Manovra di bilancio 2026: credibilità sui mercati e un nodo irrisolto
Una manovra prudente per il 2026, rafforzata dal contributo di solidarietà su banche e assicurazioni, sostiene la credibilità sui mercati. Ma senza riforme strutturali resta il rischio di crescita bassa e domanda interna debole.
Dato il più generale contesto, la manovra di bilancio per il 2026 difficilmente poteva essere diversa da quella che è stata. Ovviamente erano possibili variazioni compensative. Quel mutare dell’ordine dei fattori che non incide sul risultato finale.
La manovra 2026 e le alternative politiche
Ragionando al margine, si poteva ridurre di qualche mese la data del pensionamento, investire un po’ di più sulla sanità, aumentare i contributi a favore delle imprese, contenere di qualche decina di euro il peso dell’Irpef sul singolo contribuente, ma senza strafare.
Alla fine, il risultato algebrico delle diverse ipotesi altro non poteva essere che zero. A meno che non si fosse seguita un’altra strada, quella indicata dalle opposizioni: aumentare ulteriormente la pressione fiscale. Si sarebbero così trovate le risorse necessarie per realizzare quelle cose che, invece, erano state solo evocate. Il suggerimento, per la verità, era venuto da più parti. In alcuni casi solo sussurrato, in altri declamato con un piglio stentoreo. Fino ad evocare la necessità di una patrimoniale in grado di dimostrare, come si diceva una volta, che “anche i ricchi” potevano “piangere”. Proposta, quest’ultima, fatta propria solo dalle pattuglie più estreme dell’arco parlamentare. Per altro, in forte sintonia, con un elettorato limitato anche se piuttosto omogeneo.
Critiche iniziali, max-emendamento e “contributo di solidarietà”
All’inizio dei giochi, con il testo della legge di bilancio ancora fresco di stampa, non erano mancate osservazioni più meditate. Come quelle di Carlo Cottarelli che, dalle colonne del Corriere, aveva avuto facile gioco nel denunciare la scarsa ambizione del Governo. Una manovra di “soli” 18,5 miliardi, come allora appariva, era considerata troppo modesta rispetto alle aspettative. Espressione se non della paura almeno dell’incertezza della maggioranza, specie nel confronto con le manovre degli anni precedenti. Un giudizio che si dimostrerà eccessivamente severo.
Le cause dell’originaria prudenza erano altrove. Mancava ancora l’esatta quantificazione del prelievo aggiuntivo a carico delle banche e delle compagnie assicuratrici, con le quali era stata aperta una complessa trattativa, che avrebbe dato i suoi frutti solo in seguito. Alla fine, infatti, il Governo avrebbe poi presentato quel max emendamento di 3,5 miliardi con cui si prevedevano una serie di misure a vantaggio delle imprese - dal super ammortamento al bonus sui materiali - rese possibili proprio grazie al “contributo di solidarietà”, appena contrattato. E così la manovra originaria saliva da 18,5 a 22 miliardi, smentendo le vecchie critiche iniziali.
Semplice tattica? Certo che no. A preoccupare soprattutto Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’economia, era la tenuta dei conti pubblici. Fin dall’inizio, il segnale doveva essere forte e chiaro. Non sarebbe state ammesse richieste destinate a mettere in discussione i risultati conseguiti e conseguibili. Né da parte dell’opposizione, né da parte dei singoli partiti, che componevano la maggioranza. Ed ecco allora che anche quella sorta di “doppia manovra” o di manovra in “due tempi” poteva servire allo scopo. Raffreddare lo spirito dei più bellicosi. Rallentare l’assalto alla diligenza. Mettere, insomma, un freno al tradizionale tentativo parlamentare di spostare a suo piacimento l’equilibrio complessivo dei numeri fiscali.
Mercati, confronto europeo, PNRR e “procedura d’infrazione”
Anche i più critici dovrebbero riconoscere che questo risultato è stato conseguito. E che il relativo successo non ha fatto altro che accrescere ulteriormente la credibilità dell’Italia sui mercati finanziari internazionali. In un momento in cui il giudizio relativo già volgeva al bello: spread sui titoli di Stato mai così bassi; rating positivo da parte di tutte le Agenzie; conferma della buona gestione nell’impegno delle risorse del PNRR e pagamento dell’ottava rata; crescita senza precedenti dei valori di borsa in una sorta di primato mondiale.
