Il prof. Bianchi spiega come riconoscere il controllo nelle relazioni violente
Nel volume «Violenze invisibili» il prof. Bianchi indica i segnali del controllo, il peso del silenzio e il ruolo di scuola e adulti.
Presentato in un master di Roma Tre, il volume sostiene che molte violenze di coppia restano invisibili perché mancano gli strumenti per leggerle. Controllo, gaslighting e silenzio di chi osserva isolano la vittima, e l’ascolto non giudicante insieme all’attenzione della scuola può interrompere questo isolamento.
Il controllo che si presenta come cura
In questi giorni, nell’ambito del Master in Educazione affettiva e sessuale, clinica e forense per l’infanzia, l’adolescenza e la genitorialità, presso l’Università degli Studi Roma Tre, diretto dal prof. Matteo Villanova, è stato presentato il volume «Violenze invisibili», scritto dal nostro vicedirettore, prof. L. Bianchi.
“Professore Bianchi, perché abbiamo ancora bisogno di parlare di “violenza invisibile”?”
“Perché continuiamo ad associare la parola violenza soprattutto alla sua manifestazione fisica. Un pugno lo riconosciamo perché appunto lascia un segno visibile. Una minaccia esplicita anche. Molto più difficile è riconoscere una relazione nella quale il controllo viene esercitato lentamente, quasi senza rumore. Quando una persona viene continuamente svalutata, controllata, isolata o privata della propria autonomia economica, la violenza può non essere immediatamente riconoscibile neppure da chi la sta subendo. Questi meccanismi sono intimamente collegati al concetto di potere perché mirano all’annichilimento della vittima”.
“C’è un momento preciso in cui una relazione “normale” diventa violenta?”
“Non sempre esiste una linea netta. Questo è l’aspetto più insidioso. Alcuni comportamenti possono essere inizialmente presentati come attenzione, gelosia, preoccupazione, persino amore. “Voglio sapere dove sei perché mi preoccupo, ti chiedo di non vedere quella persona perché non mi fido, gestisco io i soldi perché tu sei più spendacciona”. È quello che in filosofia potremmo chiamare uno sguardo situato: non guardiamo mai l’altro da un punto di vista completamente neutro. Lo guardiamo attraverso la nostra esperienza, attraverso ciò che abbiamo imparato a riconoscere come amore, cura, rispetto. Se siamo cresciuti dentro relazioni in cui cura, rispetto e affetto sono stati la normalità, possiamo avere difficoltà a riconoscere la violenza quando si presenta in forme che non conosciamo. Possiamo persino interpretare il controllo come preoccupazione, la gelosia come amore, la rinuncia come una forma di cura. Può nascere una sorta di cecità dello sguardo: pensiamo di guardare l’esperienza dell’altro, mentre in realtà la stiamo attraversando con gli occhi della nostra”.
“Quindi anche la gelosia può diventare uno strumento di violenza?”
“La gelosia, da sola, non equivale alla violenza. Può diventare una giustificazione attraverso cui il controllo viene normalizzato. È una distinzione importante, perché altrimenti rischiamo di chiamare violenza qualsiasi conflitto di coppia. Dobbiamo guardare a ciò che accade concretamente: una persona può scegliere liberamente? Può frequentare gli altri? Può gestire il proprio denaro? Può esprimere un’opinione senza paura delle conseguenze? Sono domande semplici, ma spesso rivelatrici”.
Il gaslighting e la domanda che sposta la colpa
“C’è una frase che continua a tornare quando si parla di donne vittime di violenza: “Perché non lo lascia?”. È una domanda sbagliata?”
“È una domanda che rischia di spostare la responsabilità. La prima domanda dovrebbe essere perché quella persona esercita violenza. Poi dobbiamo chiederci quali ostacoli impediscono alla vittima di allontanarsi. Ci possono essere figli, dipendenza economica, isolamento, senso di vergogna e colpevolezza, minacce, paura. C’è anche qualcosa di più difficile da spiegare: una relazione violenta può contenere contemporaneamente paura e affetto, sofferenza e speranza. A questo si può aggiungere il gaslighting, una forma di manipolazione particolarmente insidiosa. Chi lo mette in atto porta l’altra persona a dubitare progressivamente persino di ciò che ha visto, sentito o ricordato. “Te lo sei immaginato”, “Non è mai successo”, “Sei troppo sensibile”, “Stai esagerando”. Ripetute nel tempo, frasi di questo tipo possono minare la fiducia che una persona ha nelle proprie percezioni, arrivando a credere di essere la causa dei maltrattamenti subiti, di non valere niente perché incapace di interrompere la relazione. Quando cominci a non fidarti più nemmeno di quello che senti o ricordi, diventa ancora più difficile riconoscere la violenza e chiedere aiuto. Per questo, forse, dovremmo smettere di chiederci soltanto perché una donna non lascia il proprio aggressore. Nella mitologia greca, Arianna dà a Teseo un filo per permettergli di ritrovare la strada fuori dal labirinto. Non gli indica semplicemente l’uscita, gli offre la possibilità di non perdersi. Forse è questa la differenza tra guardare una situazione da fuori e viverla dall’interno. Chi è fuori può vedere l’uscita con grande chiarezza e chiedersi perché la vittima non la attraversi. Ma chi è dentro può aver perso, poco alla volta, la possibilità di orientarsi”.
