Electrolux ritira i licenziamenti e l'ex Ilva spegne gli altiforni
Electrolux sostituisce 1.700 esuberi con uscite volontarie e 90 milioni di investimenti, e a Taranto la magistratura conferma lo spegnimento degli altiforni.
Il ritiro dei licenziamenti Electrolux e la conferma dello spegnimento dell'area a caldo di Taranto segnano due passaggi decisivi per l'industria italiana. Restano sullo sfondo la concorrenza asiatica, i costi energetici e la necessità di una strategia di investimenti di lungo periodo.
Electrolux sostituisce i licenziamenti con uscite volontarie e investimenti
Nei giorni scorsi, due grandi vertenze nazionali sono tornate al centro dell’attenzione, quelle relative a Electrolux e all'Ex Ilva. Nell'incontro svoltosi presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la multinazionale svedese Electrolux ha ritirato il piano, presentato nel maggio scorso, incentrato su esuberi e delocalizzazioni per presentarne uno nuovo. I sindacati, pur accogliendo la novità, hanno evidenziato come la proposta debba essere ulteriormente migliorata e monitorata con attenzione.
I lavoratori della Electrolux degli stabilimenti di Porcia (Pordenone), Susegana (Treviso), Solaro (Milano), Forlì e Cerreto d’Esi (Ancona), giunti al Ministero con il timore dell’ennesima doccia fredda, hanno visto sventata la minaccia iniziale. Non si parla più dei 1.700 licenziamenti annunciati in primavera, quando l'azienda prevedeva anche la chiusura del sito marchigiano e la delocalizzazione parziale della produzione in Polonia a causa di costi energetici elevati, crisi di settore e concorrenza asiatica, bensì di uscite volontarie e incentivate distribuite nei prossimi tre anni. Il piano sarà sostenuto da un investimento di 90 milioni di euro e dalla reindustrializzazione del sito di Cerreto d'Esi. Questo primo fondamentale risultato è frutto delle mobilitazioni, degli scioperi e dell'azione congiunta tra sindacati, Regioni coinvolte e Ministero. Il prossimo appuntamento è fissato per il 29 ottobre, data in cui si punta a formalizzare la chiusura della vertenza.
La pressione asiatica sul mercato europeo degli elettrodomestici
Per il futuro del settore del “bianco”, risultano cruciali anche le azioni coordinate intraprese da Italia, Germania, Francia, Slovacchia e Polonia per chiedere a Bruxelles nuove politiche sul fronte energetico, necessarie a sostenere la transizione. Allo stesso tempo, i grandi gruppi industriali (tra cui Electrolux, Miele, Bosch e Beko) ritornano a sollecitare l'Unione Europea affinché adotti misure a tutela della fascia alta di mercato, contrastando la forte penetrazione dei concorrenti asiatici, che oggi rilevano il 50% del mercato continentale. Emblematica è la situazione della Multinazionale cinese Haier (proprietaria dello storico marchio Candy), che ha chiuso lo stabilimento di Brugherio riconvertendo i siti in hub di servizi e proponendo sul mercato italiano lavatrici prodotte in Turchia a prezzi fortemente aggressivi (fino a 100 euro).
Sarà una promozione una tantum, visto che il precedente prezzo si aggirava sulle 400 euro, ma evidentemente i cinesi vogliono competere con il massimo di irruenza commerciale sul mercato italiano. Politiche commerciali di questo tipo riflettono la situazione attuale della Cina, caratterizzata da un eccesso di capacità produttiva e da una domanda interna debole, aggravata dalla crisi del settore immobiliare (in calo di oltre il 25%). Per mantenere le proprie posizioni, i grandi marchi cinesi approfittano ampiamente dei sussidi statali e intensificano le strategie di espansione nel mercato europeo.
Ex Ilva, altiforni da spegnere e decisione finale della Cassazione
Lo stabilimento siderurgico di Taranto è stato invece nuovamente coinvolto da un provvedimento giudiziario che ha confermato la chiusura dell’area calda. Sul fronte dell'Ex Ilva, lunedì 5 ottobre la Corte d’Appello di Milano ha respinto la seconda istanza di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria, confermando lo spegnimento degli altiforni e ribadendo che «la tutela del diritto alla salute risulta comunque prevalente». Con lo spegnimento dell'area calda, l'Italia cessa la produzione di acciaio a ciclo integrale. Una decisione che mette a rischio circa 2.500 posti di lavoro nell'indotto e condiziona la gara per la vendita della società. Il prossimo 20 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione si pronunceranno in via definitiva sul ricorso dei commissari. La segreteria dei metalmeccanici della Cisl sottolinea come il Governo debba garantire un Piano industriale che preveda la riconversione immediata dello stabilimento, tutelando sia i lavoratori sia il tessuto socio-economico di Taranto. Nel frattempo, per attenuare l'impatto dello stop agli altiforni, i commissari stanno valutando il raddoppio della cassa integrazione, attualmente prevista per 4.450 dipendenti (di cui circa 3.500 a Taranto). Per garantire, a fronte dell’eventuale spegnimento definitivo degli altiforni, la continuità produttiva e salvaguardare anche i siti di Genova e Novi Ligure, sarà indispensabile accelerare sulla realizzazione dell'impianto DRI (preridotto a gas naturale) e dei forni elettrici, acquistando le bramme necessarie per le lavorazioni a freddo.
Dopo il rigetto delle due istanze di sospensione da parte della Corte d’appello di Milano, presentate da Ilva in A.S. e Acciaierie d’Italia in A.S., l'esito della Corte di Cassazione resta del tutto incerto. Il 20 ottobre le Sezioni Unite saranno infatti chiamate a valutare la legittimità del decreto dei magistrati lombardi, con una decisione che potrebbe andare sia a favore degli 11 cittadini ionici che hanno sfidato il colosso siderurgico, sia dei commissari di nomina governativa al vertice della società.
Investimenti e strategia energetica per fermare la desertificazione industriale
Il quadro attuale evidenzia il rischio di una progressiva desertificazione industriale del Paese, stretta tra la crisi del settore degli elettrodomestici e i nodi irrisolti della siderurgia e della decarbonizzazione. Per invertire questa tendenza appare urgente un piano straordinario di investimenti orientato alla ricerca e alla sostenibilità in grado di rispondere alla concorrenza dei paesi asiatici, dove i costi dell’energia, della manodopera e delle materie prime sono convenienti. Parallelamente, occorre una revisione della strategia energetica nazionale basata su un approccio multi-tecnologico capace di coniugare decarbonizzazione, competitività e sicurezza degli approvvigionamenti, dalle fonti rinnovabili al nucleare di nuova generazione, fino al potenziamento dell'estrazione di gas naturale su territorio nazionale.

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Fonti
- Ministero delle Imprese e del Made in Italy
- Il Sole 24 Ore
- FIM CISL
- AGI
- QuiFinanza
- Commissione europea
- Haier Europe
- ANSA
- Teleborsa
- Corte di Cassazione
- Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica
© Riproduzione riservata
Autore
Esperto di energia e ambiente, già segretario generale FEMCA CISL e segretario confederale CISL. Dal 2022 è consigliere del CIV INAIL e presidente della Commissione Bilancio e Patrimonio; dal 2023 vicepresidente dell’Ente Bilaterale dell’Artigianato.
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