Il senso di colpa della vecchia Europa
Un viaggio nel “senso di colpa” che attraversa l’Europa contemporanea: dalle intuizioni di Nietzsche alle critiche di Rampini, tra cancel culture, ambientalismo estremo e crisi d’identità dell’Occidente. Una riflessione sul futuro della vecchia Europa nel nuovo ordine geopolitico.
“Dio è morto” gridava Nietzsche nel 1882. Oggi quel monito sembra descrivere una crisi d’identità dell’Occidente, attraversato da un senso di colpa che ne mina certezze, istituzioni e visione del futuro. Il grido di Nietzsche e la crisi dell’Occidente.
Il grido di Nietzsche e la crisi dell’Occidente
“Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini?”. Il grido di allarme sulla decadenza del mondo occidentale, levato da Friedrich Nietzsche nel suo “La gaia scienza”, saggio edito nel lontano 1882, appare oggi di considerevole attualità.
Il grande filosofo tedesco aveva magistralmente intuito come la società occidentale avesse cominciato a patire una crisi d’identità generata dal suo stesso volere o, meglio, da un sentimento che oggi sembra riconducibile a un incomprensibile senso di colpa su ciò che l’Occidente stesso è diventato. E’ vero che dalle intuizioni del pensatore di Röcken è trascorsa un’epoca storica, caratterizzata da guerre e dittature, ma anche da un progressivo affermarsi delle cosiddette democrazie liberali; eppure, le sue opere sembrano premonitrici del barcollante veleggiare dei giorni nostri.
Secondo un pensiero conformista prima strisciante e ora dominante, il mondo in cui siamo cresciuti, la scuola e l’università che ci hanno formati, gli ordinamenti che hanno sorretto e sorreggono le nostre democrazie più o meno perfette (occorre vedere quale sia il rating dello stato interessato nell’ambito del famoso Democracy Index) non vanno bene. Siamo colpevoli e non lo sapevamo!
La gaia scienza
di Friedrick Nietzsche
La gaia scienza è un libro che soggiace a una sorta di incanto. Non c’è interprete o commentatore che possa prescindere dal notare il carattere centrale, armonico di questo testo, la sua aurea medietà, la sua tranquilla e sicura risoluzione, la sua felice riuscita.
L’Europa tra espiazione e suicidio occidentale
L’Europa, in particolare, ha deciso di interpretare la parte di Atlante, il titano condannato a sostenere il gravoso fardello della volta celeste; come se tutti i mali del mondo dipendessero da una responsabilità storica di chi oggi compone l’Unione europea. Situazione da dramma psicanalitico, soprattutto a livello istituzionale e accademico.
A riguardo, molto lucida risulta l’analisi di Federico Rampini, nel suo “Suicidio occidentale”: “L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica, non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale”.
Un poenitentiam agite che, secondo il saggista genovese, è partito dagli Stati Uniti d’America, contagiando il Vecchio Continente, ormai puntellato da tanti pensatori che in stile Tacito, paragone azzardato solo per contenuti critici e non caratura letteraria, sono impegnati a stigmatizzare la “pax romana” contemporanea come frutto di politiche disonorevoli, che nei secoli hanno causato violenza, stragi, genocidi e sfruttamento colonialista. Di tutto ciò che di buono si è fatto si perde traccia, viene sminuito o limitato a blande commemorazioni.
Eppure, citando Roger Scruton, “noi, in quanto collettività, abbiamo ereditato delle cose buone e dobbiamo sforzarci di conservarle” (dal libro “Essere conservatore”).
Pensiero unico, cancel culture e ambientalismo estremo
Accade quanto auspicato dal grande filosofo britannico? Pare di no! Si insedia tra istituzioni e nel mondo accademico il pensiero unico, quello contro cui nessuno può opporsi, pena censura e attacchi anche di tipo personale. Un pensiero che ritiene legittime solo alcune battaglie e senza possibilità di dibattito, esasperando ogni aspetto e giungendo persino alle conseguenze nefaste della cancel culture, il tutto sostenuto da chi ha ruoli apicali nella nostra società.
Sempre citando Rampini, “solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere; e nessun dovere. L’ambientalismo estremo, trasformato nella religione neopagana del nostro tempo, demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’apocalisse imminente”. E proprio di ambientalismo estremo ha sofferto in questi anni la politica occidentale, vittima di una visione manichea per cui è buono solo tutto ciò che è presumibilmente “sostenibile”, parola abusata e priva di reale significato se non accompagnata da opportuni aggettivi (ambientale, economica e/o sociale), mentre ciò che è produttivo, industriale è male.
Transizione energetica, istituzioni e perdita del dialogo
Coloro che si sono interfacciati con chi decide le sorti del futuro dei cittadini hanno riscontrato questo approccio. La “predica inutile” einaudiana del “prima conoscere, poi discutere, poi deliberare” è stata sostituita da preconcetti e suggestioni inappellabili; interi settori rappresentativi tenuti ai margini e non considerati su temi rilevanti quali, per fare alcuni esempi, l’energia e l’ambiente.
