La svolta dell'Ue per salvare l'industria dell'auto

La revisione del Fit for 55 nasce da una presa d’atto geopolitica: l’Europa rischia di perdere industria, occupazione e autonomia strategica spingendo sull’auto elettrica senza controllarne le filiere dominare dalla Cina.

Auto europea al centro tra industria locale e filiere globali dominate dalla Cina.
La transizione dell’auto europea tra sostenibilità ambientale e sopravvivenza industriale.
Indice dei contenuti

La Commissione europea ha annunciato una revisione del quadro normativo sull’auto, in particolare del Fit for 55. La decisione nasce da considerazioni geopolitiche e industriali legate alla perdita di competitività europea e al dominio asiatico nelle filiere strategiche.


La revisione del Fit for 55 e il segnale politico europeo

Com’è noto, la Commissione europea ha annunciato la revisione del quadro normativo dell’auto, in particolare del pacchetto Fit for 55 che aveva fissato lo stop alla produzione di veicoli con motore endotermico dal 2035, imponendo la transizione esclusiva all’elettrico. Sarà il Parlamento a finalizzare le nuove regole, ma il segnale politico è chiaro: Bruxelles riconosce che quella strategia era industrialmente ed economicamente insostenibile.

Il cambiamento non nasce da un ripensamento delle politiche ambientali, bensì da una presa d’atto geopolitica. L’industria automobilistica globale si è spostata verso l’Asia, con la Cina che domina oggi le filiere strategiche: batterie, raffinazione del litio, terre rare, chimica, elettronica di potenza e software. Il sorpasso di BYD su Tesla non è solo un fatto simbolico, è piuttosto l’indicatore di un ecosistema industriale ormai maturo e difficilmente replicabile nel breve periodo dall’Europa.

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La revisione del Fit for 55 non è una svolta ambientalista al contrario, ma il riconoscimento di una debolezza industriale europea di fronte al dominio cinese nelle filiere dell’auto elettrica.

Supremazia cinese e squilibri delle catene del valore

Questa supremazia è stata costruita con investimenti pubblici giganteschi e con il controllo delle catene del valore. Oggi oltre il 70% della capacità mondiale di produzione delle celle per batterie e più dell’80% della raffinazione delle terre rare è concentrata in Cina o in aziende sotto la sua influenza. In altre parole, spingere l’Europa verso l’auto elettrica senza disporre di queste filiere significa trasferire valore, occupazione e tecnologia fuori dal continente ed esporre i costruttori europei all’incertezza, in particolare dei costi di approvvigionamento non del tutto controllabili.

A questo si aggiunge un altro fattore decisivo: la Cina è in piena sovrapproduzione. Secondo le principali analisi industriali, tra cui l’Outlook Automotive 2025 di AlixPartners, su 129 costruttori cinesi solo una trentina sopravviveranno entro il 2030. Già nei prossimi due anni è atteso un drastico consolidamento. Questa pressione interna spinge Pechino a esportare in modo aggressivo, soprattutto verso l’UE, che è rimasta l’unico grande mercato aperto dopo che gli Stati Uniti hanno eretto barriere tariffarie prima con l’Inflation Reduction Act e poi con i dazi di Trump.

L’effetto Fit for 55 sull’industria europea

In questo contesto, il Fit for 55 ha funzionato come un formidabile acceleratore dell’invasione cinese: ha obbligato i costruttori europei, che, a suo tempo, hanno condiviso quell’intervento, a spostarsi su una tecnologia di cui non controllano le materie prime, i componenti chiave e in larga parte nemmeno il software. Il risultato è stato un indebolimento strutturale dell’industria europea a vantaggio di quella asiatica.

Il problema non è l’elettrico in sé, ma un elettrico europeo costruito con componenti, software ed energia cinesi. Da qui l’auspicabile svolta verso il principio della neutralità tecnologica: l’Unione non rinnega la decarbonizzazione, ma smette di identificare la transizione climatica con una sola tecnologia. Ibrido avanzato, carburanti sintetici, biocarburanti e miglioramento dei motori termici diventano strumenti complementari per ridurre le emissioni senza smantellare l’apparato produttivo europeo.

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Decarbonizzare non equivale necessariamente a elettrificare tutto: legare la transizione a una sola tecnologia può amplificare dipendenze esterne e perdita di occupazione.

Geopolitica delle risorse, lavoro e futuro del Green Deal

Inoltre, la competizione per le materie prime strategiche sta assumendo un peso crescente nel conflitto geopolitico globale. Il Venezuela, oltre a vantare le maggiori riserve petrolifere al mondo, è ricco di minerali critici come terre rare, tantalio, niobio e altri elementi essenziali per batterie, elettronica avanzata e tecnologie verdi. In questa partita gli Stati Uniti hanno recentemente avviato iniziative, attraverso Tesla e Intel in particolare, per garantire un’alternativa alle catene di approvvigionamento dominate dalla Cina, evidenziando come la competizione sulle risorse sia ormai centrale nelle strategie di sicurezza e industriali. Tuttavia, trasformare questo potenziale in supply chain operative richiederà anni di investimenti, stabilità normativa e infrastrutture, e solo allora potrà influenzare in modo significativo il dominio di Pechino sulle catene globali del valore.

La distinzione è cruciale: decarbonizzare non significa necessariamente elettrificare tutto. Un’auto elettrica costruita con batterie prodotte in Cina utilizzando energia da carbone può avere un’impronta ambientale complessiva non molto migliore di un moderno veicolo ibrido o alimentato con carburanti sintetici. Ma soprattutto, l’auto elettrica richiede fino al 40% di manodopera in meno e un numero drasticamente inferiore di componenti, mettendo a rischio milioni di posti di lavoro nella filiera europea e, in particolare, in quella italiana, grande hub di componentistica, motori e meccanica. L’elettrico puro distrugge proprio questo vantaggio competitivo.

Le terre rare per il futuro
La transizione ecologica europea richiede enormi quantità di materie critiche. Una sfida che intreccia sostenibilità, geopolitica e innovazione circolare.

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L’Europa è oggi stretta tra due strategie esterne: quella espansiva della Cina, che punta a conquistare il mercato europeo con dumping industriale e sovraccapacità, e quella protezionista degli Stati Uniti, che usano sussidi, dazi e politica energetica per riportare produzione e valore in patria. In mezzo, Bruxelles ha capito di non potersi permettere un suicidio industriale mascherato da ambientalismo.

Le politiche climatiche, se vogliono essere sostenibili, devono essere integrate con politiche industriali e del lavoro. Il ripensamento del Fit for 55 non è un tradimento del Green Deal: è il tardivo tentativo di salvarlo dalla realtà. Se l’Europa vuole ridurre le emissioni senza diventare una colonia industriale asiatica, deve usare tutte le tecnologie disponibili, non legarsi a una sola.

Fonti

  1. Commissione europea
  2. Parlamento europeo
  3. AlixPartners
  4. Outlook Automotive 2025
  5. Tesla
  6. Intel

© Riproduzione riservata

Autore

Giuseppe Sabella
Giuseppe Sabella

Ricercatore e saggista, è direttore di Oikonova, think tank indipendente su economia e lavoro. Formatosi nel progetto “Milano lavoro”, è analista e commentatore economico per media nazionali e autore di saggi sulle trasformazioni del lavoro.

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