Dal 1973 ad oggi, ogni shock petrolifero ha trovato l'Europa impreparata
Settant'anni di crisi energetiche pesano sulla storia economica italiana. Oggi, tra la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente, la nuova stretta sul petrolio riapre uno scenario da shock energetico, con effetti su crescita, prezzi e industria.
Dallo shock petrolifero del 1973 alle due guerre che oggi alimentano nuove tensioni, ogni crisi energetica ha lasciato un segno profondo nel sistema produttivo italiano. In questo quadro, il Green Deal europeo, privo di adeguate coperture finanziarie e spesso distante dalle condizioni reali dell’industria, ha finito per accentuare la fragilità del continente nel momento più delicato.
Settant'anni di shock petroliferi
Guardando al passato non si può fare a meno di collegare i punti di crisi dell'economia italiana con gli andamenti del mercato petrolifero. Il primo di questi episodi si verificò nel 1973, quando il prezzo di un barile di petrolio quadruplicò, passando da 3 a 12 dollari. L'Italia conobbe allora, per la prima volta, i morsi della crisi. Furono quelli gli anni delle domeniche a piedi, di rinunce collettive, del tentativo mal riuscito di celebrare l'austerity come momento salvifico. Contribuì invece a scatenare reazioni violente, con il proposito di abbattere la democrazia italiana.
Nel 1990 un secondo shock dovuto all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq. In soli tre mesi il prezzo del petrolio salì da 17 a 36 dollari il barile. In un primo momento l'Italia assorbì il contraccolpo, garantendo credito alle imprese. Ma quando la Germania decise di portare avanti il suo processo di riunificazione tedesca, offrendo agli abitanti dell'est gli stessi benefit dell'ovest, il mercato finanziario europeo non resse allo stress. L'Italia incontrò difficoltà crescenti nel finanziare la propria economia, a causa del maggior tiraggio tedesco. Ed allora, nel 1993, la crisi divenne inevitabile. Con la prima discesa del PIL, nella sua storia, in territorio negativo, a meno 0,9%.
Nel 2008 un doppio impatto. Con i prezzi del petrolio che raggiunsero a luglio i 147 dollari al barile, per poi scendere a dicembre a 32 a seguito del fallimento della Lehman Brothers e l'innesto di quella violenta crisi finanziaria che, per gli effetti complessivi a livello planetario, sarà seconda solo a quella del 1929. L'impatto di quegli avvenimenti sull'economia italiana fu devastante. La caduta del Pil fu pari al 5,9%. Le politiche deflazionistiche volute, nel 2012, dal Governo Monti, per far fronte alla crisi dei debiti sovrani, comportarono un ulteriore calo del 3,1%.
Gli ultimi episodi, in ordine di tempo, che incisero sulla dinamica del mercato degli idrocarburi, furono il Covid nel 2020 che portò ad un crollo dei prezzi, a causa della compressione della domanda globale. Allora il prezzo di un barile scese a 37,63 dollari. Per poi risalire bruscamente a seguito dell'intervento militare della Russia in Ucraina. Ancora una volta l'effetto fu devastante con una caduta del PIL pari all'8,9%. Attualmente il prezzo del Brent (il greggio commercializzato in Europa) è pari a poco più di 100 dollari al barile. Risalendo indietro nel tempo, dalla nascita dell'euro, la media dei prezzi è stata pari a 68,7 dollari al barile. Che diventa 94,6 se si tiene conto dell'inflazione. In apparenza la differenza non è un granché. Ma come si vedrà in seguito si tratta di un'apparenza ingannevole.
L'OPEC, il prezzo di equilibrio e lo shale oil americano
I primi a comprendere le complesse relazioni che guidavano il mercato energetico mondiale, in risposta alle politiche seguite dalle principali compagnie petrolifere monopolistiche americane (le sette sorelle), furono i 5 Paesi produttori fondatori, Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, che diedero vita all'OPEC. Successivamente se ne aggiunsero altri 7. Nel 2016 ne arrivarono, infine, altri 10, con alla testa la Russia di Vladimir Putin, dando vita all'OPEC+. Scopo principale, fin dalle origini, dell'Alleanza tra produttori di petrolio era quello di stabilizzarne il prezzo, controllandone l'offerta in funzione degli andamenti del mercato internazionale.
Il principio guida era la congiuntura internazionale. Se la domanda diminuiva era necessario contrarre i ritmi di estrazione, al fine di evitare crisi di sovrapproduzione. Viceversa nel caso contrario. Con la buona stagione dell'economia internazionale anche i prezzi potevano aumentare, stando attenti tuttavia a non spingerli troppo verso l'alto e per un periodo di tempo troppo prolungato. Questo bilanciamento trovava il suo punto di equilibrio in un prezzo medio pari ai 60-70 dollari al barile.
