Dallo stretto di Hormuz alla corsa alle terre rare, la nuova geopolitica dell'energia

La crisi di Hormuz non è solo un'emergenza petrolifera: accelera la transizione energetica, ridisegna le rotte commerciali e trasforma l'autonomia energetica in strumento di potere geopolitico.

Petroliera in silhouette tra due scogli che si stringono, con turbine eroliche e server rack sulle alture
Lo stretto che non è più solo uno stretto: energia, dati e potere si stringono nello stesso collo di bottiglia
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La tensione sullo stretto di Hormuz rivela quanto l'energia sia ormai inseparabile dalla competizione strategica globale. Tra frammentazione della globalizzazione, ascesa dell'auto elettrica, ritorno al nucleare e fusione tra energia e intelligenza artificiale, il XXI secolo si gioca sulla capacità di controllare risorse, infrastrutture e filiere tecnologiche.


Hormuz come chokepoint globale e il nuovo significato strategico del fossile

La crisi di Hormuz rappresenta uno shock sistemico per imprese, consumatori e mercati. Per usare un'espressione cara a Edward Fishman (studioso americano di relazioni internazionali ed ex diplomatico) lo Stretto di Hormuz è uno dei principali chokepoints del commercio globale, insieme a Suez, Bab el-Mandeb, Formosa e Malacca: snodi geografici nei quali si concentra una quota decisiva dei flussi mondiali di merci, energia e tecnologie strategiche. Quando uno di questi passaggi entra in tensione, anche solo per pochi giorni, gli effetti si propagano immediatamente lungo le catene globali del valore, incidendo sui prezzi delle materie prime, sui costi dei trasporti, sulla disponibilità di semiconduttori, fertilizzanti e prodotti alimentari.

Nel caso di Hormuz, la vulnerabilità è ancora più evidente. Attraverso quello stretto transita circa un quinto del petrolio mondiale e quasi un quarto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL). Le scorte di petrolio sono ai minimi da dieci anni: l'Agenzia Internazionale dell'Energia ha calcolato che la crisi in atto genera un deficit di 1,8 mln di barili al giorno. Ogni minaccia alla sicurezza della rotta produce quindi un immediato aumento dei prezzi energetici, alimentando volatilità finanziaria, pressioni inflazionistiche e timori di rallentamento economico.

Il fossile non è più soltanto una commodity energetica. È diventato un fattore di rischio logistico, strategico e geopolitico. Il controllo delle rotte marittime, la sicurezza degli approvvigionamenti e la protezione delle infrastrutture energetiche incidono ormai tanto quanto la disponibilità fisica delle risorse.

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Attraverso Hormuz transita un quinto del petrolio mondiale. La crisi in corso ha generato un deficit di 1,8 milioni di barili al giorno e segnala che il fossile non è più solo una materia prima energetica, ma un vettore di rischio strategico e geopolitico. Arabia Saudita ed Emirati stanno già costruendo rotte alternative.

La frammentazione della globalizzazione energetica e il ritorno delle infrastrutture terrestri

La crisi di Hormuz accelera una trasformazione già iniziata dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e le tensioni tra Stati Uniti e Cina, con la progressiva frammentazione della globalizzazione energetica in blocchi geopolitici regionali. La vera novità non riguarda soltanto il prezzo del petrolio, ma il ridisegno delle rotte commerciali, dei porti strategici, delle assicurazioni marittime e dei fornitori considerati politicamente affidabili. Parallelamente, le infrastrutture terrestri riacquistano centralità: oleodotti, gasdotti e corridoi energetici diventano strumenti strategici per ridurre la dipendenza dai chokepoints marittimi.

Non è un caso che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stiano rafforzando infrastrutture alternative a Hormuz. Riyadh punta sull'oleodotto Est-Ovest verso Yanbu, sul Mar Rosso, mentre Abu Dhabi consolida il terminale di Fujairah, già collocato fuori dallo stretto e affacciato direttamente sull'Oceano Indiano. Allo stesso tempo, il Mediterraneo orientale torna centrale nella competizione energetica globale: Egitto, Israele, Grecia e Turchia stanno acquisendo peso come hub di transito, rigassificazione e re-distribuzione energetica verso l'Europa.

