Digital Networks Act, l’Ue unifica le telecomunicazioni ma rinuncia alla tassa sulle Big Tech
Bruxelles vuole riscrivere le regole delle telecomunicazioni europee, ma la misura più controversa, la tassa sulle Big Tech per finanziare le reti, è rimasta fuori dalla proposta finale.
Il 21 gennaio 2026 la Commissione europea ha presentato il Digital Networks Act (DNA), un regolamento che mira a unificare il mercato europeo delle telecomunicazioni sostituendo un insieme di direttive frammentate. La misura più attesa, il cosiddetto contributo equo a carico delle grandi piattaforme tecnologiche, è stata stralciata dalla proposta finale, lasciando aperta la questione del finanziamento delle reti. Il testo approda ora all'esame di Parlamento europeo e Consiglio, con un iter che potrebbe durare fino a due anni.
Il contesto europeo e i rapporti che hanno preparato il terreno
A Bruxelles si discute da anni di un problema ben noto agli addetti ai lavori ma raramente finito in prima pagina, cioè chi debba pagare le infrastrutture su cui viaggiano i dati di mezzo pianeta. Il 21 gennaio 2026 la Commissione europea ha presentato la proposta del Digital Networks Act (DNA), un regolamento che punta a riscrivere le regole del mercato europeo delle telecomunicazioni, costruendo sull'Electronic Communications Code del 2018.
I presupposti del DNA erano già stati delineati nel febbraio 2024 con il White Paper "How to master Europe's digital infrastructure needs?" e poi approfonditi nel 2025 con una call for evidence rivolta a Stati membri, industria, società civile e accademia. In parallelo, i rapporti Letta, Draghi e Niinistö avevano già analizzato le fragilità del settore delle comunicazioni elettroniche, concludendo che il mercato europeo resta frammentato in 27 mercati nazionali, con operatori che continuano a incontrare ostacoli nell'operare oltre confine e nel raggiungere dimensioni competitive.
Cosa prevede il regolamento tra passaporto unico, frequenze e forma giuridica
Sul piano tecnico, il DNA sostituirebbe l'Electronic Communications Code e alcune altre leggi e politiche dell'UE, tra cui il Regolamento BEREC, il Radio Spectrum Policy Programme, le parti centrali dell'Open Internet Regulation e alcuni elementi della Direttiva ePrivacy. Il risultato è un'unica norma direttamente applicabile (un regolamento, non una direttiva) che evita le difformità di recepimento che nel tempo hanno prodotto altrettante versioni nazionali delle stesse regole.
Tra le misure concrete, il DNA introduce un "Single Passport" per le autorizzazioni, dove un fornitore dovrà notificare la propria presenza in un solo Stato membro per operare su tutto il territorio dell'Unione. Sul fronte delle frequenze, la proposta prevede la possibilità di assegnare licenze radio agli operatori di telecomunicazioni per una durata indefinita, una misura pensata per favorire gli investimenti a lungo termine nelle reti. La scelta di adottare un regolamento invece di una direttiva è più politica che tecnica. Significa che gli Stati membri dovranno cedere parte della loro discrezionalità nazionale a favore di Bruxelles, una mossa che ha già suscitato opposizione coordinata da un gruppo di paesi, che a fine novembre 2025 hanno sostenuto che le differenze tra i mercati nazionali richiedevano la flessibilità garantita da una direttiva.
Il nodo del contributo equo e la rinuncia alla tassa sulle grandi piattaforme
Il nodo più controverso della discussione, e quello su cui si era concentrata l'attenzione pubblica, era il cosiddetto "contributo equo". L'idea è che le piattaforme che generano la maggior parte del traffico (streaming, social network, cloud) dovessero contribuire direttamente ai costi delle infrastrutture di rete, sostenuti quasi interamente dagli operatori telefonici. La proposta finale non contiene alcun obbligo in tal senso per le grandi piattaforme tecnologiche. La Commissione ha dunque rinunciato a quella che, nelle intenzioni iniziali, sarebbe stata la misura più radicale. Al suo posto, il DNA istituisce un quadro per "facilitare la cooperazione nell'ecosistema", che impegna il BEREC a pubblicare linee guida per agevolare la cooperazione tecnica e commerciale tra fornitori di reti e fornitori di servizi digitali.
