Didattica digitale, inclusione e lavoro: così le Università online cambiano il Paese
In Italia solo il 26,8% dei giovani tra 30 e 34 anni ha una laurea, contro una media europea del 41,6%. Le università telematiche danno accesso a studenti-lavoratori, garantendo qualità didattica a distanza, fuori dai percorsi tradizionali.
In Italia il numero di laureati resta strutturalmente inferiore rispetto alla media europea. È un dato che torna ciclicamente nel dibattito pubblico e che chiama in causa non solo le politiche educative, ma il futuro stesso del Paese.
Un Paese in ritardo
Secondo gli ultimi dati Istat, nella fascia d'età 30-34 anni appena il 26,8% dei giovani italiani possiede un titolo di studio terziario, a fronte di una media europea che raggiunge il 41,6%. Un divario di quasi quindici punti percentuali che colloca l'Italia al penultimo posto nell'Unione Europea, davanti soltanto alla Romania. A rendere il quadro più preoccupante è la staticità del fenomeno: la percentuale è rimasta pressoché invariata negli ultimi anni, mentre l'obiettivo europeo fissato per il 2030 è portare la quota al 45% nella classe 25-34 anni.
Il ritardo non è distribuito in modo uniforme sul territorio nazionale, con il Mezzogiorno particolarmente svantaggiato, dove è laureato appena un giovane su cinque (20,7%), contro tre su dieci nel Centro e nel Nord. Una forbice interna che disegna un Paese a più velocità, anche sul piano della formazione, e che acquista una connotazione ancora più netta quando si guarda al genere, con il 20,4% dei giovani uomini in possesso di un titolo terziario contro una media Ue del 36,3%, e il 33,3% delle giovani donne a fronte di una media europea del 47%.
Le cause di un gap così persistente sono molteplici, ma i dati mostrano anche che laurearsi conviene, e non poco: il tasso di occupazione dei giovani laureati di 30-34 anni supera di oltre 12 punti quello dei coetanei diplomati, il che rende ancora più urgente chiedersi perché tanti giovani italiani rinuncino a intraprenderlo.
Rimuovere gli ostacoli che scoraggiano l'accesso all'istruzione terziaria è dunque una priorità, e in questo contesto le università telematiche hanno progressivamente smesso di essere percepite come una scelta residuale, imponendosi invece come uno strumento concreto per raggiungere chi, per ragioni economiche, geografiche o lavorative, il modello universitario tradizionale non riesce ad intercettare.
Università telematiche: flessibilità, inclusione, risultati
A dirlo con chiarezza è il Primo Rapporto CENSIS-United sulla didattica digitale, realizzato dal CENSIS in collaborazione con United, su un campione di 3.993 laureati delle sette università telematiche associate nel periodo 2020-2024. I dati raccontano una realtà ormai strutturale del sistema universitario italiano.
La scelta di un’università telematica è legata innanzitutto alla flessibilità: il 73,7% degli intervistati indica come ragione principale la possibilità di conciliare studio e lavoro, mentre il 55,5% richiama esigenze legate all'organizzazione dei tempi di vita. Sono numeri che descrivono una popolazione studentesca profondamente diversa da quella degli atenei tradizionali, adulta, già inserita nel mercato del lavoro e spesso gravata da responsabilità familiari consolidate.
Al momento dell'iscrizione, il 75,3% degli studenti lavorava; quasi il 40% dei laureati ha 46 anni o più; il 48,4% proviene da percorsi tecnici o professionali; oltre la metà risiede nel Mezzogiorno. Le università telematiche stanno dunque ampliando l’area dell’accesso alla laurea, coinvolgendo studenti lavoratori, diplomati tecnici, adulti che tornano a studiare dopo anni. In altre parole, stanno allargando la base dei laureati là dove il sistema tradizionale incontra maggiori ostacoli.
Anche la variabile economica gioca un ruolo determinante: tra il 46,5% di laureati che ha usufruito di agevolazioni, l’80,6% le considera determinanti nella scelta. La formazione digitale diventa così uno strumento di inclusione sociale, capace di ridurre barriere economiche, geografiche e organizzative.
