Il manuale di Laura Giordani porta in Senato la qualità dell'audiodescrizione

Il manuale di Laura Giordani, presentato al Senato, riporta l'attenzione sulla qualità delle audiodescrizioni, troppo spesso garantite solo sulla carta.

Il manuale di Laura Giordani porta in Senato la qualità dell'audiodescrizione
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La presentazione del manuale “L'arte di descrivere” al Senato diventa l'occasione per distinguere l'audiodescrizione di qualità dal semplice adempimento formale. Competenza linguistica e conoscenza del linguaggio cinematografico restano centrali, mentre la legge sul cinema prevede requisiti di accessibilità e lascia aperta la questione di come se ne controlli la qualità.


Descrivere è una competenza che si studia e si allena

Mettiamo subito in chiaro che saper descrivere è una competenza e, come molte competenze umane, può essere studiata, esercitata e valutata. Si fonda sul talento e sulla sensibilità individuale, ma anche sull'esperienza, sulla pratica costante e sull'applicazione di metodi specifici.

Certo, forse per acquisirla non basta una semplice guida. Eppure, attraverso lo studio e l'utilizzo di tecniche precise, è possibile sviluppare sensibilmente la capacità di costruire descrizioni efficaci, chiare e comprensibili.

È in questa prospettiva che si inserisce L'arte di descrivere. Manuale di audiodescrizione cinetelevisiva (Editoriale Artemide, collana Manuali), l'opera firmata da Laura Giordani. Un manuale dalla chiara impostazione universitaria, che offre strumenti fondamentali per comprendere e affinare l'arte della descrizione, con particolare attenzione alle esigenze delle persone cieche e ipovedenti.

Non è un caso che Laura Giordani scelga la parola arte. C'è, in questo termine, qualcosa che richiama il lavoro artigianale, fatto di esercizio, tecnica e cura, ma anche qualcosa che va oltre, ovvero l'estro, l'intelligenza, la sensibilità di chi quel lavoro lo svolge. Perché descrivere richiede di saper guardare, cogliere quei dettagli che a volte sfuggono, quelle sfumature che fanno la differenza, e trovare le parole giuste per restituirle a chi ascolta o legge, e non soltanto di mettere in fila delle informazioni o raccontare ciò che si ha davanti.

Ricordate il film Infelici e contenti, con Ezio Greggio e Renato Pozzetto? Il personaggio interpretato da Greggio, cieco, chiede all'amico Pozzetto, che si muove in carrozzina, di descrivergli il panorama che li circonda. La risposta si limita a un elenco di elementi, ossia case, palazzi, finestre, balconi. Ecco, è proprio qui che emerge la differenza tra elencare e descrivere, tra fornire una veloce conclusione alla scena o renderla essenziale a chi non può vederla. Il primo gesto, semplice, poco riflessivo, immaturo identifica ciò che è presente; il secondo, quello necessario, cerca di restituire un'immagine, di renderla viva e comprensibile anche a chi non può vederla.

Entrano così in gioco la sensibilità, le emozioni e quella forma di intelligenza creativa che permette di trasformare un'immagine in parole. E, allo stesso tempo, di fare il percorso inverso: partire dalle parole per ricostruire una scena, renderla viva e comprensibile anche a chi non vede o ha una capacità visiva ridotta.

Ciò che conta in una scena per chi non vede

Per spiegarmi meglio, vorrei partire da un punto fermo. Non bisogna mai pensare che una persona cieca o con una grave disabilità visiva sia meno capace di comprendere una scena, di interpretarla o di coglierne il significato. Tutto dipende dal modo in cui le informazioni vengono trasmesse.

In un film, così come in un'immagine più in generale, esistono elementi che passano esclusivamente attraverso la vista. Pensiamo a un dialogo di sguardi tra due personaggi o a un panorama fotografato, dettagli che possono rivelarsi essenziali per comprendere una situazione, ma che necessitano di una descrizione accurata per essere restituiti a chi non può percepirli visivamente.