“E quando dopo un episodio di violenza arriva il pentimento?”
“È un passaggio che merita molta attenzione. Le scuse, le promesse, il cambiamento temporaneo del comportamento possono alimentare la speranza che quella sia stata un’eccezione. La persona può pensare: “Forse non succederà più, riuscirò a gestire anche questi momenti””.
Ascolto, silenzio degli altri e bambini che assistono
“Cosa dovrebbe fare, allora, una persona che si accorge che un’amica, una collega o una familiare potrebbe trovarsi in una situazione di violenza?”
“Prima di tutto ascoltare con empatia non giudicante, evitando comunicazioni o atteggiamenti che possano determinare una vittimizzazione secondaria, attraverso la minimizzazione dell’esperienza traumatica o l’attribuzione, anche implicita, di responsabilità alla vittima. Possiamo offrire aiuto, informazioni, contatti, farle sapere che le crediamo e che non è sola”.
“Anche il silenzio di chi sta intorno può diventare una forma di isolamento?”
“Può contribuire a rafforzarlo. Spesso le persone percepiscono dei segnali di allarme, ma preferiscono non intervenire. “Sono affari loro, lei lo conosceva, qualcuno gliel’aveva detto”. Sono frasi apparentemente innocue che generano un senso di vuoto e colpevolezza nella vittima enorme”.
“E i bambini?”
“Qui la questione diventa ancora più delicata. Un bambino può essere coinvolto nella violenza domestica anche quando non viene direttamente colpito. Sente, assiste, percepisce il clima. Può imparare che il controllo, le urla, le minacce fanno parte della vita familiare. Per questo gli adulti devono imparare ad ascoltare anche ciò che un bambino non riesce a dire”.
“Quanto può essere importante la scuola?”
“Molto. La scuola osserva i bambini nel tempo. Un insegnante può accorgersi di un cambiamento, di un comportamento insolito, di una paura che prima non c’era. Non significa attribuire automaticamente un significato a ogni comportamento. Significa non ignorare i segnali quando diventano persistenti e chiedersi che cosa ci sia dietro”.
Le parole da evitare e la domanda da porre
“C’è qualcosa che, secondo lei, gli adulti dovrebbero smettere di dire a una vittima di violenza?”
“Sì: “Devi essere forte per una volta nella tua vita, cerca di farti rispettare”. Una persona che vive violenza ha bisogno di essere sostenuta. Dovremmo smettere anche di chiederle perché ha sopportato così tanto. La domanda dovrebbe essere: “Come possiamo aiutarti adesso?””.
“Nel titolo del suo libro ha scelto la parola “invisibili”. Ma quanto sono davvero invisibili queste violenze?”
“In molti casi, non sono invisibili. Siamo noi che non abbiamo gli strumenti necessari per riconoscerle. Questo è un passaggio che mi sembra fondamentale. Una donna che smette di vedere le proprie amiche. Un uomo che controlla ogni spesa della compagna. Una persona che non prende più una decisione senza prima chiedere il permesso. Un telefono controllato continuamente. Non sono necessariamente prove di violenza, prese singolarmente. Possono essere segnali da intercettare e monitorare prima che la situazione degeneri”.
“Vorrei chiudere tornando alla domanda iniziale. Se non dobbiamo chiedere soltanto “perché non se ne va?”, quale domanda dovremmo avere il coraggio di fare?”
“Cosa ti impedisce di chiudere?”. È una domanda che cambia prospettiva. Non assolve chi esercita violenza. Non colpevolizza chi la subisce. Costringe ad analizzare la situazione da una prospettiva diversa, più razionale e consapevole”.

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Fonti
- Università degli Studi Roma Tre
- Consiglio d’Europa
- Istat
- Il Post
- Sistema Penale
- 1522 – Numero antiviolenza e stalking
- Save the Children
- Dipartimento per le Pari Opportunità
© Riproduzione riservata
Autore
Giornalista e saggista, docente di Psicologia e Comunicazione, criminologo e CTU del Tribunale. Vice direttore di International Web Post, insegna per MIUR e MUR e coordina percorsi di alta formazione in ambito artistico e scientifico.
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