Da Barcellona a Vienna, la smart city si misura sull'accessibilità
Una rete capillare di sensori non garantisce servizi migliori. Il vero test è la capacità di includere persone con esigenze e competenze diverse.
La smart city nasce dai bisogni di chi la abita, molto più che dai dispositivi installati. L'accessibilità ne misura la maturità, con esempi come NaviLens a Barcellona, gli interventi di Vienna e il sistema Open Tale, in un percorso mai concluso
Una città piena di tecnologia non è per forza intelligente
Secondo la definizione più comune, nell’immaginario collettivo la «smart city» (o città intelligente) è un luogo in cui il vasto impiego della tecnologia migliora l’efficienza dei servizi pubblici. Sensori che regolano il traffico in tempo reale, lampioni che si accendono al bisogno, cassonetti capaci di segnalare quando sono pieni, applicazioni per accedere ai servizi pubblici. Dunque, una città sempre più connessa, che raccoglie una moltitudine di informazioni dai cittadini e le trasforma rapidamente in decisioni. Tuttavia, una città tecnologica non è necessariamente una città più intelligente.
Secondo l'OCSE, la digitalizzazione delle città dovrebbe servire ad aumentare il benessere dei cittadini e a fornire servizi e ambienti urbani più efficienti e inclusivi. Il punto, dunque, è cosa quella tecnologia permetta concretamente di migliorare, al di là di quanta ne venga installata. Questa prospettiva negli ultimi anni ha trovato spazio anche nel lavoro di UN-Habitat, che parla esplicitamente di «people-centred smart cities», approccio che parte dai bisogni delle persone per individuare quale tecnologia possa essere utile per soddisfarli.
Partire dai bisogni e dal funzionamento della città
Il punto di partenza è quindi individuare e comprendere i bisogni delle persone ed il loro modo di vivere la città per progettare tecnologie capaci di migliorare concretamente la loro qualità della vita.
Una città può avere una rete capillare di sensori e continuare ad avere trasporti pubblici inefficienti, quartieri poco serviti, edifici energivori o procedure amministrative difficili da comprendere. Allo stesso modo, una piattaforma digitale può rendere un servizio molto più rapido per alcuni cittadini e trasformarsi in una nuova barriera per altri.
Dunque, per costruire una smart city non basta introdurre tecnologie “smart”. Bisogna prima di tutto comprendere la città come sistema, osservando i suoi servizi attuali, i comportamenti, le esigenze (e le aspettative) delle persone, il funzionamento degli uffici e delle infrastrutture, individuare inefficienze, barriere, processi eccessivamente burocratizzati e bisogni ancora senza risposta. Soltanto a valle di questo processo di analisi si inizia a progettare, consapevoli di dove la tecnologia possa produrre un miglioramento reale.
In questa rubrica proveremo a osservare le città contemporanee ed il concetto di “smart city” da prospettive diverse, partendo dall’idea che una soluzione può dirsi davvero “smart” quando nasce da un bisogno concreto e quando utilizza le possibilità offerte dalla tecnologia per trovare una risposta efficace. Parleremo soprattutto di problemi, esigenze e modi diversi di vivere la città, cercando di capire quali soluzioni possano realmente migliorarne il funzionamento e la qualità della vita.
L'inclusione come banco di prova delle città digitali
L'inclusione è probabilmente uno dei banchi di prova più importanti per una smart city. La digitalizzazione può semplificare l'accesso a informazioni e servizi, ma può anche produrre nuove forme di esclusione quando presuppone che tutti dispongano delle stesse competenze o delle stesse possibilità di interazione con la tecnologia. L'OCSE richiama da tempo l'attenzione sui divari digitali legati, tra gli altri fattori, all'età, al livello di istruzione, al reddito e alle competenze. Avere un servizio disponibile online, quindi, non significa automaticamente averlo reso accessibile a tutti.