Basti citare gli inverosimili obiettivi di decarbonizzazione lungamente sostenuti a Bruxelles, senza peraltro una reale gestione della delicata fase della transizione energetica e ambientale, mettendo in ginocchio intere filiere energetiche e automobilistiche europee. C’è stata una lunga fase in cui ogni forma di dialogo con le rappresentanze dei settori produttivi, quelli visti come “brutti, sporchi e cattivi” in quanto hard to abate, era stata ridotta allo zero (anche in Italia, c’è da dire). Nonostante, dati alla mano, venissero dimostrati gli errori persino nella metodologia adottata per calcolare le emissioni di Co2 dei veicoli, parametro necessario per capire quale alimentazione dei motori sarà ammessa dopo il 2035, il leviatano europeo non aveva nemmeno messo in discussione quanto teorizzato.
L’Unione europea ha, per anni, osteggiato il metodo più corretto per quantificare l’impatto ambientale di un prodotto: il Life Cycle Assessment, che considera l’intero ciclo di vita del bene o del servizio in questione, dalla produzione alla distribuzione fino allo smaltimento. Per comprendere, infatti, il valore dell’impronta carbonica di un veicolo a motore non considera solo le emissioni allo scarico, ma tutto il ciclo produttivo e distributivo del veicolo. Il tema merita una trattazione specifica, quello posto è un caso esemplificativo, ma dimostra quanto seria sia la problematica. Vero è che, a riguardo, il monolite eretto sta vacillando, ma quanti danni sotto il profilo economico, sociale e occupazionale.
Il futuro dell’Europa tra cautela e reazione
La domanda che molti si sono posti è stata per quale motivo le Istituzioni europee e nazionali avessero ignorato chi si era interfacciato ponendo tematiche tecniche secondo un approccio olistico e ha preferito, perché questo è accaduto, seguire la religione neopagana dell’estremismo ideologico. In molti dibattiti sono franate le fondamenta del dialogo sorrette da quel “piacere della reciproca simpatia” tanto elogiato da Adam Smith nella sua “Teoria dei sentimenti morali”. Il tutto per una visione annebbiata da quel senso di colpa descritto all’inizio.
Che futuro c’è per un popolo se chi lo governa adotta i cromatismi estremi della distruzione interna al proprio ordinamento? Concepire un nuovo ordine basato su velleità ideologiche e processi distruttivi, calare il machete illiberale su chi la pensa diversamente, cancellare il passato senza criterio. Eppure fu Edmund Burke, nel suo “Difesa della società naturale”, a dirci che, dal momento che “noi tributiamo un’implicita reverenza a tutte le istituzioni dei nostri antenati, dobbiamo considerare quelle istituzioni con tutta la cautela che è necessario usare nell’esaminare un’opinione che ci è stata tramandata, ma con tutta la libertà e la franchezza che dobbiamo alla verità, ovunque la troviamo, per quanto possa contraddire le nostre idee o contrastare i nostri interessi”. Questa cautela è venuta meno e a pagarne lo scotto è proprio la verità.

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Serve una reazione e qualche segnale è all’orizzonte. A chi mina le certezze della civiltà occidentale, fa leva su questo senso di colpa storico e civico, generando una sofferenza passiva dagli esiti catastrofici, occorre contrapporre la convinzione che la vecchia Europa ha ancora qualcosa da dire al mondo e che è pronta a nuove battaglie, in un sistema geopolitico in fase di riorganizzazione con Stati Uniti d’America, Russia e Cina al momento protagonisti di un risiko che rischia di schiacciare quel mondo che, va ricordato con orgoglio, ha diffuso la civiltà nel mondo. La premessa, per superare l’incomprensibile senso di colpa voluto dal pensiero oggi dominante, sta nelle parole, sempre di Federico Rampini, contenute nel saggio “Grazie, Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto”:
È ora che qualcuno lo dica: «Grazie, Occidente!». Ma sono due parole che non incontrerete altrove. Tutto il bene che abbiamo fatto, a noi stessi e agli altri, è il supremo tabù di questa epoca. Nelle scuole non si insegna più la storia vera del progresso, che è nato a casa nostra e dove ha avuto un ruolo anche l'Italia. Invece nelle piazze e nella cultura contemporanea siamo sotto un processo permanente.
Fonti
- Friedrich Nietzsche
- Democracy Index - Economist Intelligence Unit
- Federico Rampini
- Roger Scruton
- ISO – Life Cycle Assessment
- Adam Smith
- Edmund Burke
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Autore
Nato e residente a Roma. Laureato in Economia aziendale a Roma Tre, con Master in Istituzioni Parlamentari alla Sapienza. Si occupa di rapporti istituzionali. Ha pubblicato diversi libri di poesie in italiano e romanesco.
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