243 impianti in 24 nazioni.

L'industria nucleare italiana che fu e la questione delle scorie

In Italia, la gestione delle scorie nucleari è un tema che suscita generalmente reazioni allarmanti nell'opinione pubblica, sempre più disinformata e abbindolata dall'ideologia dello pseudo ambientalismo, che confonde tossicità con radioattività o che pensa che le scorie siano diverse dai rifiuti.

Si dovrebbe sapere che nel passato (dal 1963 al 1990) il nostro Paese ha già avuto una straordinaria industria nucleare, con quattro impianti nucleari (Trino Vercellese, Latina, Garigliano e Caorso), che hanno prodotto quasi 1900 tonnellate di combustibile irraggiato. Scorie ad alta attività che vanno comunque gestite nel territorio. Si è pensato, invece, di spedire questo materiale in Regno Unito e in Francia perché venisse 'riprocessato' (ovvero se ne estraesse il plutonio, che per loro è un combustibile MOX, cioè un combustibile misto di uranio e plutonio che alimenta i loro reattori) e vetrificato. La scelta, tecnicamente, non è errata: solo che, per legge, nessuna nazione si farà carico del combustibile irraggiato di altre nazioni, limitandosi a lavorarlo (in cambio di un adeguato corrispettivo in denaro) e poi a rispedircelo. E nel caso in cui il nostro Paese non dovesse riprendersi il materiale, andrebbe incontro ad ulteriori oneri economici.

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Gli impianti nucleari occidentali operano su principi radicalmente diversi dai reattori RBMK di Chernobyl, che non furono mai esportati fuori dall'Unione Sovietica. La nuova società Nuclitalia, con Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, punta sugli Small Modular Reactor per ridisegnare il mix energetico del Paese.

Alla fine, ciò che dovrebbe rientrare dal Regno Unito e dalla Francia sono circa 35 metri cubi di scorie vetrificate (più dei residui metallici compattati): nulla di drammatico, se si ha un deposito geologico o, perlomeno, di superficie, adeguato per gestirle. Purtroppo, su quest'ultimo punto, siamo in cronico ritardo, anche perché nessun governo ha ancora avuto il coraggio di identificare un sito finale e, nell'attesa che lo si realizzi, l'Italia dovrà dotarsi del Deposito Nazionale che ha un costo stimato di 1,5 miliardi di euro. Va detto, però, che senza un programma nucleare, il Deposito Nazionale è una spesa necessaria ma non produttiva: serve a gestire un'eredità esistente, ma non a sostenere nuova generazione elettrica.

Perché Chernobyl non prova la pericolosità del nucleare occidentale

Gli impianti nucleari occidentali hanno avuto standard elevati e progressivamente rafforzati, anche grazie alle lezioni apprese, e la loro sicurezza si basa sul principio della difesa in profondità: sistemi ridondanti e diversificati, barriere multiple di contenimento e, nei progetti più recenti, anche caratteristiche di sicurezza intrinseca e passiva. Basti pensare che gli impianti più moderni dispongono, fra le altre cose, di un edificio di contenimento (già da una cinquantina d'anni), costituito da strutture in calcestruzzo armato o precompresso, in molti casi con un liner metallico interno a tenuta controllata. Tali accorgimenti servono a tutelare l'ambiente dall'impianto in caso di rilasci accidentali significativi di radioattività e, al tempo stesso, a proteggere le funzioni essenziali di sicurezza dell'impianto da eventi esterni. Nei reattori di nuova generazione, anche scenari estremi come l'impatto di un grande aereo commerciale sono oggetto di specifiche verifiche progettuali.