Una tecnologia progettata immaginando un unico utente rischia quindi di essere molto efficace per alcuni e poco utile, o addirittura creare una nuova barriera, per altri. Una persona cieca può aver bisogno che un'informazione visiva venga descritta, una persona sorda che un contenuto sonoro venga reso disponibile attraverso un altro linguaggio, mentre difficoltà cognitive o linguistiche possono richiedere forme di comunicazione più semplici.
Il concetto di accessibilità diventa quindi particolarmente interessante nel ragionamento sulle smart city, che dovrebbero essere progettate per permettere a persone diverse di accedere agli stessi servizi attraverso modalità differenti.
Audiodescrizioni, Lingua dei Segni, sottotitoli, testi ad alta leggibilità, Easy to Read o Comunicazione Aumentativa Alternativa possono rendere uno stesso contenuto fruibile in modi differenti. Altre tecnologie, come geolocalizzazione, sistemi di orientamento digitale o Realtà Aumentata, possono invece aggiungere informazioni al luogo fisico e aiutare le persone a comprenderlo o attraversarlo con maggiore autonomia.
Barcellona, Vienna e la tecnologia che arricchisce il luogo
Alcune esperienze urbane mostrano bene come questo processo possa avvenire in maniera graduale. A Barcellona, ad esempio, il trasporto pubblico ha introdotto NaviLens, una tecnologia che permette alle persone cieche o ipovedenti di ricevere sul proprio smartphone informazioni su fermate, linee, tempi di arrivo e spazi delle stazioni. Il sistema è stato progressivamente esteso alla rete degli autobus e della metropolitana, affiancandosi anche a mappe tattili e strumenti informativi semplificati.
Vienna ha affrontato lo stesso tema su una scala più ampia, lavorando su trasporto pubblico, percorsi tattili, sistemi multisensoriali, semafori intelligenti e accesso alle informazioni. Il dato interessante, in questo caso, è il tentativo di considerare l'accessibilità come una componente trasversale della progettazione urbana.
La tecnologia che trasferisce l'utente dentro una realtà del tutto virtuale o astratta non è necessariamente quella più utile, dovrebbe invece aggiungere valore e livelli di comprensione all'esperienza del luogo reale. L'applicazione delle tecnologie di realtà aumentata e dei servizi digitali dedicati alla fruizione dei beni culturali, ad esempio, si basano su questa logica.
Nasce guidato dallo stesso principio Open Tale, un sistema sviluppato da FRAME Multimedia Solutions nel quale uno stesso luogo può essere raccontato attraverso audioguide, audiodescrizioni, video in LIS, sottotitoli, Easy to Read e CAA. Attraverso GPS o checkpoint, l'utente può accedere ai contenuti scegliendo la modalità più adatta alle proprie esigenze. La tecnologia in questo caso aggiunge al luogo informazioni prima difficili o impossibili da percepire: descrivere ciò che non può essere visto, tradurre ciò che non può essere compreso, ricostruire ciò che non esiste più o facilitare l'orientamento e l'accesso a un servizio.
Un'accessibilità che evolve insieme agli strumenti
Sarebbe concettualmente errato considerare l'accessibilità come un risultato definitivo. È invece un processo che evolve insieme alla tecnologia e alle nostre capacità di progettazione. Strumenti che pochi anni fa non esistevano oggi permettono di ridurre alcune barriere; quelli che verranno sviluppati nei prossimi anni potranno superarne altre. Dunque, nel processo di costruzione di una smart city accessibile, oggi conta la consapevolezza di riconoscere i propri limiti e utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per ridurli progressivamente.

Fonti
- OCSE
- UN-Habitat
- Transports Metropolitans de Barcelona
- Catalan News
- Wiener Linien
© Riproduzione riservata
Autore
Iscriviti alla newsletter di PuntoEduca | Informare. Innovare. Crescere.
Rimani aggiornato con la nostra selezione dei migliori articoli.
