Tecnologia accelerata, fede cieca, e il mito dell’AI che ci salverà

L’ascesa dell’Intelligenza Artificiale generativa sembra un prodigio. Ma dietro la meraviglia si nascondono opacità industriali, rischi sociali e nuove forme di potere. Siamo davvero davanti al progresso, oppure stiamo cedendo il controllo della nostra creatività a un culto digitale?

Figura umana davanti a un’enorme struttura digitale luminosa che rappresenta una rete neurale in rapida crescita. atmosfera futuristica.
La vertigine dell’accelerazione tecnologica. L’essere umano osserva la crescita esponenziale delle reti neurali generative, tra fascinazione e perdita di controllo.
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Nel suo saggio The Law of Accelerating Returns, Ray Kurzweil, noto pioniere del text-to-speech,  indicava con il termine di “Singolarità Tecnologica” un ipotetico punto nel futuro in cui il  progresso tecnologico avrebbe raggiunto un’accelerazione tale da sfuggire alla capacità di  comprensione e previsione degli esseri umani. Oggi, il fenomeno della Singolarità appare  sempre più concreto, specie nel campo delle Reti Neurali Artificiali (ANN) e dell'Intelligenza  Artificiale Generativa (GAI).


La magia nera Americana

Questa rapida ascesa computazionale rende difficoltoso, persino per  gli esperti del settore, tenere traccia di tutte le innovazioni in atto. Per i non addetti ai lavori,  invece, i risultati dei nuovi modelli generativi freemium si manifestano come veri e propri fenomeni mistici, in perfetta armonia con le Tre leggi di Clarke. La meraviglia nel vedere il nostro  computer vestire i panni di un dietologo, un contabile, o un amico di vecchia data con un  semplice clic, viene proiettata in un inspiegabile risveglio cosciente dell'hardware, anziché nel  prodotto di una raffinata struttura statistico-matematica fondata su tecniche di Natural  Language Processing. D’altronde, chi rilascia questi strumenti evita di spiegarne il  funzionamento al grande pubblico, avvalendosi di ombre dialettiche per accrescerne il velo  economico. 

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Gli LLM non “capiscono”. calcolano. Non “ragionano”. ottimizzano funzioni. Senza trasparenza. la tecnologia smette di essere strumento e diventa dottrina.

Nelle stanze del potere, si richiama il ruolo storico della Chiesa quale “vernice del mondo”, nel  moderare gli eccessi umani. Non è un segreto che l’uomo eccelle nell'inventare strumenti, ma  che spesso fatica nell’impiegarli con saggezza. La necessità di un patto etico, incarnato nell'AI  Act, emerge perciò come balsamo lenitivo: una moderna stele incisa con i comandamenti  dell'etica e della responsabilità tecnologica, che funge da azione regolatoria nella corsa dei grandi player dell’informatica agli armamenti digitali. Qualsiasi nuova forza governativa, infatti, dovrà dare un senso all'intelligenza artificiale e agli algoritmi che gestiscono i Big Data non  soltanto nel loro isolamento tecnico, ma anche intrecciare questi elementi in una narrazione  coerente, orientata verso obiettivi globali comuni. Ed Il fil rouge di questa narrazione potrebbe  essere ciò che Simone Weil considerava il punto di incontro tra dignità e utilità umana: il  mercato del lavoro. 

Feticismo dell’AI generativa

Nella cultura operativa del Don’t look up, supportata dall’eco dell’Ottimismo Tecnologico, avanza il rischio di un’alienazione incompresa, di uno smarrimento dopato dai fermenti della dinamicità divulgatoria miope, che distragga dagli obiettivi di sviluppo originari e dal valore  d’uso di un, seppur avanzato, strumento di intelligenza artificiale debole. Basterebbe infatti  riconoscere che, per costruzione, il chatbot non può sottrarsi alla domanda, e deve rispondere cercando di massimizzare una funzione di ricompensa – da qui il problema delle allucinazioni. Tuttavia, la Generative Tech Hype esagera il valore percepito del prodotto ed i suoi usi, e concorre  ad alimentare l’insicurezza nella forza-lavoro degli operanti, i quali non possono far altro se non  prostrarsi ai nuovi dèi della computazione – OpenAI, Anthropic e simili. Il prompt diventa,  quindi, una vera e propria forma di preghiera laica, un atto di fede verso l’entità generativa:  chiedere ciò che non è in nostro potere, e sperare nella salvezza dai peccati digitali. 