Tuttavia, la questione sembra tutt'altro che conclusa: l'articolo 191 stabilisce che il BEREC elabori linee guida mentre l'articolo 192 prevede che, su richiesta di una delle parti, si avvii una procedura di conciliazione mediata dalle autorità nazionali di regolamentazione. Se non si raggiunge un accordo, le stesse autorità possono formulare opzioni per una "cooperazione efficace". Per le associazioni che difendono la neutralità della rete, questo meccanismo lascia aperta una porta che potrebbe, attraverso il negoziato tra operatori e piattaforme, rimettere in gioco proprio quelle logiche di traffico a pagamento che la proposta ha formalmente escluso.
Il Computer & Communications Industry Association (CCIA), che riunisce tra gli altri Amazon, Apple, Google e Meta, ha già dichiarato che la cosiddetta "procedura di conciliazione volontaria" equivale a una regolazione fine a sé stessa, e che lascia aperta la porta a emendamenti legislativi o decisioni delle autorità nazionali che potrebbero trasformarla in un sistema vincolante di risoluzione delle dispute IP, resuscitando di fatto i network fees già ampiamente respinti.
Gli obiettivi 2030, la sovranità digitale e i fronti aperti nel percorso legislativo
Al di là del dibattito sui costi, il DNA ha una portata più ampia e l'Unione europea ha fissato obiettivi non vincolanti da raggiungere entro il 2030. Tra questi, la copertura gigabit per tutte le abitazioni e copertura 5G in tutte le aree abitate. Il regolamento è uno degli strumenti per arrivarci, accelerando la transizione dal rame alla fibra e creando condizioni favorevoli agli investimenti nelle reti di nuova generazione. Il DNA punta anche a rafforzare la sicurezza e la resilienza delle reti, limitando le dipendenze tecnologiche nell'ecosistema della connettività e promuovendo la cooperazione a livello europeo. Un'ambizione che si inserisce nel più ampio disegno di sovranità digitale che la Commissione porta avanti da anni, con risultati ancora parziali.
Dopo la presentazione del 21 gennaio 2026, la proposta è ora all'esame del Parlamento europeo e del Consiglio. Un percorso che richiede tipicamente fino a due anni. I fronti aperti sono diversi: da una parte le tensione tra un'armonizzazione spinta e le resistenze dei governi nazionali, dall'altra la questione irrisolta del finanziamento delle reti ed i timori sul fronte della neutralità di Internet. Sullo sfondo, le frizioni diplomatiche con Washington, che considera le normative digitali europee misure protezioniste dirette contro le sue aziende.
Tirando le somme, il DNA è una scommessa sulla capacità dell'Europa di costruire un mercato delle telecomunicazioni che funzioni su scala continentale, poiché finora questa capacità si è dimostrata limitata. La proposta presentata a gennaio è un passo in quella direzione, ma con i denti del provvedimento più atteso (la tassa sulle Big Tech) lasciati nel cassetto, la partita è ancora più che aperta.

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Fonti
- Digital Networks Act (DNA)
- Electronic Communications Code
- Regolamento BEREC
- Open Internet Regulation
- Direttiva ePrivacy
- Computer & Communications Industry Association (CCIA)
© Riproduzione riservata
Autore
Laureato in legge con specializzazione in giornalismo medico-scientifico. Da trent’anni nella comunicazione. Giornalista per testate nazionali e responsabile comunicazione in enti pubblici e privati. Presidente della Fondazione Opera Divin Redentore.
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