Paolo Cirino Pomicino
Tra potere, relazioni e caduta della Prima Repubblica, il ritratto di Paolo Cirino Pomicino racconta una stagione politica irripetibile. Dalle stanze andreottiane a Tangentopoli, fino al ruolo di opinionista, resta una figura controversa e simbolica.
Dati biografici
Attività e professioni
«Uh, che birichino Cirino Pomicino, sembra un personaggio di Topolino». Con questa battuta Enrico Montesano ironizzava sull'esponente democristiano in Beati voi, commedia andata in scena tra il 1992 e il 1993, negli anni incandescenti di Tangentopoli. Era la stagione in cui l'inchiesta giudiziaria sul sistema di corruzione politico ed economico travolse, oltre trent'anni fa, la Prima Repubblica e una parte rilevante della sua classe dirigente. Tra i protagonisti di quella parabola vi fu anche Paolo Cirino Pomicino, allora figura di primo piano della Democrazia Cristiana e riferimento, in Campania, della corrente andreottiana.
Proveniva dalla borghesia napoletana, quella che aveva attraversato il dopoguerra con un piede nel notabilato locale e uno nella professione. Suo fratello Bruno era stato, negli anni Settanta, un attore militante, vicino al PCI, presente in quei film che intendevano la cinepresa come strumento di critica sociale. La sua morte prematura, nel 1981, lasciò una figura che nel ricordo familiare doveva risultare politicamente speculare a quella del fratello. Paolo aveva scelto la DC, il consiglio comunale di Napoli, poi il parlamento, costruendo nel tempo una rete di relazioni che attraversava il mondo politico, imprenditoriale e giornalistico del Mezzogiorno. Questa trama di relazioni sopravvisse alla crisi del sistema politico che l'aveva alimentata. All'epoca di Tangentopoli, Pomicino fu coinvolto nelle inchieste napoletane. Rivendicò sempre le assoluzioni ottenute in altri procedimenti e ridimensionò la portata delle condanne subite. La fine della Prima Repubblica non segnò però la sua uscita di scena, e negli anni successivi lo consacrò come uno degli opinionisti politici più richiesti, forte della conoscenza diretta di quella classe dirigente e di uno stile ironico, schietto, profondamente napoletano. Da ministro del Bilancio nei governi Andreotti, Pomicino ebbe un ruolo centrale in anni di politica economica che segnarono durevolmente la finanza pubblica italiana. I suoi critici gli attribuirono una gestione che aggravò il debito pubblico, aprendo la strada a manovre correttive severe, tra cui il prelievo forzoso sui conti correnti deciso dal governo Amato nel 1992. Lui respinse sempre quella lettura, sostenendo che l'indebolimento della politica per mano della magistratura aveva esposto il paese alla speculazione finanziaria internazionale, e che i governi della Prima Repubblica erano stati gli ultimi in cui la politica aveva ancora la forza di condizionare la finanza, e non il contrario. Era una difesa che conteneva, al di là della polemica contingente, una tesi sulla natura del mutamento istituzionale italiano che avrebbe continuato ad alimentare il dibattito storiografico.
Paolo Sorrentino lo ha fissato nella memoria collettiva con Il Divo, il film del 2008 sulla parabola di Andreotti, dove il personaggio ispirato a Pomicino, e interpretato da Carlo Buccirosso, emerge come figura carnevalesca e al tempo stesso politicamente operosa. Le feste nella sua casa romana, di cui i vicini finivano regolarmente per chiamare le forze dell'ordine, si accompagnavano a una riconosciuta capacità di condurre trattative difficili e di muoversi con disinvoltura tra politica, affari e reti relazionali.
In quella stagione terminale della Prima Repubblica, Pomicino fu tra i protagonisti del tentativo di eleggere Andreotti alla Presidenza della Repubblica, cercando di coinvolgere anche settori del PCI post-comunista in un progetto di governo di salute pubblica che avrebbe dovuto traghettare il paese fuori dalla crisi. Fu un disegno che non trovò mai le condizioni per realizzarsi. La strage di Capaci del maggio 1992, in cui la mafia uccise Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, e l'accelerazione delle inchieste giudiziarie su Milano e Napoli spensero rapidamente quegli spazi di manovra, archiviando insieme la Prima Repubblica, i suoi protagonisti e le ultime partite che si stavano ancora giocando.
Pomicino sopravvisse politicamente alla sua stagione, ma non ne fu più protagonista, in una transizione, quella degli anni Novanta, che smontò il sistema di relazioni in cui aveva operato non riuscendo a produrre una classe dirigente meridionale altrettanto capace di tenere insieme interessi frammentati e mediare tra Roma e il territorio. Quella capacità, fatta di frequentazioni, debiti di riconoscenza, conoscenza diretta delle persone prima ancora che delle pratiche, finì sepolta sotto le macerie del sistema che l'aveva prodotta, e le nuove forze politiche che vennero dopo non ebbero né il tempo né l'interesse per distinguere il metodo dalla corruzione.
Paolo Cirino Pomicino resta la figura più irriducibile della Prima Repubblica campana. Aveva costruito un potere fatto di presenze, frequentazioni e debiti di riconoscenza, persuaso che la politica meridionale non potesse reggere senza qualcuno capace di tenere insieme Roma e il territorio. Quella persuasione lo rese indispensabile finché il sistema resse, e ingombrante quando crollò. Nella Seconda Repubblica fu cercato più come commentatore raffinato che come uomo di potere, forse la misura più onesta di ciò che era stato davvero.
Fonti
- Treccani
- Il Post
- Wikipedia
- Pagella Politica
- Il Sole 24 Ore
- MYmovies
- Ministero dell'Interno
© Riproduzione riservata
Autore
Nato a Piano di Sorrento nel 1970, laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali. Storico e divulgatore, ha insegnato e collaborato con diverse testate. È portavoce della Fondazione Matteotti e attivo in associazioni culturali.
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