Che, a sua volta, corrispondeva al costo dell'energia elettrica equivalente prodotta dalle centrali nucleari. Le quali, tuttavia, richiedendo forti investimenti per essere remunerati, avevano bisogno di un margine che solo un prezzo stabilmente superiore a 60-70 dollari per un barile di petrolio poteva loro garantire. In questa logica competitiva il prezzo di equilibrio si stabilizzava intorno a quella cifra, ovvero la media di 68,7 dollari al barile precedentemente citata.
Furono gli incidenti alle centrali nucleari di Chernobyl, ma soprattutto di Fukushima (2011) a cambiarne la logica. Mettendo fuori gioco il nucleare, l'OPEC tornava ad essere titolare di un potere teoricamente senza limiti. A contenerne le pretese contribuì invece soprattutto la crisi del 2008. Che, tra le tante cose, rese anche possibile un mutamento della politica energetica americana. Fortemente osteggiata in precedenza per ragioni ambientali, la produzione dello shale oil, dalle scisti bituminose, prese il volo. Il che consentì agli Stati Uniti di trasformarsi rapidamente nel principale paese esportatore. Per effetto della maggiore offerta di greggio il prezzo del Brent, in soli 6 mesi, scese da 115 a 46 dollari per barile.
In Europa il crollo del nucleare non fu compensato dalla maggior crescita di produzioni alternative o concorrenziali. Anzi, in alcuni casi, come nell'Alto Adriatico, dove sono stimate riserve di gas per 40 miliardi di metri cubi, la produzione a causa di un ipotetico rischio di subsidenza (abbassamento del suolo) è ancora oggi limitata. Mentre la Croazia dallo stesso giacimento estrae gas che le consente di far fronte a circa il 70% del suo fabbisogno energetico.
Il Green Deal senza piano né misura industriale
Non è l'unica incongruenza di un ambientalismo spinto all'estremo. La cui massima espressione si trova forse nella logica, se così si può chiamare, del Green Deal europeo. Correva allora l'anno 2019. L'idea era quella che l'Europa dovesse divenire "il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050". Immemori, tra l'altro, che un obiettivo altrettanto ambizioso, ma destinato ugualmente al fallimento, era stato lanciato con la Strategia di Lisbona (2000), che ambiva a fare dell'Europa "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo". Un successo che, com'è evidente, tutti possono vedere.
Il limite più evidente fu la mancanza di un vero e proprio piano finanziario. Si indicava, a spanne, che il costo dell'intera operazione fosse, in un decennio, pari a circa 1000 miliardi. Troppi, se si guarda alle limitate finanze ordinarie del Bilancio europeo, pari a 1.200 miliardi di euro e a circa l'1% del PIL. Una cifra pari in valore assoluto alla spesa pubblica italiana di un solo anno, 1.153 miliardi nel 2025, ma con un'incidenza sul PIL del 51,5%.
Troppi, quindi, ma, al tempo stesso, troppo pochi. In quelle previsioni non erano contemplati i costi derivanti dalla crisi che quelle direttive avrebbero comportato nel settore dell'automotive, insieme ai tempi di un piano già di per sé eccessivamente sincopato. Limite che ha portato alla completa destrutturazione della industria europea, e soprattutto di quella italiana.
Il limite più profondo, tuttavia, era di natura concettuale. Le scelte di natura economica del settore energetico non possono prescindere da un più generale contesto di mercato. Con il quale devono interagire. Se le risorse sono disponibili, è cosa buona e giusta investire nella difesa dell'ambiente. Ma se sono scarse, oppure le priorità sono altre, è bene disegnare programmi realistici. Invece nella logica dell'ambientalismo estremo, che caratterizza ormai gran parte della cultura di sinistra, l'ecologia ha un valore in sé. Non deve misurarsi con le regole più generali che dominano l'economia. Ma è quest'ultima che deve adattarsi a quell'imperativo categorico. Con quali risultati finali è facile immaginare.
Il sostanziale fallimento del Green Deal, almeno nella sua formulazione originale, si spiega in gran parte così. Ma le stesse contraddizioni fanno capolino nella governance che sovrintende il mercato degli ETS (Emissions Trading System), la tassa sulle emissioni di CO2 di cui l'Italia chiede la temporanea sospensione. Il relativo importo prescinde completamente dalla congiuntura geopolitica. Rimane invariato sia in tempo di pace sia dopo la chiusura dello stretto di Hormuz o di Bab el-Mandab. È inoltre del tutto indipendente dalle variazioni del prezzo del greggio e dei suoi derivati, con effetti random sui più generali equilibri macroeconomici.
Lo shock attuale e le risposte dei governi
Alla luce di queste considerazioni è facile vedere come sull'Europa pesi una difficile eredità fatta di troppi ideologismi, mancanza di visione, scarso contatto con la realtà. Ed ora, come a volte capita, la storia presenta il conto. La crisi che il mondo intero sta vivendo, per effetto delle conseguenze di due guerre simmetriche, in Ucraina ed in Iran, è forse più grave di quella del 1973. In poche settimane, la perdita dell'offerta petrolifera globale è stata tra il 10% e il 17%. A fronte di un meno 5% nei 5 mesi della crisi energetica del 1973. Uno shock esterno che ha una densità doppia rispetto al passato, sebbene la minore intensità energetica dell'economia mondiale, salvo nel campo dei trasporti, ne abbia attenuato la stretta.