È qui che bisogna andare oltre ciò che si vede, cercare di capire che cosa conta davvero in una scena e che cosa merita di essere raccontato. Per farlo la tecnica da sola non basta e servono intuizione, sensibilità e quella capacità di entrare, almeno un po’, dentro ciò che si osserva. Perché descrivere vuol dire mettere insieme gli elementi, coglierne il senso e trovare le parole giuste per restituirlo a chi ascolta, senza fermarsi a dire che cosa compare sullo schermo.

Questo intuito può essere affinato e allenato attraverso tecniche specifiche, come quelle che Laura Giordani illustra nel suo manuale. Ma resta, almeno allo stato attuale, una componente profondamente umana e personale, quella sensibilità che consente di riconoscere ciò che conta davvero e di trovare le parole giuste per restituirlo agli altri.

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Descrivere è una competenza che si apprende e si allena, ma richiede anche la sensibilità di chi sa cogliere ciò che conta in una scena e trovare le parole per restituirlo a chi non vede.

Un'accessibilità culturale ancora ferma alle promesse

Ed è proprio qui che la questione smette di essere soltanto tecnica e diventa culturale, prima ancora che politica. Perché riconoscere il valore dell'audiodescrizione significa anche interrogarsi sulla qualità di quella che viene effettivamente offerta e sulle condizioni che ne garantiscono la realizzazione. Prevedere l'accessibilità sulla carta non coincide con assicurarsi che funzioni davvero.

Quello che ai più potrebbe apparire come un fatto scontato, avvalorato da leggi e parole sempre più abusate, è un tema che, in realtà, deve ancora essere realmente approfondito e dibattuto. Sì, perché tutti diamo per scontato che, laddove esista una disabilità, lo Stato sia già intervenuto con norme capaci di tutelare i diritti di chi la vive e che gli attori della filiera si siano adeguati. Tuttavia, ancora oggi, il tema dell'accesso alla cultura rimane confinato nell'alveo delle promesse.

Non bastano, infatti, norme più o meno ben articolate. Quando si parla di diffusione capillare dell'accessibilità culturale, la domanda è chiara, ma la risposta non è mai scontata. Oppure, se una risposta c'è, è quasi sempre quella sbagliata, ovvero una soluzione di facciata, dettata più dalla necessità di adempiere a un obbligo che dalla volontà di garantire un accesso realmente fruibile.

È proprio dalla riflessione di Laura Giordani che possiamo partire per comprendere la distanza tra il riconoscimento teorico dell'accessibilità e la sua concreta realizzazione. L'occasione è stata la presentazione del suo manuale, avvenuta il 9 ottobre presso la Sala Nassirya di Palazzo Madama, al Senato della Repubblica. Un incontro che si è svolto al riparo dalla pioggia battente che ha messo in difficoltà Roma e, soprattutto, noi ospiti dell'evento, rimasti per una ventina di minuti all'esterno a prendere letteralmente secchiate d'acqua, in attesa di superare i rigidi controlli istituzionali.

Padronanza della lingua e linguaggio cinematografico

«L'audiodescrizione», esordisce l'autrice, «non deve essere considerata un'appendice o una semplice nota a margine, ma una vera e propria forma autonoma di accessibilità culturale. L'audiodescrittore, a sua volta, deve saper scrivere in perfetto italiano e conoscere il linguaggio cinematografico, per restituire al fruitore finale ciò che il regista ha voluto comunicare».

Con queste parole, Laura Giordani sintetizza il cuore del proprio approccio.

Ecco, quando parliamo di audiodescrizione ci troviamo di fronte a due principi fondamentali, che rappresentano al tempo stesso la base e il cuore del lavoro, ovvero la padronanza della lingua e la conoscenza del linguaggio cinematografico. Principi che, troppo spesso, rischiano di essere trascurati da chi affronta questa professione con la classica attitudine di chi pensa che, in fondo, possa occuparsene anche il cugino di turno.

Audiodescrivere è innanzitutto un mestiere, un'arte, un’espressione artistica e umana come recita il titolo del volume. E, proprio in quanto tale, non può essere ridotta all'automazione digitale né al rigido rispetto di una norma per garantirsi un guadagno. La tecnologia può offrire strumenti preziosi, ma non sostituisce automaticamente le competenze necessarie per realizzare un lavoro di qualità. Sembra una differenza sottile, se non invisibile, ma così non è.