Sul fronte della qualità percepita, i risultati smentiscono uno degli argomenti più ricorrenti tra i critici della didattica a distanza. Il 93,4% dei laureati si dichiara molto o abbastanza soddisfatto del proprio percorso; oltre il 96% giudica accessibili i materiali online e intuitive le piattaforme; il 78,4% apprezza l'uso di tecnologie avanzate come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali. La modalità asincrona, spesso indicata come un limite, viene al contrario apprezzata per la possibilità che offre di organizzare i tempi di studio, rivedere i contenuti e personalizzare il percorso formativo. Il 73,9% degli intervistati si iscriverebbe di nuovo allo stesso corso nello stesso ateneo.
Non si tratta, dunque, di una “scorciatoia”, ma di un diverso modello organizzativo che risponde a bisogni concreti di flessibilità e personalizzazione, ormai centrali nella domanda di istruzione. Anche se, chiaramente, fondamentale è la qualità dell’offerta formativa proposta.
Sul piano occupazionale, tra chi ha trovato o cambiato lavoro entro un anno dalla laurea, il 79,1% considera il titolo conseguito utile, soprattutto per le competenze acquisite. In un'economia che richiede aggiornamento continuo, la formazione digitale si inserisce in modo coerente nella logica dell'apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Ampliare la platea dei laureati significa rafforzare il capitale umano del Paese, e in questa direzione le università telematiche stanno diventando uno degli strumenti più concreti a disposizione.
Il dibattito sugli esami online: regole sì, ma senza arretrare
Il confronto istituzionale degli ultimi mesi ha riacceso l’attenzione sul tema delle verifiche a distanza. Circa 200mila studenti degli atenei online Università Mercatorum, Università Telematica Pegaso e Università San Raffaele Roma hanno firmato una lettera aperta alla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e al presidente dell’ANVUR, Antonio Felice Uricchio, chiedendo di non eliminare in modo generalizzato gli esami online come prevedono le Linee generali di indirizzo relative all'offerta formativa a distanza (D.M. n. 1835 del 6 dicembre 2024) secondo le quali è stabilito lo svolgimento in presenza delle verifiche di profitto e dell'esame finale, ammettendo deroghe puntuali e contemplando la possibilità che tali fattispecie possano essere integrate in base all'evoluzione delle tecnologie disponibili.
Per molti studenti lavoratori, caregiver, atleti, personale della pubblica amministrazione o delle forze armate, la possibilità di sostenere esami a distanza rappresenta la condizione che rende concretamente possibile studiare. Ridurre drasticamente questa opzione rischierebbe di tradursi in rinunce e abbandoni, vanificando proprio quei progressi che i dati cominciano a registrare.
Dal canto suo, la ministra Bernini ha ribadito che le università telematiche sono parte integrante del sistema universitario italiano, ma devono operare secondo regole chiare e standard di qualità rigorosi, uguali per tutti. Con il Decreto Ministeriale 1835 del 2024 si è inteso superare la fase emergenziale post-Covid, definendo un quadro normativo unitario e trasparente.
Non esistono università di serie A e di serie B
Un principio che vale anche nella direzione opposta: estendere l'accesso alla formazione superiore e garantirne la qualità sono due facce della stessa sfida, e procedere su entrambi i fronti è l'unica strada percorribile.
Valorizzare, non ridimensionare
Le università telematiche hanno intercettato una domanda inespressa, offerto strumenti tecnologici avanzati e garantito livelli di soddisfazione elevati e risultati occupazionali concreti. In un paese che vuole aumentare il numero di laureati e ridurre i divari territoriali e sociali, questo le rende una risorsa difficile da ignorare.

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Relegare la didattica digitale a un'eccezione significa sprecare un patrimonio già costruito. Le università telematiche hanno sviluppato competenze concrete in didattica asincrona, piattaforme evolute e gestione di grandi volumi di studenti a distanza: un'esperienza che l'intero sistema universitario potrebbe mettere a frutto.
Integrare pienamente la formazione digitale, riconoscerne il valore e investirvi con visione strategica è la direzione più coerente. Ampliare l'accesso all'università significa ampliare le opportunità di crescita dell'intera società.
Fonti
- Istat
- MUR
- Censis
© Riproduzione riservata
Autore
Giornalista professionista dal 2012. Ha lavorato come addetto stampa della Regione Lazio e della Commissione Affari sociali della Camera. Dal 2023 è portavoce dell’Assessore regionale a Personale, Sicurezza urbana e Polizia locale.
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