Ma allora a Chernobyl? I reattori di tipo RBMK di Chernobyl erano impianti che non furono mai esportati fuori dall'Unione Sovietica, nemmeno nei paesi del COMECON. Si trattava di impianti per uso duale, per la produzione di energia ma anche di plutonio militare (cosa per cui gli impianti occidentali civili non erano progettati, né sarebbero mai stati accettati in Italia), che non disponevano di un edificio di contenimento vero e proprio. Oltre a questo limite, i reattori di tipo RBMK si presentavano come impianti moderati a grafite e raffreddati ad acqua (quelli occidentali sono moderati e raffreddati ad acqua), fornendo un coefficiente di reattività positivo: un fatto tecnico complesso da spiegare, che richiede conoscenze di fisica del reattore, ma in pratica significa che un piccolo difetto si autoalimenta e si magnifica nel tempo con legge esponenziale, rendendo la macchina intrinsecamente non sicura. Come se non bastasse, si aggiunga che, per risparmiare, le punte delle barre di controllo, necessarie allo spegnimento della reazione nucleare, erano di grafite, che invece, in quella configurazione, l'accelera. È come se un conducente di un veicolo, quando schiaccia il freno, prima di frenare accelera qualche secondo: chi di voi la guiderebbe? Eppure, nonostante tutto questo, se non fossero state violate regole operative fondamentali durante quel test, l'incidente molto probabilmente non si sarebbe verificato in quella forma. Forse non tutti sanno che l'incidente si verificò una notte, in cui del personale poco preparato decise di attuare un folle esperimento, già rifiutato da impianti simili in passato. La serie televisiva di HBO su Chernobyl descrive bene gli accadimenti. In pratica, l'incidente di Chernobyl non ha provato la pericolosità della tecnologia nucleare, ma la violenza di un sistema politico che la storia ha condannato.

Nuclitalia e il percorso verso il nucleare di nuova generazione

La questione nucleare nel nostro Paese è articolata e complessa, e meriterebbe adeguati approfondimenti per essere trattata. Qualcuno si appella ai referendum tenuti in Italia nel 1987 e nel 2011: un discorso troppo lungo da affrontare. Sta di fatto che i cittadini dovrebbero essere consapevoli e partecipi delle scelte che si fanno, specie su questioni che riguardano l'energia, che hanno un impatto significativo sulle loro vite e spesso per le decadi a venire. Tuttavia, un'opinione libera si può esprimere solo se prima si dispone di tutte le informazioni oggettive su un argomento. E invece qualcuno ha detto che la politica inizialmente fu l'arte di non far immischiare i cittadini in questioni che li riguardavano; in un'epoca successiva è diventata l'arte di farli decidere su questioni che non capiscono.

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Infine, l'Italia sembra aver cambiato politica in merito alla questione nucleare, avviando un percorso normativo dettagliato e coraggioso, finalizzato alla previsione di un Programma nazionale, di un'autorità di sicurezza davvero indipendente e di procedure di autorizzazione più snelle. Oggi, si parla tanto di piccoli reattori modulari (SMR), come se fossero qualcosa di completamente nuovo: in realtà, i principi fisici su cui si basano sono spesso simili a quelli degli impianti di larga scala. Ebbene, su queste tecnologie la nuova società Nuclitalia, partecipata da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%), avrà anche il compito di valutare i design più innovativi e maturi del nuovo nucleare sostenibile, con un focus iniziale sugli Small Modular Reactor (SMR) raffreddati ad acqua.

Fonti

  1. EIA - U.S. Energy Information Administration
  2. GSE - Gestore dei Servizi Energetici
  3. Terna
  4. IEA - International Energy Agency
  5. IAEA - International Atomic Energy Agency
  6. World Nuclear Association
  7. SOGIN
  8. Deposito Nazionale

© Riproduzione riservata

Autore

Vincenzo Romanello
Vincenzo Romanello

Ingegnere nucleare con dottorato di ricerca in Ingegneria dei Materiali. Vanta una lunga esperienza nella progettazione, nell’analisi di sicurezza e nell’ottimizzazione di sistemi energetici avanzati, con attenzione a innovazione e sostenibilità.

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