Perché i giovani se ne vanno dall’Italia

La mobilità dei giovani italiani non è solo un’emergenza contemporanea. La storia mostra che partire è sempre stato parte dell’identità nazionale, anche se oggi cambiano numeri, contesti e responsabilità politiche.

Giovane laureato italiano in aeroporto con valigia. Sfondo sfocato con tabellone delle partenze. Espressione riflessiva, atmosfera realistica e documentaristica.
Giovani italiani in partenza tra ambizioni, incertezze e un Paese che fatica a trattenerli.
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È indubbio che la fuga di cervelli nel nostro Paese sia un esodo inarrestabile, soprattutto nel Mezzogiorno dove le opportunità di trovare un lavoro ben retribuito o di fare carriera restano un miraggio. Ma va detto che qualche volta si esagera a considerare dannoso il trasferimento al Nord Italia o all’estero dei nostri giovani. È accaduto in ogni epoca che giovani di precedenti generazioni, condotti dal desiderio di luoghi sconosciuti, alla ricerca di nuove esperienze, abbiano affrontato viaggi lunghissimi, faticosi e costosi pur di trasferirsi altrove.


Un esodo che affonda le radici nel passato

Il fattore principale è stato l’istinto dell’avventura che ha fatto superare il distacco dalla propria terra e dai propri affetti. Ed infatti non c’è continente che non abbia visto nel tempo italiani recarsi in tutte le grandi città mondiali. Ma erano tempi in cui difficilmente le famiglie italiane scendevano al di sotto di 4-5 figli e la miseria cresceva dopo le guerre.

Le nuove diaspore e i numeri di oggi

Sono passati un paio di secoli dalle prime diaspore italiane nel mondo, e le dinamiche tutto sommato non sono cambiate. Sono cambiate le soluzioni per partire, infinitamente meno costose e faticose, la miseria di quei tempi non esiste più, almeno per l’Italia, che nel frattempo è diventata una potenza industriale, la prolificità è strapiombata ad 1,3 per famiglia, più che gli analfabeti dei primi del Novecento, molti sono i laureati in cerca di fortuna.

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L’esperienza all’estero può arricchire competenze, visioni, capacità innovative. Il problema nasce quando il sistema Italia non è in grado di attrarre nuovamente i suoi giovani.

Un emigrato su tre rientra nella fascia d'età 25-34 anni, per un totale di 31mila. Di questi, ben 14mila posseggono una laurea o un titolo di studio superiore. Dal Mezzogiorno, sono addirittura 150mila gli studenti neolaureati che annualmente optano per il trasferimento, tanto nel centro-nord del Bel Paese quanto all'estero.

Partire è più facile. Tornare anche.

Oggi è più facile poter tornare in Italia non solo per la diffusione dei mezzi di trasporto ma anche perché, nonostante i tanti problemi presenti, si tratta comunque di una società evoluta e con strutture industriali e servizi assai importanti.

Il punto, però, è che l’attuale classe politica e quella dirigenziale hanno difficoltà a considerare indispensabili le regole e i comportamenti presenti nelle società liberali.
Servono sburocratizzazione e libero mercato nell’interesse dei cittadini e delle imprese:

  • Se le università si liberassero dalle baronie, diventerebbero più snelle, migliorerebbero i corsi universitari e costerebbero meno, aumenterebbero campus ed alloggi universitari e ci sarebbero più investimenti nella ricerca.
  • Se la pubblica amministrazione venisse rivoluzionata digitalmente, molti “nativi” potrebbero essere assunti e cambiare la faccia e l’efficienza degli uffici pubblici.
  • Qualora si sopprimessero “le assistenze” clientelari della politica, ci sarebbero risorse per trattenere i giovani talenti.
  • Se i giovani venissero pagati di più, molti resterebbero e molti rientrerebbero dopo esperienze internazionali.

La domanda finale resta aperta. Se i lavoratori impegnati da molti anni hanno retribuzioni più basse di quelli europei, cosa potrà accadere a un giovane alla sua prima esperienza di lavoro?

Fonti

  • ISTAT - Rapporto Migrazioni Interne
  • Fondazione Migrantes - Rapporto Italiani nel Mondo
  • OECD - International Migration Outlook
  • MIUR - Dati su mobilità universitaria e post laurea
  • Eurostat - Youth Employment Data

Autore

Donato Bonanni
Donato Bonanni

Laureato in Scienze Politiche, PHD in Diritto delle Relazioni di Lavoro (Fondazione Marco Biagi Università Modena e Reggio Emilia). Presidente di Ripensiamo Roma, opinionista, ambientalista.

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