Il datacenter che verrà

Tra il 30 e il 50% dei datacenter pianificati per il 2026 non verrà realizzato in tempo. In Italia, a fronte di 69 GW di richieste di connessione, solo 2-3 GW arriveranno a compimento.

 Illustrazione 3D con vista dal basso di torri composte da blocchi stile Tetris in colori fluorescenti alternate a blocchi sospesi nell'aria che non completano la struttura.
Su 69 GW di datacenter richiesti in Italia, ne verranno costruiti appena 2 o 3, il resto aspetta ancora di trovare posto. Annunci miliardari in attesa di atterrare.
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Il boom dell'intelligenza artificiale, in particolare quella generativa, ha scatenato una corsa globale ai datacenter. Tuttavia, il divario tra annunci e cantieri effettivamente avviati continua ad essere enorme. A frenare i progetti concorrono burocrazia, carenza di componenti, speculazione fondiaria e nodo energetico, con gran parte degli impianti promessi che rischia di rimanere su carta.


Metà dei progetti del 2026 è già in ritardo

I numeri li ha messi in fila Sightline Climate, una delle poche organizzazioni che tiene traccia dello stato di avanzamento lavori dei grandi datacenter mondiali. La ricerca monitora 190 GW di capacità distribuita su 777 grandi progetti annunciati dal 2024 in poi, ciascuno con capacità superiore ai 50 MW. Nel 2025 il 26% della capacità attesa ha subito slittamenti, mentre un ulteriore 10% ha posticipato, senza preavviso, le date di entrata in funzione, confermando un andamento tutt'altro che rassicurante. Per il 2026, la stima è che tra il 30 e il 50% della capacità pianificata verrà ultimata in ritardo.

Dei 16 GW attesi in tutto il mondo per il 2026, solo circa 5 GW sono attualmente in costruzione. I restanti 11 GW risultano ancora nella fase annunciata, nonostante i tempi di costruzione tipici vadano dai 12 ai 18 mesi. Secondo Futurism, senza troppi giri di parole, per la grande maggioranza dei datacenter previsti per i prossimi anni, non è stata scavata nemmeno la prima buca.

Negli Stati Uniti, in particolar modo, il divario tra un progetto annunciato e un datacenter operativo è enorme, e per ogni iniziativa che si arena, ne vengono annunciate altre due più ambiziose. Solo in Georgia, tra luglio e settembre 2025, sono stati cancellati ben 6 GW di grandi impianti. I progetti del 2025 erano stati pianificati in un contesto di domanda molto più contenuta rispetto all'esplosione dell'AI, ma faticano già a rispettare le scadenze. Quelli del 2026, concepiti in condizioni di mercato più instabili, rischiano difficoltà persino maggiori.

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Nel 2025, tra il 26 e il 36 per cento della capacità globale di datacenter pianificata per quell'anno ha subito ritardi o cancellazioni, e il fenomeno non è congiunturale. I progetti del 2025 erano stati concepiti anni prima, in un mercato molto meno frenetico di quello attuale, eppure non sono riusciti a rispettare le scadenze.

In Danimarca, i grandi datacenter annunciati da hyperscaler come Facebook ed Apple sono stati silenziosamente ridimensionati o posticipati, a conferma che il problema non è solo americano. Nel frattempo, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar stanno investendo miliardi per affermarsi come hub regionali alternativi, intercettando capitali e competenze che sul Vecchio Continente faticano ancora a tradursi in cantieri aperti.

L'Italia e le ambizioni di hub digitale

Anche il Bel Paese è stato presentato, non a torto, come un mercato emergente per i datacenter, forte della posizione geografica, dell'arrivo dei cavi sottomarini nel Mediterraneo e dell'interesse crescente dei grandi cloud provider internazionali. Tuttavia, l'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ha già calcolato che nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro in nuovi datacenter, a fronte di una stima iniziale di 10,5 miliardi, e che solo il 68% degli investimenti dichiarati si è concretizzato. Il ritardo coinvolge soprattutto i nuovi operatori internazionali, spesso al primo ingresso nel mercato italiano, che hanno formulato previsioni ambiziose senza considerare appieno le complessità normative e i tempi autorizzativi del contesto nazionale.

Il problema più urgente sembra però riguardare la connessione alla rete elettrica. A dicembre 2025 le domande presentate a Terna per nuovi datacenter hanno raggiunto 69 GW, un valore più che raddoppiato rispetto al 2024 e quasi tredici volte superiore al 2023. Il rapporto stimato tra annunci e realizzazioni è quindi inferiore a 1 su 10, dato che di quei 69 GW entro il 2028-2030 ne verranno realizzati solo 2-3 GW. Gran parte di queste richieste arriva dall'area milanese, che da sola raccoglie oltre i due terzi della potenza nazionale installata e degli annunci futuri. Secondo l'Osservatorio milanese, buona parte delle richieste di connessione in alta tensione nasce da logiche di valorizzazione immobiliare più che da progetti infrastrutturali concreti, gonfiando artificialmente la coda di attesa e penalizzando gli operatori che vogliono davvero aprire un cantiere. Non sorprende quindi che dei circa 50 progetti previsti tra il 2025 e il 2026 solo una manciata arriverà ad ospitare effettivamente infrastrutture di computazione per l'intelligenza artificiale.

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In Italia, su 10,5 miliardi di euro stimati nel triennio 2023–2025, ne sono stati effettivamente investiti solo 7,1, con un gap del 32% che diventa abissale se si guarda all'intero pipeline degli annunci rispetto alla capacità realizzabile.

