Il pensiero dell’Intelligenza Artificiale

Una riflessione sull’Intelligenza Artificiale: tra entusiasmo e timori, ChatGPT e i Big Data, i limiti rispetto al pensiero umano, i richiami a Chomsky e Pinker, fino a una chiusa semplice: un sorriso può salvare il mondo.

Scrivania illuminata da lampada con una persona che annota e confronta due fogli stampati, accanto a un laptop aperto.
Tra testo umano e testo “macchina”: il lavoro critico che l’AI rende sempre più necessario.
Indice dei contenuti

Cosa racconta del tempo che oggi stiamo vivendo il complesso vario e articolato di pensieri, riflessioni, ricerche e risultati attorno alla diffusione dell’Intelligenza Artificiale (IA), che tanto allarma e sembra preoccupare intellettuali, politici e uomini della strada?


Un tempo nuovo che chiede senso

Bisognerebbe partire probabilmente dalla possibilità di una visione filosofico-etica che sia in grado di dare senso e ragioni, in qualche modo unificanti e coerenti, ad una tecnologia come questa, attualmente così invasiva e dominante, almeno in apparenza.

Accanto all’elogio delle potenzialità si sentono invocazioni e richiami a rivoluzioni culturali di altri tempi, come l’invenzione della stampa a caratteri mobili o del motore a scoppio, ovvero ad altre occasioni della storia in cui, in buona sostanza, una nuova tecnologia ha modificato i rapporti sociali e la consapevolezza dell’individuo e del come abitare il proprio tempo. Un utile approccio a tutto questo potrebbe essere quello di dare un ordine a quei campi dell’esperienza umana e sociale che più direttamente hanno a che fare con l’IA come, per esempio, l’uso della ChatGPT sviluppata da OpenAI, sempre più diffusa e non soltanto tra i giovani.

Questa web app può interagire con utenti umani rispondendo a domande, elaborando testi, riassumendo dati, informazioni e altro. Il pensiero critico evidenzia il rischio di una eventuale ma possibile e sofisticata sovrapposizione (quindi di mancato riconoscimento) dei prodotti che vengono dal ragionamento umano e/o dall’elaborazione algoritmica dei Big Data di riferimento a cui accedono queste piattaforme. Dei testi prodotti dall’IA affascina e seduce la comoda e rapidissima capacità di elaborazione. Tuttavia, il processo algoritmico non ha (ancora) la raffinatezza biologica del pensiero umano.

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La domanda di fondo non è solo “cosa fa l’AI”, ma “quale visione etica e filosofica ci aiuta a darle senso nel nostro tempo”.

Ricerche, simulazioni e il confine con la coscienza

Per fare qualche esempio, la ricerca neuroscientifica attorno al tema del Mind Reading, ovvero della lettura del pensiero umano (altrui), racconta che oggi possono essere ricostruite immagini parziali di ciò che percepisce la mente dell’uomo mentre sta guardando o sognando qualcosa: ma è ancora del tutto sconosciuto ogni accesso alle forme e ai contenuti del pensiero.

Anche nel campo della ricerca ambientale strumenti digitali come i Digital Twins consentono di elaborare coppie gemelle di ecosistemi che possono simulare processi evolutivi su possibili varianti delle medesime condizioni di base, sviluppando previsioni utili per sanità, imprese, mercati, eccetera. In queste e altre applicazioni resta il fatto che vale il principio del risultato per effetto di elaborazioni e rielaborazioni meccaniche di dati alfanumerici, ben poco a che vedere ancora con la coscienza razionale del pensiero umano e le sue infinite e in gran parte inesplorate potenzialità. Esiste dunque un pensiero autonomo dell’Intelligenza Artificiale?

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Tra algoritmi che combinano parole e pensieri che inseguono intenzioni: il confine resta aperto, e la chiusa ricorda che l’umano non è un dettaglio.

Grammatica generativa, intenzioni e un finale “umano”

Ritornando alla comoda manovalanza produttrice di testi qual è ormai la ChatGPT di cui sopra, il ricorso alle logiche della grammatica generativa suggerisce, anche se non richiesta, qualche riflessione in più. Il padre della grammatica generativa, il linguista Noam Chomsky, già negli anni ’50 del secolo scorso, cercava di definire un insieme di regole capace di tradurre l’ordine delle parole in combinazioni di pensieri (Steven Pinker, 1997).

Non nominare il nome di ChatGPT invano
Attribuire ai chatbot una sapienza inesistente è confondere la dialettica con la conoscenza. L’oracolo digitale diventa un idolo linguistico. Dietro scorrono invisibili le mani che possiedono infrastrutture e dati di tutti.

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Così il linguista definiva una serie finita di regole in grado di combinare in modo infinito tra loro le parole in frasi: in sostanza un algoritmo combinatorio che produce senso associando tra loro tutte le parole che compongono il dizionario di una lingua. Il parallelo con il funzionamento combinatorio della ChatGPT sulle informazioni contenute nei Big Data digitali è piuttosto evidente. Ma altrettanto evidente è l’imprendibilità delle intenzioni del pensiero: a che tipo di domanda avrebbe risposto l’algoritmo per produrre una risposta come questa celebre battuta di Groucho Marx nel film Animal Crackers:

“Una volta ho sparato a un elefante in pigiama. Come avesse fatto a entrare in quel pigiama non l’ho mai capito”.

Un buon punto di partenza su queste tematiche così caratterizzanti del nostro tempo potrebbe essere, dunque in generale, non dimenticare mai che un sorriso può salvare il mondo.

Fonti

  1. Mind Reading
  2. Digital Twins
  3. Noam Chomsky
  4. Steven Pinker
  5. Groucho Marx
  6. Animal Crackers

Autore

Renato Candia
Renato Candia

Dirigente scolastico, formatore e pubblicista, ha insegnato Comunicazione di massa all’Università di Messina ed è stato consulente per la didattica del cinema. Oggi fa parte del Comitato Tecnico-Scientifico dell’ANDiS.

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