Sull'orizzonte, poi, pesa l'ombra della stagflazione. L'aumento dei costi energetici si scarica lungo tutta la catena del valore e porta con sé un simultaneo aumento di inflazione e rallentamento della crescita. L'OCSE stima un aumento dei prezzi particolarmente marcato in India (+1,7%), Stati Uniti (+1,2%) e Cina (+1%), mentre in Europa le principali economie registrano tutte un rallentamento della crescita di circa 0,2 punti di PIL. Uno scenario che riporta in primo piano il rischio di stagflazione e complica anche le prossime mosse di FED e BCE.
Finora i governi hanno cercato di far fronte all'emergenza in vari modi. Trentanove paesi su 53 hanno annunciato tagli fiscali sui carburanti, sussidi e/o voucher, mentre solo 27 su 53 hanno adottato misure per ridurre i consumi. Il problema è che queste misure, pur popolari, tendono a mantenere artificialmente alta la domanda, sostenendo i prezzi e trasferendo risorse verso i paesi produttori di petrolio, anziché verso i propri cittadini.
Non sono mancate, ovviamente, varianti di un certo peso. Gli USA, al netto del rilascio delle riserve strategiche, sinora hanno fatto poco. Più attiva la Corea del Sud con interventi su domanda, offerta e prezzi (inclusa la previsione di un ritorno al carbone e al nucleare). La Cina, invece, si è chiusa vietando le esportazioni di carburanti, senza rinunciare al monitoraggio dei prezzi. In Europa, al contrario, sono risultati dominanti i tagli fiscali. Scelta anche italiana con uno sconto di 0,25 euro al litro su benzina e diesel, misura temporanea ma facilmente prorogabile.
Il carbone come ultima spiaggia e il rischio di un Occidente diviso
Il carbone resta, infine, l'ultima spiaggia. La chiusura di Hormuz implica la perdita di circa il 20% del GNL globale, con effetti immediati soprattutto in Asia. Qui si osserva il ritorno prepotente di quella vecchia materia prima (che già conta per circa il 50% del mix energetico regionale), con diversi paesi che stanno rimuovendo limiti alla produzione. Anche in Europa riemerge la tentazione di riattivare o prolungare l'uso delle centrali a carbone, come accaduto soprattutto in Germania nel 2022. Nel breve periodo, la sicurezza energetica torna così a prevalere sugli obiettivi climatici, mettendone in luce il loro scarso realismo.

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Qui, comunque, il prezzo del gas resta lontano dai picchi raggiunti nel 2022. A fornire un po' di respiro contribuiscono il surplus pre-crisi e il ritorno asiatico al carbone, ma pesa l'impegno assunto nell'abbandonare il gas russo entro il 2027. Le fragilità sono molto differenziate. Germania e Paesi Bassi arrivano a fine inverno con un maggior bisogno nel ricostituire le scorte, mentre l'Italia e il Belgio partono da una posizione relativamente più solida. Il problema è che proprio questi ultimi sono tra i Paesi più esposti al GNL qatarino. Per cui se quei flussi restassero ridotti, potrebbero trovarsi a fronteggiare un ammanco di prodotti superiore al 6% dei relativi consumi.
Questo quindi il quadro di una situazione che potrebbe anche peggiorare, se le due guerre simmetriche dovessero divenire ancora più cruente. Inevitabili le ripercussioni sul quadro politico di tutti i Paesi coinvolti. Con scambi di accuse reciproche e tentativi di sfruttare a proprio vantaggio gli effetti di una crisi che viene da lontano. Ma sarebbe la iattura peggiore, il regalo più bello che si potrebbe fare ai nemici dell'Occidente ovunque essi siano. Tra le due sponde dell'Atlantico o al di là dell'Oceano Pacifico. Per finire di lavorare ancora una volta, come in passato, solo per il Re di Prussia.
Fonti
- Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA)
- OCSE (OECD)
- Columbia University SIPA - Center on Global Energy Policy
- PIIE (Peterson Institute for International Economics)
- CEPR - VoxEU
- World Bank
- OPEC
- U.S. Energy Information Administration (EIA)
- Federal Reserve (Fed)
- Banca Centrale Europea (BCE)
- Commissione europea
- Parlamento europeo
- Bruegel Institute
- IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis)
- Ember
- Atlantic Council
- ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)
- ISTAT
- Banca d'Italia
- Il Sole 24 Ore
© Riproduzione riservata
Autore
Già giornalista economico e alto funzionario della Camera dei deputati, ha diretto Servizio Studi e Bilancio. È stato sottosegretario al MEF, capo dipartimento a Palazzo Chigi e presidente di Enel Stoccaggi. Autore di numerosi saggi.
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