Oltre il nozionismo: l’università che serve oggi
L’università è a un bivio storico: superare il nozionismo e integrare umanesimo, tecnologia e impresa per formare competenze capaci di comprendere e governare un cambiamento sempre più complesso.
L’università è oggi davanti a un bivio decisivo. Deve trovare motivazione e forza per andare oltre, sostenuta da una profonda riflessione e da confronti capaci di aprire orizzonti legati a sfide finora non sufficientemente considerate.
Il limite del nozionismo e il valore delle discipline umanistiche
Continuare a trasmettere nozioni secondo schemi rigidi, separare i saperi e preparare a professioni ritenute stabili significa ignorare la realtà che cambia. Viviamo una fase storica segnata da trasformazioni rapide, da un’innovazione tecnologica continua e da un intreccio sempre più stretto tra dimensioni economiche, sociali, ambientali e culturali. In questo contesto, accumulare conoscenze non è più sufficiente: conta la capacità di comprenderle, collegarle e rielaborarle nel tempo, costruendo strumenti mentali flessibili, profondi e durevoli.
Il limite del nozionismo appare evidente di fronte alla velocità del cambiamento. Le competenze tecniche invecchiano rapidamente, le professioni si trasformano e nuove figure ad alta qualificazione emergono senza che il sistema formativo riesca a intercettarle con la necessaria tempestività. Una formazione che si limita a trasferire contenuti rischia di dissolversi senza lasciare traccia. È come la pioggia che cade su un terreno argilloso: scorre in superficie e non nutre in profondità, lasciando il suolo fragile e sterile.
Le discipline umanistiche svolgono invece una funzione decisiva. Rappresentano il terreno che assorbe, trattiene e rende disponibile ciò che viene appreso. Filosofia, storia, letteratura, diritto ed economia sociale costruiscono strutture mentali profonde: linguaggio, capacità interpretativa, senso critico, coscienza civica e consapevolezza storica. Grazie a queste basi, le nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche non scivolano via, ma trovano un contesto fertile in cui radicarsi. È questa la condizione per una formazione che accompagni davvero l’intera vita delle persone.
Complessità, frammentazione e impatto economico
La vera sfida educativa del nostro tempo è la complessità. I problemi non appartengono più a una sola disciplina né a una sola epoca. Viviamo una fase in cui l’era industriale, quella digitale e quella dell’intelligenza artificiale convivono e si sovrappongono, spesso senza una continuità apparente. Senza un sapere capace di ricucire queste transizioni, il rischio è la frammentazione delle competenze e l’abbassamento del livello medio delle qualifiche. Questo produce un danno economico diretto: minore produttività, ridotta capacità innovativa, minore attrazione di investimenti qualificati. È una realtà già presente nel nostro contesto nazionale e che ci interroga da tempo, mentre le risposte continuano a rivelarsi insufficienti. Occorre valorizzare e mettere a sistema ogni risorsa, antica e nuova, nella gestione e nella trasmissione della conoscenza, superando ostacoli, ritardi e reticenze.
Università, formazione a distanza e cooperazione con le imprese
In questo scenario, anche la formazione universitaria a distanza può e deve svolgere un ruolo strategico, se integrata e posta in collaborazione con l’insegnamento tradizionale. Se ben progettata, non è una replica impoverita della didattica in presenza, ma uno strumento essenziale per rendere concreta e realmente accessibile la formazione permanente. La flessibilità dell’accesso consente a lavoratori e professionisti di aggiornarsi, acquisire competenze elevate e rielaborarle criticamente, rafforzando la capacità di apprendere nel tempo e di governare un’innovazione sempre più complessa.
Il progresso tecnologico mette però in luce un paradosso evidente: mai come oggi il sistema produttivo segnala una carenza di alte specializzazioni, nonostante l’ampia offerta formativa. Questo scarto produce ritardi strutturali nello sviluppo, rallenta la crescita e indebolisce la competitività del Paese. L’università non può agire da sola. Serve una cooperazione stabile con le imprese, capace di individuare i nuovi profili professionali senza sacrificare la solidità culturale. Solo dall’incontro tra sapere accademico, umanesimo e conoscenza dei processi produttivi possono nascere competenze realmente adeguate alle trasformazioni in atto.

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Ridurre l’università a una fabbrica di abilità immediate significa impoverirne la missione. L’università del futuro dovrà integrare tecnica e umanesimo, presenza e distanza, sapere e impresa, formando persone capaci non solo di fare, ma di comprendere, orientare e governare il cambiamento. In gioco non c’è soltanto l’occupabilità, ma la qualità dello sviluppo, la coesione sociale e il futuro economico del Paese. Una responsabilità collettiva che non può più essere rinviata.
Fonti
- INAPP
- Istat
- Mur
- Forbes Italia
- Current Affairs
- McKinsey & Company
© Riproduzione riservata
Autore
Precedentemente segretario generale della CISL, è stato tra i protagonisti del sindacalismo italiano, impegnato su lavoro, contrattazione e politiche sociali. Dopo la guida della confederazione, continua l’attività di analisi e divulgazione.
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