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Un chatbot non “conosce” il mondo ma stima la parola più probabile in base ai dati. Non capisce. predice. Non pensa. completa. Le sue risposte sono plausibili. non necessariamente vere.

Si parla di feticismo dell'AI, quando il valore di una computazione artificiale apparentemente flawless si gonfia a tal punto da gettare ombra su qualsiasi altra forma di creatività naturale  (im)perfettamente lenta. Tale fenomeno agisce come una censura temporale, relegando la  ricchezza dell'espressione umana ad un piano di sviluppo lineare e preferendo, di fatto,  l’efficienza algoritmica ai risultati epifanici che nascono dalla non-linearità del pensiero  riflessivo. Dal momento che imprenditori e multinazionali tendono naturalmente a cantare le  lodi delle proprie creazioni, il Prof. Yuval Harari potrebbe obiettare che “come storico, non  posso dare alla gente né cibo né vestiti - ma posso cercare di fare ed offrire un po' di chiarezza”. 

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Una gran quantità di termini esoterici punteggiano le conferenze TED ed i convegni sulle nuove  tecnologie ed è naturale che le persone abbiano l'impressione che queste parole non le tocchino da vicino. Mai come oggi emerge la necessità di scavare fuori dalla coltre gelida dei  tecnicismi - comprensibili, data la complessità delle metodologie in atto - per riscaldarsi al fuoco  del ragionamento filosofico, ed emancipare il problema dell’irrilevanza umana, studiando ed analizzando la ratio sottostante lo sviluppo tecnologico - che sappiamo non sempre essere sinonimo di progresso. Come ci ricorda Marx, il progresso è tale solo quando l'innovazione mira  a liberare l'uomo dalla sua condizione di miseria. Sorge dunque il legittimo dubbio: il fenomeno  che stiamo osservando può essere considerato autentico progresso? A tal proposito, rimando  a un post pubblicato sulla piattaforma X di Joanna Maciejewska, autrice di romanzi fantasy: “You  know what the biggest problem with pushing all-things-AI is? Wrong direction. I want AI to do  my laundry and dishes so that I can do art and writing, not for AI to do my art and writing so  that I can do my laundry and dishes”. 

Nel valutare un fenomeno di portata globale, torna alla mente l'insegnamento orwelliano  secondo cui “I liberali odiano la libertà, e i pensatori inquinano il pensiero." L'ideologia  dominante, in questo caso rappresentata dal culto dell'AI generativa in ogni sua forma, viene  tessuta da chi detiene le risorse e i mezzi di produzione, per poi essere indossata da una società  ormai assuefatta al consumo e alla produzione continua. Lo storytelling tecnologico che  promuove l'accettazione acritica dell'innovazione, presentandola come l'inevitabile esito di un  progresso naturalmente positivo, affonda le radici nel lieto fine disneyano: "Tutto tornerà al suo  posto, se segui questi principi." Questo ottimismo principesco, però, è distante da un approccio  scientifico e critico.

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Se un’innovazione non aumenta libertà. dignità e opportunità. ma solo efficienza e dipendenza. possiamo davvero chiamarla progresso?

Piuttosto, dovremmo fare nostra la nomenclatura e la logica delle query che  guidano l’AI, tentando di promptare la realtà e le nostre coscienze: Quali sono i fattori che hanno  concorso all’improvvisa notorietà delle GAI rispetto alle già ben note tecniche di Machine  Learning? In quale direzione strategica, anziché tattica, ci sta portando il loro sviluppo? È  possibile che le GAI superino lo scoglio delle intelligenze artificiali forti, tuffandosi, di fatto, nel  mare della human cognitive enhancement

Fonti

  1. Ray Kurzweil — The Law of Accelerating Returns (1999)
  2. European Union — EU Artificial Intelligence Act (2024)
  3. AgendaDigitale.eu

Autore

Tommaso Bosi
Tommaso Bosi

Dottore di ricerca in Informatica e Automazione, con specializzazione in Ricerca Operativa e Machine Learning. Si occupa di modelli decisionali avanzati, dati complessi e tecnologie intelligenti.

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