Embedding non olet

La parola è esperienza. Se la semplifichiamo in funzioni statistiche, perdiamo l’emozione che le dà senso. Occam invita alla misura nella conoscenza. L’AI può generare sequenze probabili, ma solo la coscienza umana custodisce percezione e responsabilità del significato.

Moneta romana iperrealistica in primo piano. Il profilo dell’imperatore è scolpito in alto rilievo.
Moneta di ispirazione vespasianea tra storia e codice. Il valore della parola si imprime sulla materia come emozione e come dato.
Indice dei contenuti

Riflettendo sullo scopo principe delle GAI, ci imbattiamo in una questione complessa che si  mescola con il Principio di Parsimonia, meglio noto come Rasoio di Occam. Tale questione verte  sulla profonda connessione che esiste tra linguaggio e ragionamento. Secondo il filosofo nominalista Guglielmo da Occam, il materiale della conoscenza è dato dalla captazione dei  sensi, ed il linguaggio ritrova il suo valore strumentale come seme della comunicazione e del  ragionamento di questa conoscenza.


Il linguaggio dimagrito

Il nucleo tematico del linguaggio emerge con forza anche  nelle opere di autori del Sol Levante, come Yukio Mishima ed il suo celebre Sole e Acciaio. In  quest’opera, Mishima guarda alla scrittura ed alla ginnastica del corpo come forme di  allenamento atavico della coscienza, processi attraverso cui il corpo si rivela tramite le parole e  le parole tramite il corpo. L’opera ruota attorno al potere corrosivo della parola, che, già di per  sé, è tradimento della realtà e privatizzazione dell'emozione. Il linguaggio deve essere  "dimagrito", liberato dell’eccesso, per essere servito sulla tavola di una comunicazione  universale e rendere partecipi i commensali della conoscenza nella sua verità materiale. Un principio che viene confermato in scritti di carattere educativo come La Fattoria degli Animali di  George Orwell. Qui, Muriel, la capra bianca, avendo imparato i vocaboli dietro le massime ed i  canti dei padroni maiali, resta linguisticamente impotente di fronte al genocidio dei suoi  compagni. Priva delle parole per esprimere il suo stato d’animo, si limita a ripetere  meccanicamente i comandamenti animalisti. 

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La parola è un corpo. Se la dimagri troppo, smette di vivere
Il linguaggio non è un semplice vettore di dati. È un atto condiviso. Quando deleghiamo alle macchine la tessitura del senso, rinunciamo a una parte della nostra coscienza.

Da questi esempi letterari traspare una verità comune: le parole, per quanto sofisticate,  rimangono artifizio malconcio della pienezza dell'emozione, frutto biunivoco dell’esperienza  vissuta e condivisa. Il ruolo vitale dello studio classico della parola, come antico e profondo  esercizio di coscienza, sintesi e condivisione, mette in luce la colpa originaria del fanatismo  tecno-generativo: la soppressione volontaria di quell’intelligenza relazionale su cui si fonda la comunicazione chiara, efficace ed integra, all’interno di una comunità. Delegare finanche le più  nobili attività creative alla meccanica ciclica del chatbot, equivale ad una comoda, ma fatale, rinuncia della responsabilità di comprensione e generazione di un contenuto di qualità. Tale  approccio è, ancora una volta, frutto dell'ideale borghese di profitto temporale. Le tecnologie  di generazione artificiale, tuttavia, falliscono nel momento in cui l’efficacia di una comunicazione  critica, cosciente e “vergine”, si fonda sulla condivisione, esclusivamente umana, di comuni armi  di decriptazione e percezione della realtà: sensi ed emozioni. Se la parola veste l’emozione, i  metodi di embedding e semantic search dell’AI, si esauriscono nella generazione impropria di  probabili sequenze emotive, riducendo quest’ultime a stagnanti valori binari. Nel mondo  attuale delle grandi collezioni, gestioni e generazione di dati, il Rasoio di Occam sembra quasi  passato di moda. Partire dalla spiegazione più semplice, ridurre la molteplicità degli enti, e far  gravitare il messaggio che si vuole comunicare su pochi nodi letterari, e strutturalmente  emotivi, pare profondamente antitetico alla ricerca algoritmica miope e calcolatrice del termine “più probabile”. Eppure non è definizione di scienza, la ricerca del modello più semplice, che  eviti rumore sperimentale per introdurre solo ciò che sembra strettamente necessario agli scopi  del linguaggio? 

La prospettiva algoritmico-hegeliana vuole che dietro la parola connessa vi siano valori  esadecimali e bit e che l’idea dell’emozione si possa ottimizzare su immense banche dati.  “Embedding non Olet” direbbe l’imperatore Vespasiano, per intendere che la “parola è solo  parola”. Eppure, ciò che i grandi comunicatori del passato ci mostrano è che il linguaggio  trascende la mera coerenza ordinale, acquisendo forza evocativa dell’esperienza universale di dolore e di rosso nell’utilizzo, ad esempio, della parola fuoco. L'utilità del linguaggio getta radici nella sua gravitazione emotiva condivisa e nella capacità di saper leggere l'altro. 