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La legge sul cinema prevede requisiti di accessibilità, ma la qualità dell'audiodescrizione dipende dalla padronanza della lingua e del linguaggio cinematografico e dalla capacità dei controlli di verificarla.

La legge sul cinema e i controlli sulla qualità

Mi spiego meglio. Come forse non tutti sanno, nell'ambito della legge sul cinema n. 220/2016 e dei successivi decreti attuativi del Ministero della Cultura, determinate misure di sostegno alla produzione cinematografica prevedono requisiti legati all'accessibilità delle opere, tra cui l'audiodescrizione. Il punto, però, è un altro, cioè quali verifiche vengono effettuate sulla qualità del lavoro realizzato. E sono sufficienti a garantire un risultato all'altezza delle esigenze di chi ne usufruirà?

Il rispetto di un requisito formale, infatti, non garantisce di per sé la qualità del prodotto. Un'audiodescrizione può esistere, essere stata realizzata e risultare comunque inadeguata, superficiale o persino imbarazzante. In questi casi, a rimetterci non è soltanto la qualità del servizio, ma soprattutto chi vorrebbe godersi un'opera e si ritrova, invece, con uno strumento che non lo aiuta a comprenderla, che non gli restituisce ciò che accade sullo schermo e che, in alcuni casi, rischia persino di stravolgerne il significato.

Ecco perché non basta chiedersi se gli obblighi previsti dalla normativa vengano rispettati. Bisogna anche capire come viene valutato il lavoro di chi realizza le descrizioni e, soprattutto, se i controlli previsti siano davvero in grado di tutelare chi quel servizio lo utilizza. Perché, alla fine, è proprio da lì che bisogna partire, dall'esperienza di chi dovrebbe poter accedere all'opera e comprenderla senza che qualcosa, nel percorso, ne comprometta il senso.

Se l'accessibilità è un diritto, la qualità degli strumenti che la rendono possibile non può essere considerata un dettaglio secondario.

Fin qui, ovviamente, non sto scoprendo l'acqua calda e probabilmente non sto aggiungendo nulla di nuovo al dibattito. In Italia, ma credo non soltanto da noi, quando ci sono fondi pubblici da assegnare, sembra spesso prevalere una regola non scritta secondo cui, se le carte appattano, cioè sono in ordine, difficilmente qualcuno si preoccupa di andare a vedere che cosa sia stato fatto davvero sul campo.

Quindi, evitando ulteriori luoghi comuni, disquisizioni sterili e banalizzazioni sul tema, "L'arte di descrivere" si inserisce perfettamente in questo solco, tra gli adempimenti formali e la necessità di garantire un'accessibilità concreta, offrendo strumenti per realizzare audiodescrizioni efficaci e valorizzare quella componente umana di cui quest'arte non può fare a meno.

Con il suo lavoro, Laura Giordani mette a disposizione strumenti utili tanto a chi realizza le audiodescrizioni quanto a chi è chiamato a valutarle. Il manuale offre criteri e indicazioni per comprendere che cosa renda valido un testo audiodescrittivo, andando oltre il semplice rispetto di un requisito formale. Perché un'audiodescrizione non deve limitarsi a esistere e deve essere capace di restituire il significato di un'opera, rispettandone il linguaggio e rendendola accessibile a chi non può fruirne attraverso la vista.

Al Senato il primo manuale sull’audiodescrizione firmato da Laura Giordani
Il manuale «L’arte di descrivere» presentato al Senato punta a rendere cinema e tv pienamente fruibili a oltre 400.000 ciechi e 1.500.000 ipovedenti.

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Fonti

  1. UPA
  2. MYmovies
  3. Università di Trieste (EUT)
  4. Senato della Repubblica
  5. Normattiva
  6. Ministero della Cultura
  7. Camera dei deputati

© Riproduzione riservata

Autore

Carmelo Di Gesaro
Carmelo Di Gesaro

Carmelo Di Gesaro è uno scrittore, blogger, autore e podcaster italiano nato a Palermo nel 1980.

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