Nascite a 355 mila, il calo strutturale chiede servizi di cura

Nel 2025 i nati scendono a 355 mila e la fecondità a 1,14. Il calo coinvolge tutti i redditi e impone servizi di cura.

Una donna di spalle sorregge un’asse in bilico, con poltrone impilate da un lato e una piccola culla dall’altro.
Il conto dell’invecchiamento ricade sulle spalle di chi resta a prendersene cura.
Indice dei contenuti

La denatalità italiana dipende dalla riduzione delle donne in età fertile e da scelte di vita che attraversano ogni fascia di reddito, perciò il recupero appare improbabile. Servono più lavoro femminile, servizi di conciliazione e cura territoriale, senza affidarsi soltanto all’immigrazione.


Nascite a metà dei decessi e popolazione tenuta in piedi dai migranti

La costante riduzione delle nuove nascite in Italia, evidenziata dal recente bollettino Istat sugli indicatori demografici nel 2025, meriterebbe un’attenzione diversa rispetto ai commenti circolati sui mass media. 355.772 neonati, - 14 mila rispetto al 2024, rappresentano poco più della metà dei 652 mila decessi. Un saldo negativo compensato dalla crescita di nuovi immigrati (+ 358 mila) che consente di mantenere stabile la popolazione residente nel nostro Paese. La descrizione delle caratteristiche dei nuclei di appartenenza consente di comprendere le motivazioni che offrono una spiegazione alla costante decrescita delle nascite. Caratterizzata da una riduzione costante rispetto al picco delle 576 mila registrate nel 2008 (- 221 mila) e dal corrispondente tasso di fecondità per ogni donna fertile dal 1,45 figli a 1,14. Il 41% dei nuovi nati (158 mila) proviene da coppie prive di vincoli di matrimonio. L'età media dei primi parti risulta in costante aumento (32,7 anni) e diminuisce in parallelo la quota dei secondi figli (- 4,8%). Il contributo delle famiglie composte da soli stranieri o miste (circa 80 mila nel 2025) continua ad essere percentualmente superiore a quelle composte da soli italiani. Tuttavia anche per le donne straniere il tasso di fecondità è precipitato dal 2,31 figli per ogni donna fertile del 2010 all’attuale 1,74.

Meno donne in età fertile e la scelta del figlio unico

I margini di recupero dei valori registrati nella prima decade degli anni 2000 risultano compromessi dalla riduzione demografica del numero delle donne in età di procreazione, che motiva i due terzi del dato negativo. Ma la predominanza della scelta di avere un solo figlio e l’indebolimento delle relazioni di coppia stabili tendono ad escludere la possibilità che possa essere compensato dall’aumento del tasso di fecondità. Il contributo delle nuove nascite nelle famiglie straniere rimane ancora significativamente superiore rispetto a quelle composte da soli italiani. Ma in tutti i paesi europei di accoglienza i comportamenti, soprattutto delle seconde generazioni, tendono progressivamente ad allinearsi a quelli delle famiglie autoctone.

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Le nascite del 2025 sono poco più della metà dei decessi e la popolazione regge solo grazie ai migranti. Il calo attraversa tutte le fasce di reddito e dipende anche dalla riduzione delle donne fertili.

Perché il calo riguarda anche i redditi più alti

Le cause della riduzione della natalità vengono generalmente ricondotte alle difficoltà economiche, intese come instabilità dei rapporti di lavoro, carenza di servizi di cura per l’infanzia e di conciliazione con i carichi lavorativi. Fattori che, nell’insieme, motivano la permanenza dei giovani nei nuclei familiari originali, con le relative conseguenze di allungare i tempi e le caratteristiche delle scelte di convivenza e per generare figli. Le criticità economiche, corredate dalla scarsità storica delle risorse destinate al sostegno della genitorialità e dei minori, hanno storicamente contribuito alla consistente riduzione del tasso di fecondità del nostro paese rispetto alla media europea. Ma, nella realtà, il calo delle nascite si registra con la medesima consistenza in tutte le fasce di reddito comprese quelle più abbienti. Diverse indagini nazionali e internazionali che hanno cercato di approfondire le motivazioni culturali offrono una conferma del complesso delle scelte di vita (limitazioni della libertà personale e delle carriere professionali, mancanza di partner stabili e di supporti familiari) che subordinano in via di fatto la decisione di avere figli a una serie di condizioni difficilmente realizzabili. Fattori che vengono esaltati, con conseguenze letali, dalla diffusione dei social. L’efficacia delle misure adottate da singoli paesi, compresi quelli che non hanno lesinato risorse a sostegno delle famiglie, risulta in forte riduzione e viene considerato un successo quello di evitare l’ulteriore riduzione delle nuove nascite.

Meno lavoratori e più persone non autosufficienti

Queste novità consigliano di adeguare le politiche per la sostenibilità dell’invecchiamento della popolazione tenendo conto dei fattori descritti. Le tendenze demografiche consolidate si riflettono inevitabilmente anche sull’entità delle persone in età di lavoro e sull'aumento delle persone a carico, in particolare quelle non autosufficienti, con le conseguenze che ne derivano sulla spesa pubblica e familiare.

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Meno persone in età di lavoro e più non autosufficienti richiedono più occupazione femminile e servizi territoriali di cura. Affidarsi ai soli flussi migratori rischia di lasciare il Paese senza risorse né badanti.

Servizi di cura e il limite dei flussi migratori

Questo non significa affatto rinunciare al potenziale contributo delle nuove nascite. Se non altro per attribuire il giusto valore, e risorse adeguate, alle scelte generative delle famiglie. La prospettiva di una tenuta della popolazione lavorativa dipenderà essenzialmente dall’aumento della partecipazione delle donne nel mercato del lavoro e dalla disponibilità di servizio di conciliazione. Nel contempo, la riduzione della consistenza dei nuclei familiari presenterà il conto dell’aumento delle persone non autosufficienti prive di sostegni e di relazioni. Gli investimenti nei servizi sanitari e di cura territoriali e domiciliari diventano la condizione per evitare un ulteriore aumento dei carichi familiari per le famiglie con una particolare esposizione delle donne. Queste priorità non vengono adeguatamente focalizzate nel dibattito politico cullando l’illusione che la risposta a questi fabbisogni possa essere soddisfatta da un aumento intensivo dei flussi migratori. Con il risultato, già visibile, di ritrovarci senza risorse pubbliche, servizi dedicati allo scopo e di dover prendere atto che nemmeno le persone immigrate saranno disponibili a fare le badanti.

Il calo demografico italiano, tra stop ai vecchi bonus e Silver Economy
L’Italia resta quasi stabile solo grazie all’immigrazione, mentre il saldo naturale continua a pesare. Invecchiamento e famiglie sempre più piccole spingono su lavoro, welfare e servizi: servono scelte strutturali, non bonus.

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Fonti

  1. ISTAT
  2. Eurostat
  3. INPS

© Riproduzione riservata

Autore

Natale Forlani
Natale Forlani

Natale Forlani è stato Direttore generale della Direzione Immigrazione presso il Ministero del Lavoro. Già segretario confederale CISL, è stato Amministratore Delegato di Italia Lavoro e co-estensore del Libro Bianco sul Lavoro con Marco Biagi.

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