Povertà educativa e divari produttivi: la sfida delle politiche integrate
Dopo pandemia, PNRR e crisi belliche, l’Italia deve ripensare le sue politiche per le nuove generazioni: povertà educativa, natalità, lavoro e supporto genitoriale sono parti dello stesso mosaico. Urge un’azione integrata, senza più tentennamenti.
Dopo la pandemia, dopo l’arrivo dei fondi del PNRR, dopo e durante la crisi della guerra in Ucraina, che ormai sembra avere un orizzonte non più di breve durata, nel nostro sistema paese si apre, o meglio si riapre, l’ennesima riflessione su quanti e quali interventi strutturali, e non, si debbano implementare per garantire un futuro florido alle nuove generazioni.
La complessità e il rischio di errori di prospettiva
La riflessione su una tematica così importante risulta quanto mai complessa e complicata dalle tante contingenze in continua evoluzione. L’errore logico è sempre dietro l’angolo nella determinazione di problematiche contingenti che spostino il punto di osservazione di questioni che, per loro importanza, devono avere una prospettiva temporale di diversi anni.
Le politiche sulle pari opportunità e l’occupazione femminile, sulla povertà economica dei nuclei familiari, sulla denatalità Italiana, sulla mancanza di risorse umane nei sistemi produttivi, e non da ultima sulla povertà educativa delle nuove generazioni, risultano essere tutte tessere di un unico grande mosaico. Il sistema dovrebbe prevedere politiche attive, sul lavoro e sulla natalità, che favoriscano la genitorialità efficace a tutti i livelli e non solo il potenziamento di servizi volti alla conciliazione vita e lavoro, come ad esempio gli asili nido. Il focus deve essere ampliato a tutto il mosaico per poter intervenire sulla tematica della povertà educativa, che dovrebbe essere intesa anche come scarsità di supporto educativo ai nuclei familiari.
Negli ultimi anni gli investimenti relativi alle attività di prevenzione in ambito educativo e familiare, rivolte al sostegno genitoriale, hanno subito un rallentamento importante ed alcune conseguenze sono quantomai visibili.
Il richiamo ai dati e la necessità di un’idea integrata
L’Istat nel suo rapporto annuale 2023 riporta: “Sul fronte demografico, gli effetti dell’invecchiamento della popolazione si fanno sempre più evidenti: il consistente calo delle nascite registrato nel 2022 rispetto al 2019, circa 27 mila nascite in meno, è dovuto per l’80 per cento alla diminuzione delle donne tra 15 e 49 anni di età e per il restante 20 per cento al calo della fecondità. L’invecchiamento è destinato ad accentuarsi nei prossimi anni, con effetti negativi sul tasso di crescita del Pil pro capite. Investendo sul benessere delle nuove generazioni, si può fare in modo che l’insufficiente ricambio generazionale sia in parte compensato dalla loro maggiore valorizzazione.
Gli indicatori che riguardano il benessere dei giovani in Italia sono però ai livelli più bassi in Europa. Le notevoli risorse finanziarie messe in campo per uscire dalla crisi dovrebbero supportare investimenti che accompagnino e rafforzino il benessere dei giovani nelle diverse fasi dei percorsi di vita, intervenendo fin dai primi anni di vita”. Si può e si deve ripartire da un sostegno genitoriale che preveda l’attivazione delle risorse di accudimento, non più solo declinate al femminile, un sostegno che incentivi la valorizzazione delle risorse delle persone senza mai scadere nell’assistenzialismo, un sostegno che veda attive le realtà imprenditoriali come beneficiarie a breve ed a lungo termine di queste politiche.

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Solo con un’idea integrata di tali politiche si potrà procedere verso un’azione realmente efficace e generativa per il futuro del nostro sistema-paese, futuro che non concede più tentennamenti.
Fonti
- ISTAT – Rapporto annuale 2023
Autore
Presidente e Consigliere CDA di SHR Italia, già Consigliere del Ministro per la Pubblica Amministrazione nel Governo Draghi con delega alle relazioni sindacali. Ex Segretario nazionale CISL Funzione Pubblica e Segretario generale CISL Padova.
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