L'auto elettrica come scudo geopolitico e la crescita BEV nel primo trimestre 2026

Il passaggio da una globalizzazione energetica prevalentemente marittima a una crescente regionalizzazione infrastrutturale porta con sé una trasformazione più profonda che riguarda la sicurezza strategica degli Stati. Accanto alla diversificazione delle rotte, cresce la necessità di ridurre strutturalmente la dipendenza dal petrolio importato. È in questo contesto che la transizione energetica accelera anche per ragioni geopolitiche: l'elettrificazione riduce la dipendenza dalle rotte petrolifere marittime e attenua l'esposizione agli shock energetici esterni, pur aprendo nuove dipendenze tecnologiche e minerarie legate a litio, rame, terre rare e semiconduttori.

Energia rinnovabile, nucleare, accumulo, reti elettriche, veicoli elettrici a batteria (BEV) e pompe di calore diventano così strumenti di sicurezza nazionale, oltre che di politica climatica. La transizione energetica del XXI secolo risponde sempre meno a sole logiche ambientali e sempre più a dinamiche di competizione strategica tra le grandi potenze.

Ciò che sta accadendo nel settore automotive è particolarmente indicativo. Il mercato europeo dell'auto elettrica accelera proprio mentre tornano a salire benzina e diesel. Nel primo trimestre del 2026 la quota BEV ha raggiunto il 19,4%, contro il 15,2% dell'anno precedente, con forti crescite in Italia (+65,7%), Francia (+50,4%) e Germania (+41,3%). È il segnale di un cambiamento più profondo: l'auto elettrica smette di essere percepita soltanto come simbolo della transizione ecologica e diventa una forma di protezione contro volatilità energetica, caro carburanti e instabilità geopolitica.

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L'auto elettrica avanza in Europa anche come riparo dalla volatilità dei carburanti fossili. Nel frattempo l'Italia avvia l'iter per il ritorno al nucleare, la Cina controlla le terre rare e Washington consolida la propria sovranità energetica. Energia e intelligenza artificiale stanno diventando le due facce della stessa competizione globale.

Energia e intelligenza artificiale come pilastri della potenza nel XXI secolo

La frammentazione dell'ordine internazionale sta riportando al centro della competizione globale il controllo delle risorse energetiche, delle filiere strategiche e delle infrastrutture di approvvigionamento. Lo stesso governo italiano ha avviato l'iter legislativo per il ritorno al nucleare, con l'obiettivo di varare i decreti attuativi entro la fine del 2026.

Le spinte verso l'autonomia energetica derivano da due fattori convergenti: la crisi del multilateralismo e del mercato globale da un lato, e l'innovazione digitale con l'ascesa dell'intelligenza artificiale dall'altro. La rivoluzione digitale sta trasformando l'energia nel prerequisito del primato tecnologico. Data center, capacità computazionale e infrastrutture per l'intelligenza artificiale richiedono enormi quantità di elettricità: per questo l'autonomia energetica torna a essere una dimensione decisiva della potenza economica e geopolitica.

In questo scenario, la Cina ha costruito gran parte della propria ascesa legando sviluppo industriale, capacità tecnologica e controllo delle supply chain critiche, in particolare delle materie prime necessarie alla produzione avanzata. Le terre rare sono diventate un nodo decisivo per elettronica, AI, difesa e tecnologie verdi. Gli Stati Uniti mantengono invece un primato nell'innovazione grazie alle Big Tech, ma hanno rafforzato ulteriormente la propria posizione attraverso la sovranità energetica conquistata con la shale revolution. In una fase storica in cui energia e tecnologia convergono, questo conferisce a Washington un vantaggio strutturale.

Se il Novecento è stato il secolo della geopolitica del petrolio, il XXI secolo sarà quello della competizione per elettricità, infrastrutture, minerali critici e capacità tecnologica. La crisi di Hormuz rende evidente una realtà spesso sottovalutata: la transizione energetica non è mai stata soltanto una questione climatica, ma anche una questione di sicurezza strategica, autonomia energetica e ridefinizione degli equilibri di potenza nel sistema internazionale.

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Fonti

  1. U.S. Energy Information Administration (EIA)
  2. Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA)
  3. Council on Foreign Relations — Edward Fishman
  4. ACEA — European Automobile Manufacturers' Association
  5. Carnegie Endowment for International Peace
  6. Commissione Europea
  7. Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE)
  8. OCSE — Intelligenza Artificiale
  9. USGS — Rare Earths Statistics
  10. Saudi Aramco

© Riproduzione riservata

Autore

Giuseppe Sabella
Giuseppe Sabella

Ricercatore e saggista, è direttore di Oikonova, think tank indipendente su economia e lavoro. Formatosi nel progetto “Milano lavoro”, è analista e commentatore economico per media nazionali e autore di saggi sulle trasformazioni del lavoro.

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