Sole e acciaio, Yukio Mishima

"Sole e acciaio" è l'unica testimonianza che Yukio Mishima ci abbia lasciato sulla propria formazione intellettuale. Il suo percorso è quello di un ragazzo gracile e tutto votato alla lettura, che scopre tardivamente il corpo e l'importanza del proprio essere fisico. Da qui la contrapposizione tra il potere corrosivo del linguaggio e il potere costruttivo del sole e dell'acciaio – della vita all'aria aperta e dell'esercizio volto a rafforzare la muscolatura.

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Intelligenza artificiale debole e coscienza 

L’intervento di chiusura di quasi ogni evento AI che riesce, curiosamente, a catturare  l'attenzione anche dei partecipanti più sonnolenti, riguarda la possibilità evolutiva di un'AI senziente. L’interrogativo, spesso alimentato dall'incubo fantascientifico di un collasso della  gerarchia uomo-macchina, nasce dal timore che i bot possano, prima o poi, acquisire coscienza  di sé e del proprio agire. In realtà, almeno per i prossimi decenni, non c'è motivo di temere che  l'intelligenza artificiale possa divenire consapevole. Intelligenza e coscienza, infatti, sono  fenomeni profondamente distinti: il primo è la capacità di risolvere problemi, mentre la natura  del secondo è ancora tutt’oggi oggetto di dibattito.

Tendiamo a confondere questi due concetti perché, mentre gli esseri umani affrontano i  problemi guidati da ciò che sentono, i computer lo fanno sulla base delle istruzioni con cui sono  stati programmati. L'intelligenza artificiale è certamente in grado di risolvere problemi specifici,  spesso con una precisione superiore a quella umana, ma lo fa senza provare emozioni e  all'interno di rigidi confini algoritmici. Nonostante quindi il suo enorme potenziale, nel prossimo  futuro l'uso dell'AI resterà comunque subordinato alla coscienza umana. Il vero pericolo,  piuttosto, risiede altrove: se investiamo troppo nello sviluppo tecnologico dell'AI e troppo poco  nel potenziamento della nostra coscienza, rischiamo che una tecnologia straordinariamente  avanzata finisca per amplificare la naturale stupidità e l’innata tendenza prevaricatrice degli  esseri umani. 

È di qualche giorno fa la notizia di una giovane donna rimasta intrappolata all'interno della sua  Tesla Model 3 durante un aggiornamento di sistema. La ragazza ha pensato bene di aggiornare  il firmware mentre si trovava nell’abitacolo. L’update ha richiesto più tempo del previsto,  lasciandola bloccata nell’automobile sotto un sole cocente e una temperatura di 40 gradi. Se nei thriller fantascientifici siamo abituati a pensare ad Armageddon di fuoco e distruzione cibernetica, nella realtà odierna il pericolo può banalmente concretizzarsi in un'ordinaria ed  autoimposta prigionia digitale. 

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L’AI colma i vuoti. ma non li comprende. L’emozione non si riduce a un indice di probabilità.

L'urgenza di potenziare la nostra percezione critica si scontra con gli insostenibili ritmi della  catena di montaggio e la saturazione delle nostre to-do list lavorative. Il sistema economico ci  spinge a diversificare il solo portafoglio di tech skills, ma ci da zero incentivi nella valorizzazione delle nostre capacità riflessive. Eppure, alla base della creazione di un team diversity robusto vi  è la necessità di allontanarsi da assunzioni unidimensionali e dal buco nero delle convinzioni, per permettere ad ogni asset di sprecare un po’ di tempo vagando qui e là nelle più lontane periferie di sistema. È necessario concedere tempo all'esplorazione di strade infruttuose,  giungere a vicoli ciechi, e lasciare spazio ai dubbi, affinché i piccoli semi di intuizione possano  germogliare e crescere. Oggi, al contrario, le abilità più ricercate sono quelle che possono  essere immediatamente monetizzate nel contesto economico-politico. Al fine di scongiurare  uno scenario distopico di disoccupazione crescente, per ogni euro e ogni minuto che  investiamo nel migliorare l'IA, sarebbe saggio investire un euro e un minuto per migliorare la  coscienza umana. 

Con la stessa avidità con cui sfruttiamo gli animali da allevamento, abbiamo selezionato esseri  umani produttivi, ma privi della curiosità e dell’agilità dei loro antenati selvatici. Stiamo creando  individui docili, che riescono a processare enormi quantità di dati e ad innestarsi come chip  efficienti in una gigantesca rete di calcolo, ma che peccano nel coltivare il proprio intimo potenziale creativo. 

Fonti

  1. Occam, W. Summa Logicae. Edizioni critiche sulla teoria del linguaggio e della conoscenza
  2. Mishima, Y. Taiyō to Tetsu (Sole e Acciaio). Tokyo. Shinchōsha
  3. Orwell, G. Animal Farm. London. Secker & Warburg
  4. Floridi, L. The Ethics of Artificial Intelligence. Oxford University Press
  5. Russell, S.. Norvig, P. Artificial Intelligence. A Modern Approach. Pearson

Autore

Tommaso Bosi
Tommaso Bosi

Dottore di ricerca in Informatica e Automazione, con specializzazione in Ricerca Operativa e Machine Learning. Si occupa di modelli decisionali avanzati, dati complessi e tecnologie intelligenti.

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