Burocrazia, speculazione e monopoli di fornitura

I ritardi nella realizzazione di questi hub di calcolo sono da attribuire a cause diverse, alcune strutturali ed altre contingenti. Anzitutto, sul fronte normativo, l'Italia non ha ancora una legge organica sui datacenter. Il decreto "bollette" entrato in vigore il 21 febbraio 2026 ha introdotto per la prima volta un procedimento amministrativo unico con conferenza di servizi, pensato per concludersi entro dieci mesi. Un passo avanti atteso da anni, che però non risolve il retaggio di anni di sovrapposizione tra permessi ambientali, urbanistici e paesaggistici.

A questo si aggiunge la carenza di componentistica elettronica, divenuta su scala globale un collo di bottiglia concentrato su pochi fornitori. Le importazioni di trasformatori ad alta intensità dalla Cina sono cresciute dalle 1.500 unità del 2022 alle oltre 8.000 del 2025. La dipendenza da Pechino, che include anche il 40% delle batterie usate negli Stati Uniti, introduce quindi una volatilità che i developer faticano a gestire. C'è poi il già citato fenomeno della speculazione sugli annunci. Una quota rilevante delle richieste di connessione a Terna viene presentata per prenotare punti di allaccio da valorizzare o rivendere. Una dinamica che satura la rete, rallenta l'accesso ai progetti seri e contribuisce a generare numeri gonfiati che creano una bolla finanziaria.

Negli Stati Uniti è emerso anche un quarto freno, quello del NIMBY (acronimo di "Not In My Back Yard"), che ha spinto almeno dieci stati a proporre moratori, blocchi temporanei alle nuove autorizzazioni in attesa di aggiornare le norme urbanistiche e valutare l'impatto sul territorio. In Michigan la cancellazione di un progetto da un miliardo di dollari, ricondotta a Meta, è arrivata dopo mesi di resistenza pubblica sull'impatto idrico, elettrico e ambientale, e dinamiche simili si registrano in Missouri e in Virginia del Nord, dove le regole di zonizzazione locale si sono rivelate un ostacolo che i grandi investitori avevano sistematicamente sottovalutato.

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Se tutte le richieste di connessione presentate a Terna si traducessero in impianti, il sistema elettrico italiano dovrebbe raddoppiare la propria capacità di generazione, uno scenario definito dagli esperti come insostenibile.

La fame energetica: Quanto consuma un datacenter?

I datacenter consumano ogni anno quantità di energia paragonabili a quelle di un quartiere urbano di medie dimensioni, assorbite in modo continuo, ventiquattro ore su ventiquattro, indipendentemente dal carico effettivo di lavoro. Un singolo impianto hyperscale può richiedere tra 100 e 200 MW di potenza continua, ma esistono anche richieste di connessione per taglie superiori ai 500 MW. Un datacenter di grandi dimensioni può consumare fino a 5 milioni di litri d'acqua al giorno per il raffreddamento, equivalenti al fabbisogno idrico di una cittadina di 30.000 abitanti.

Guardando ai dati globali, nel 2024 i datacenter hanno consumato circa 415 TWh, quasi l'1,5% dell'elettricità mondiale. Entro il 2030 questa cifra è destinata a raddoppiare, raggiungendo i 945 TWh, con un aumento annuo del 15%. Il consumo nei soli Stati Uniti potrebbe passare dall'attuale 4,4% al 6% della domanda elettrica nazionale, una crescita alimentata anche dai sistemi di raffreddamento che da soli assorbono circa il 40% dell'energia totale di ogni impianto.

Nel 2024, in Italia, i datacenter hanno consumato circa 3,9 TWh, pari all'1,9% dei consumi nazionali. Secondo il Digitalization and Decarbonization Report 2025 del Politecnico di Milano, entro il 2035 questa quota potrebbe oscillare tra il 7% e il 13% dei consumi elettrici nazionali a seconda dello scenario. Se tutte le richieste presentate a Terna si traducessero in impianti, il sistema elettrico italiano dovrebbe raddoppiare la propria capacità di generazione, uno scenario definito dagli esperti come "né realistico né sostenibile".

Embedding non olet
La parola è esperienza. Se la semplifichiamo in funzioni statistiche, perdiamo l’emozione che le dà senso. Occam invita alla misura nella conoscenza. L’AI può generare sequenze probabili, ma solo la coscienza umana custodisce percezione e responsabilità del significato.

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A pesare sulla competitività del sistema italia c'è anche il costo dell'energia, già strutturalmente alto e ulteriormente spinto dalle tensioni geopolitiche legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Secondo l'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, il costo dell'elettricità in Italia è ad oggi circa il doppio di quello spagnolo. Questo differenziale rischia di spostare l'attenzione degli investitori verso altri mercati, vanificando i vantaggi geografici che il Bel Paese potrebbe altrimenti capitalizzare. Il Piano di Sviluppo di Terna prevede 16,6 miliardi di investimenti nella rete tra il 2024 e il 2028, di cui 10,8 destinati a sviluppo e potenziamento, ma i tempi di realizzazione delle infrastrutture elettriche si misurano in anni, non nei mesi che separano un annuncio da un cantiere.

Fonti

  1. Sightline Climate
  2. Osservatori.net / Politecnico di Milano
  3. Futurism
  4. Latitude Media
  5. TechRepublic
  6. Tom's Hardware
  7. Bloomberg
  8. QualEnergia.it
  9. Terna
  10. Infobuild.it
  11. Energiaoltre.it
  12. MilanoFinanza
  13. Italian Datacenter Association (IDA)
  14. Il Sole 24 Ore

© Riproduzione riservata

Autore

Tommaso Bosi
Tommaso Bosi

Dottore di ricerca in Informatica e Automazione, con specializzazione in Ricerca Operativa e Machine Learning. Si occupa di modelli decisionali avanzati, dati complessi e tecnologie intelligenti.

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