Abbastanza, quindi, per essere più ottimisti e non rovinare la festa: tanto più se la situazione italiana era posta a confronto con quella degli altri Paesi europei. A partire dalla Francia e dalla stessa Germania. L’Italia cessava di poter essere considerato, com’era avvenuto in passato, il “malato d’Europa” (copyright dell’Economist). Mentre altri venivano a trovarsi in questa scomoda posizione. Inoltre, grazie alla prudenza della manovra, è ora prevedibile un’uscita anticipata dalla “Procedura d’infrazione”. Cosa che avrebbe consentito di affrontare, con minor patemi d’animo, il nuovo “ciclo elettorale” destinato a far capolino fin dai primi mesi del 2026.
Contesto internazionale e rischio per i Paesi esportatori
Questi quindi gli ingredienti di un giudizio positivo. Ma esso è anche tale da far dormire sogni tranquilli per il futuro più immediato? Qui i dubbi son più che legittimi. Preoccupa innanzitutto il contesto internazionale, dove l’instabilità della politica non depone a favore dell’economia. Le grandi potenze - Stati Uniti, Russia e Cina - sono più impegnate a mostrare i muscoli, che non a cooperare per un futuro migliore. Ci saranno pertanto una serie di sconvolgimenti destinati a pesare sugli assetti futuri. Per colpire soprattutto coloro - e l’Italia è tra questi - che, ai fini dello sviluppo delle proprie economie, sono vissuti soprattutto di esportazioni. L’elemento più dinamico del loro quadro macroeconomico.
Di fronte a questo cambiamento di prospettive, l’Italia, grazie ad una ritrovata stabilità finanziaria, ha margini sufficienti per resistere. Può contare, infatti, su riserve valutarie (valute estere, redditi, DSP, ed oro) particolarmente cospicue: 360,9 miliardi di euro (novembre 2025), 7 volte tanto quelle che segnarono, nel 2001, la nascita dell’euro. E che, in questi lunghi anni, hanno subito una continua crescita, con una forte accelerazione negli ultimi 7 anni. In questo lungo intervallo di tempo vi fu solo una loro riduzione, per poco più di 30,8 miliardi, nell’arco di 2 anni (settembre 2012/dicembre 2014). A dimostrazione di quanto quei margini siano consistenti.
Intervento strutturale e fine della frammentarietà
Ma, soprattutto, ha il tempo necessario per pensare ad un intervento di natura strutturale, da completare nell’arco dell’intera legislatura, nella speranza di poter godere di una permanente ritrovata stabilità di governo. Che metta fine alla frammentarietà delle precedenti leggi finanziarie, quale riflesso di una congiuntura ancor prima politica che non economica. Tale da rattrappire ogni intervento, avendo come traguardo la sola fine dell’anno solare. Da qui quel ragionare al margine, al di fuori di qualsiasi disegno organico, che non fosse la pura e semplice contingenza. Après moi le déluge. Il che spiega molto della crisi italiana.

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Spiega innanzitutto un tasso di crescita annuo quasi inesistente. Che ha sempre collocato l’Italia all’ultimo posto della classifica europea. Nell’Eurozona, anche la Grecia è riuscita a fare meglio. Semplici simulazioni mostrano che se il tasso di crescita annuo fosse stato pari alla media dell’Eurozona, fin dalla nascita dell’euro, oggi il volto del Paese sarebbe ben diverso. Innanzitutto un Italia più ricca, con un prodotto interno lordo maggiore per circa 600 miliardi (quasi un 27% in più). Un rapporto debito/Pil molto meno preoccupante rispetto a quel 134,9% di fine 2024. Addirittura inferiore al 100%, considerato il doppio abbattimento: denominatore più ampio e maggiori entrate erariali, dovute alla maggiore crescita.
Dato, quest’ultimo, che non tiene conto dei possibili risparmi nella spesa per interessi. Dovuti da un lato al minor volume di titoli pubblici da immettere sul mercato, dall’altro ad un rating più alto e quindi capace di incidere, come avvenuto durante quest’anno, sullo spread dei titoli sovrani. Il tutto reso possibile da un indebitamento medio annuo destinato a ridursi di circa il 20%. Per cui, alla fine, i vantaggi, grazie al minor peso degli interessi pagati, sarebbero risultati anche maggiori e dimostrato una verità antica: qualsiasi operazione di redistribuzione del surplus sociale (sempre che ci sia) non può competere con la forza di un mercato, che non sia solo preda esclusiva degli animal spirits.
Domanda interna e programma di legislatura
Entrato in questo spirito, il resto è facilmente declinabile. La principale variabile è rappresentata dalla domanda interna (consumi+investimenti) che deve far premio sull’estero. Misurarsi sui mercati internazionali rimane importante, ma prima di ogni cosa è necessario utilizzare al meglio le risorse esistenti. Evitando di ripetere quello che finora siamo stati: esportatori netti di merci, di uomini e di capitali. Per ottenere un simile risultato bisognerà pensare ad un “programma di legislatura”, che diventi punto di riferimento per tutti i soggetti che producono o contribuiscono alla crescita dell’economia.
