Il paradigma ineludibile dell’educazione alla prevenzione

Oltre mille morti sul lavoro ogni anno e un costo stimato al 6,3% del PIL. Per invertire la rotta serve prevenzione: scuola, appalti meno al ribasso, modelli di gestione della sicurezza e un Inail più centrale.

Dispositivi di protezione su un banco e, sullo sfondo sfocato, un ispettore che discute con un operaio vicino a un macchinario.
Sicurezza sul lavoro: prevenzione, controlli e responsabilità non possono restare un “pezzo di carta”.
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Parlare di salute e sicurezza del lavoro in Italia significa parlare ancora oggi di oltre mille morti sul lavoro, di più di 500.000 denunce di infortunio, spesso grave, e di oltre 60.000 denunce di malattie professionali.


La dimensione del problema: numeri e costo-Paese

Ogni anno. Dolore e lutti. Una piaga che il Paese paga il 6,3% del PIL, come stima l’EU-OSHA (Agenzia europea della salute e sicurezza sul lavoro). In uno scenario di costo economico stimato dell’ILO del 3% del PIL mondiale dove in Europa la Germania è al 3% e la Polonia al 10%. Ci costa molto più di 100 miliardi l'anno. Un costo sociale doloroso e un costo economico stratosferico, quindi, molto impattante sulla produttività del nostro Sistema Paese che meriterebbe un cambio di paradigma.

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Ogni anno in Italia: morti, infortuni e malattie professionali. E un conto economico enorme: secondo EU-OSHA la mancata sicurezza vale una fetta gigantesca di PIL.

L’Italia ha bisogno urgente di un investimento massiccio in educazione alla prevenzione, con il portare rapidamente nei programmi didattici della scuola l’insegnamento di questa materia. Si stanno discutendo ben due proposte di legge in tal senso; si concluda in fretta l’iter parlamentare e si renda concreto questo risultato. Il concetto di educazione alla prevenzione, però, va oltre, come sta dimostrando quello che emerge dalla tragedia di Brandizzo. Serve sì maggiore tecnologia, soprattutto nell’era del digitale spinto, ma serve soprattutto ripensare tutto il sistema, Iniziando dal porre al centro una riflessione seria sugli appalti pubblici. Sempre al massimo ribasso, forieri di tanti problemi, sia per i livelli salariali che per la sicurezza sul lavoro, problemi che si amplificano nella catena dei subappalti, resa lasca dalla scellerata modifica al Codice in vigore dal 1° luglio scorso. Ricordo che gli appalti pubblici, in un tessuto produttivo del Paese che vede oltre il 96% di micro, piccole e medie imprese, rappresentano per esse la principale fonte di lavoro.

Vigilanza: necessaria, ma insufficiente da sola

Pensare di risolvere le cose solo con l’aumento degli ispettori del lavoro è velleitario. Visto che parliamo di più di 4 milioni di imprese i 1000 ispettori appena assunti sono davvero un numero esiguo. Soprattutto laddove si tende ad ignorare, quando non a bypassare scientemente la normativa, che in Italia è molto stringente. Certo la vigilanza è importantissima, anche se occorre ripensare alle pene per la loro violazione, laddove la vita di una giovane madre stritolata da un orditoio, al quale erano deliberatamente state disattivate le misure di sicurezza per velocizzare il lavoro, vale meno di due anni di carcere per patteggiamento. Già, velocizzare il lavoro, pessima abitudine che porta a saltare a piè pari le prescrizioni di sicurezza. Anche questa sembra essere la vera causa della strage di operai a Brandizzo. Però è la prevenzione partecipata, con il coinvolgimento di tutti, lavoratori in primis, che può davvero cambiare il paradigma.

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“Più ispettori” aiuta, ma non basta: prevenzione quotidiana dentro i processi, responsabilità reali nella filiera degli appalti, e partecipazione dei lavoratori.

Una prevenzione che deve basarsi sulla Educazione, a tutto tondo. Scuola, certamente, ma nel concreto e nell’immediato occorre che la sicurezza venga messa a sistema, divenendo parte integrante del ciclo produttivo aziendale, non mero obbligo di tenuta di pezzi di carta dei quali, forse, ci si ricorda ogni tanto. La diffusione massiccia dell’adozione dei Modelli di Organizzazione e Gestione della Sicurezza-MOGS, sostenuta per le micro e piccole aziende da misure di credito di imposta o da forti sconti sulla tariffa Inail, può essere una base solida dalla quale partire. Coinvolgimento pieno e quotidiano di tutti. Infine, sarebbe ora di fare una seria riflessione in Italia sull’opportunità di un’implementazione di funzione dell’Inail, in termini di “Polo unico della sicurezza sul lavoro”, che coordini vigilanza, formazione e consulenza, oggi troppo frammentate nelle attribuzioni della normativa tra Stato centrale e Regioni. Sarebbe anche il luogo ideale ove reperire le risorse per investire molto di più di quanto non gli sia consentito fare oggi.

Ispezioni sui luoghi di lavoro: focus sul rapporto dedicato all’attività di vigilanza
Nel 2024 le ispezioni sul lavoro aumentano del 42%: oltre 1,2 miliardi recuperati, irregolarità al 71,7% e più di 137.000 lavoratori irregolari emersi. Con 4.585 ispettori, la sfida resta enorme.

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Questo Paese non può continuare a registrare utili stratosferici dell’Inail (avanzo di 2,6 miliardi di euro nel consuntivo del 2022 , con un accantonamento totale in Tesoreria che ormai tende a superare i 40 miliardi di euro) e contemporaneamente piangere più ben più di 1000 morti l’anno e contare lavoratori mutilati a migliaia. Oltre che doloroso e costoso, per un Paese civile come il nostro è immorale.

Fonti

  1. INAIL
  2. EU-OSHA
  3. ILO – Organizzazione Internazionale del Lavoro
  4. ANSA
  5. ISTAT
  6. Normattiva

Autore

Giovanni Luciano
Giovanni Luciano

Già segretario generale nazionale FIT CISL e segretario confederale CISL. È consigliere del CIV INAIL e presidente di Fast-Confsal, dell’Osservatorio Confsal per la sicurezza sul lavoro e dell’associazione More Safe.

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