Doppiaggio, AudioDescrizione e intelligenza artificiale nello streaming
Dai doppiatori tedeschi che difendono la propria voce all’AudioDescrizione affidata agli algoritmi, il racconto di un settore che evolve più rapidamente delle sue tutele.
Le proteste dei doppiatori tedeschi contro le clausole contrattuali che cedono le loro voci all'addestramento dei sistemi di IA aprono una finestra su un settore in rapida trasformazione. Nel campo dell'AudioDescrizione la situazione è ancora più critica, aggravata dall'assenza di standard normativi e dalla proliferazione di figure improvvisate. L'automazione dei servizi di accessibilità non è solo una questione economica, ma rivela un fraintendimento profondo di cosa sia e a cosa serva l'AD.
Le proteste dei doppiatori tedeschi e il contesto di un settore sotto pressione
È notizia di questi ultimi mesi che, in Germania, i professionisti della filiera del doppiaggio abbiano intrapreso un'azione di protesta contro uno dei principali operatori dello streaming per difendere ciò che definiscono "l'inalienabile diritto alla propria voce". L'oggetto del contendere? Una clausola contrattuale introdotta dalla piattaforma, che prevede l'inserimento di registrazioni vocali dei doppiatori nei sistemi di IA a fini di addestramento. Questo segnale di scontento lanciato dai colleghi tedeschi apre uno spiraglio in una realtà professionale in cui l'innovazione sembra ormai correre a una velocità difficile da sostenere, prima ancora che sul piano tecnico, su quello umano e sociale.
Di episodi simili, negli ultimi tempi, se ne sono accumulati diversi, spesso con risvolti altrettanto inquietanti. Nel giro di pochi mesi siamo passati dalla generazione di immagini "in stile Studio Ghibli" ai sottotitoli della serie anime Mobile Suit Gundam, in cui un algoritmo ha trasformato una battuta neutra in un insulto razzista, scatenando l'indignazione di fan e appassionati, fino ad arrivare alla sperimentazione del cosiddetto "vubbing", cioè l'automatizzazione del doppiaggio accompagnata dalla modifica dei movimenti labiali degli attori per adattarli alle traduzioni.
AI slop e vuoto normativo
Il fatto che la qualità di molti prodotti e servizi legati all'intrattenimento subisca un brusco calo quando entra in gioco l'intelligenza artificiale non sorprende più come qualche tempo fa. Non a caso l'espressione "AI slop" è entrata rapidamente nell'uso comune. Nel settore dell'AudioDescrizione, purtroppo, le cose non sembrano andare meglio, anzi. Dopo un primo segnale incoraggiante, cioè l'obbligo per emittenti e piattaforme di rendere i contenuti accessibili al pubblico cieco e ipovedente, la situazione è andata peggiorando, anche rapidamente, complice l'assenza di regole a tutela dei lavoratori della filiera. A complicare il quadro, nel caso dell'AD le criticità non derivano soltanto dall'uso indiscriminato dell'IA, ma anche da quella che, nel tempo, è diventata una vera e propria giungla di sedicenti autori, formatori ed esperti.
Figure che, improvvisandosi "descrittori della domenica", finiscono per dettare regole in un ambito che richiederebbe invece competenze solide e continuità di pratica. Insomma, abbiamo a che fare con una sorta di Far West in cui vige la legge del più furbo e in cui le istituzioni, quando non del tutto assenti, oscillano tra forme di assistenzialismo superficiale, che distribuisce interventi sporadici senza una reale visione, e un vuoto normativo che impedisce ancora oggi la definizione di standard di qualità adeguati.
L'automazione dell'AD come misura di contenimento dei costi
Per tornare alle piattaforme di streaming, e lasciando da parte le motivazioni puramente economiche, dettate da logiche di mercato che spesso ignorano lavoratori e spettatori, vale la pena chiarire che questa "sperimentazione tecnologica" è, più semplicemente, una misura di contenimento dei costi. Una scelta che nasce anche da un fraintendimento di fondo di ciò che l'AD è, di come funziona e di quale sia il suo scopo. Il primo equivoco riguarda i modi. Definire l'AudioDescrizione (parole loro) "una funzionalità che descrive i contenuti riprodotti, ad esempio azioni fisiche, espressioni del viso, costumi, scenografia e cambi di scena" significa ridurla a un elenco meccanico di elementi.
L'AD non è una funzione accessoria né una somma di dettagli "appiccicati" alle immagini. L'AD umana, e già questo aggettivo dovrebbe bastare, richiede che il descrittore entri nell'intenzione diegetica del regista e degli autori, ne comprenda l'impianto narrativo, la funzione delle scelte visive e il modo in cui la storia prende forma in toni e atmosfere che impongono un uso preciso, e mai neutro, del linguaggio della descrizione.
Lo spirito di una pratica espressiva
Il secondo equivoco riguarda il fine. L'obiettivo è permettere alle persone cieche e ipovedenti di partecipare alla vita culturale del Paese attraverso uno strumento costruito su regole e pratiche sviluppate in decenni di studi, non su soluzioni improvvisate. Infine, c'è un fraintendimento più profondo, che riguarda lo spirito stesso dell'AD. Parliamo di una forma espressiva fatta da persone per altre persone, attraversata da sensibilità, esperienza e interpretazione.

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Pensare di replicarla integralmente con sistemi generativi significa, di fatto, accettare una perdita. Non solo di qualità, ma di ciò che rende questa pratica, nel bene e nel male, irriducibilmente umana.
Fonti
- Slator
- Reuters (via Y94)
- Galaxus
- Screen Rant
- TechCrunch
- American Translators Association (ATA)
- PBS NewsHour / Merriam-Webster
- Superando
- Audiodescrizione.it
- Deadline Hollywood
- American Foundation for the Blind (AFB)
- W3C Web Accessibility Initiative (WAI)
- American Council of the Blind (ACB)
- National Library Service for the Blind and Print Disabled (NLS) / Library of Congress
- The Conversation
© Riproduzione riservata
Autore
Adattatrice dialoghista dal 1996, pioniera dell’audiodescrizione in Italia, con oltre vent’anni di esperienza. Docente universitaria, autrice di saggi e romanzi, premiata nel 2021 dal Festival Internazionale del Doppiaggio. Membro AIDAC.
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