Si va dallo sviluppo e dalla difesa dell’agroalimentare, specie all’indomani di quel grande riconoscimento internazionale che ha avuto la cucina italiana. Che non è stato solo il frutto della sapienza dei nostri chef, ma della qualità dei nostri prodotti di base e successive trasformazioni. Nei settori di eccellenza del manifatturiero si dovranno potenziare le innovazioni di processo, al fine di ottenere quei prodotti, che già hanno un mercato, ma ad un prezzo ancor più competitivo ed un maggior valore aggiunto. Il tutto, nella speranza, di poter anche sviluppare quelle innovazioni di prodotto, che per la verità stentano a manifestarsi.
Fondamentale dovrà essere in proposito, l’apporto delle organizzazioni sindacali. I salari sono una componente fondamentale dei consumi e quindi della domanda interna. Devono quindi aumentare, redistribuendo meglio i guadagni di produttività, oggi troppo sbilanciati a favore del capitale. Purtroppo la situazione è tutt’altro che uniforme sul territorio nazionale. Ne deriva la necessità di una diversa articolazione delle strutture sindacali, al fine di dominare meglio la specificità dei diversi luoghi di produzione. Potenziando al massimo la contrattazione secondaria e di secondo livello, a sua volta da favorire con adeguati incentivi fiscali.

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Ai temi dell’energia dovrà essere dedicata tutta l’attenzione necessaria. Per ridurre da un lato lo svantaggio competitivo, derivante da una produzione a costi eccessivi. Dall’altro per razionalizzarne la gestione, scegliendo la giusta relazione tra produzione (nucleare, idrogeno, rinnovabili) e consumo (industriale, civile e via dicendo). Relazioni destinate ad incidere sulla stessa rete di distribuzione e sui relativi costi.
Ricchezza delle famiglie, immobili ed “effetto ricchezza”
Ed, infine, - ma tutti questi sono solo degli spunti - il grande tema della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Pari, secondo gli ultimi dati di Banca d’Italia (2023) ad 8,2 volte il reddito lordo disponibile. Percentuale che colloca il Bel Paese ad uno dei primi posti della classifica internazionale. Una ricchezza poco mobilitata ai fini dello sviluppo complessivo. Considerata invece come una sorta di semplice giacimento, il cui costo di mantenimento grava tuttavia sul reddito prodotto dagli altri fattori produttivi. Soprattutto sul lavoro.
La metà di questa ricchezza è rappresentata da immobili. Il patrimonio edilizio, sempre nel 2023, valeva 5.547 miliardi. Quasi due volte e mezza il Pil di quell’anno. Ma il suo rendimento, considerando le spese di manutenzione ed il carico fiscale, quasi inesistente. Sebbene all’estero “l’effetto ricchezza”, vale a dire l’aumento del livello dei consumi dovuto al maggior valore degli asset, abbia segnato positivamente più di un ciclo congiunturale. L’ultimo in particolare: quello degli inizi del Terzo Millennio, negli USA, i cui eccessi portarono alla crisi della Lehman Brothers ed al crollo del mercato dei sub-prime.
Queste quindi alcune semplici indicazioni. Insieme ad altre cose, che si potranno vedere, dovrebbero formare il nocciolo del programma di legislatura, sul quale intervenire, anno dopo anno, con gli aggiustamenti al margine della legge di bilancio. Si avrebbe così la saldatura tra una visione più di lungo periodo e le singole azioni rivolte alla sua continua implementazione.,cambiando laddove sarà necessario cambiare. Ma non come avvenuto fino ad oggi.
Quando tutta l’attenzione invece era concentrata sulla semplice alternanza delle forze di governo e sul susseguirsi di “stop and go” dovuti solo al diverso colore politico dei singoli protagonisti. Politiche che, come mostrano i dati, non hanno fatto bene alla Nazione, trascinandola in un vicolo cieco di cui, solo oggi, si intravede una possibile luce.
Fonti
- Corriere della Sera
- Banca d’Italia
- Istat
- Presidenza del Consiglio dei Ministri
- Commissione europea
- Consiglio dell’Unione europea
- Borsa Italiana
- The Economist
- Encyclopaedia Britannica
- Federal Reserve History
- Trading Economics
- Fondo Monetario Internazionale (IMF)
- Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO)
© Riproduzione riservata
Autore
Già giornalista economico e alto funzionario della Camera dei deputati, ha diretto Servizio Studi e Bilancio. È stato sottosegretario al MEF, capo dipartimento a Palazzo Chigi e presidente di Enel Stoccaggi. Autore di numerosi saggi.
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