COP30 in Brasile: un'occasione persa
La COP30 non è stata un fallimento, ma nemmeno un successo. L’unanimità sul documento finale salva il multilateralismo, ma certifica ancora una volta l’assenza di una strategia condivisa su decarbonizzazione, adattamento e gestione dei rischi climatici.
La COP30 non è stata né un fallimento né un successo. Se si vuole essere ottimisti, la COP30 è andata meglio del previsto, perché è già un traguardo per il Brasile essere riuscito a concludere con un documento adottato all'unanimità.
Il multilateralismo “ha vinto”, ma manca il piano
Il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha dichiarato:
Il multilateralismo ha vinto. Nell'anno in cui il pianeta ha superato il limite di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, la comunità internazionale si è trovata di fronte a una scelta: continuare o rinunciare. Abbiamo scelto la prima opzione.
Ma proprio perché è vero che la temperatura è superiore al limite di sicurezza di 1,5 °C fissato dall'Accordo di Parigi del 2015, il "Global Mutirão" approvato a Belem certifica – ancora una volta dopo 30 COP – la mancanza di accordo sulle politiche e sulle iniziative globali per affrontare il cambiamento climatico. Ventotto anni dopo l'accordo di Kyoto e dieci anni dopo l'accordo di Parigi, la comunità internazionale non è riuscita a individuare una via da seguire, né per adottare misure efficaci a breve termine per limitare i danni e i costi dei disastri naturali attribuiti al cambiamento climatico, né per ridurre il consumo di combustibili fossili, considerati i principali responsabili delle emissioni di CO2 nel medio-lungo termine.
La roadmap per l'eliminazione graduale dei combustibili fossili
L'obiettivo di ridurre le emissioni e la concentrazione atmosferica di CO2, considerate le principali cause del cambiamento climatico, è uno delle priorità della Convenzione sui cambiamenti climatici adottata a Rio de Janeiro nel 1992. Questo obiettivo è stato confermato dal Protocollo di Kyoto, dall'Accordo di Parigi e successivamente dalla COP28 di Dubai.
Tuttavia, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera ha continuato ad aumentare dal 1992, principalmente a causa dell'aumento delle emissioni derivanti dall'uso di combustibili fossili. L'adozione di una roadmap per la riduzione di queste fonti energetiche non rinnovabili sarebbe stata quindi una conseguenza logica. Ma la distribuzione della crescita dei consumi energetici tra economie e regioni ha rappresentato ancora una volta il principale ostacolo alla roadmap. La crescita della domanda di energia è stata trainata da Cina, India, Indonesia, Sud-est asiatico, Turchia e Medio Oriente. Il trend di crescita è particolarmente significativo per l’India, che sta forzando i tempi per uscire dal sottosviluppo. Anche gli Stati Uniti hanno registrato una crescita rilevante, trainata dalla produzione industriale e dai data center. Analizzando, però, i dati dei consumi energetici delle singole economie, si rileva che - nonostante la sua "leadership" nelle emissioni di CO2 (31,7%) - la Cina ha il primato globale degli investimenti nelle tecnologie energetiche a emissioni zero: sono stati installati in un anno 1.200 gigawatt di energia solare ed eolica e 11 gigawatt di energia nucleare.

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In particolare, tali investimenti (negli ultimi cinque anni) sono cresciuti del 40% su base annua, raggiungendo gli 890 miliardi di dollari nel 2024, con una conseguente diminuzione delle emissioni da parte del Dragone a partire dal 2026. Anche l'India sta vivendo una rapida crescita nel settore delle energie rinnovabili, trainata dall'energia solare ed eolica, ed è diventata il quarto produttore mondiale di energia rinnovabile, rispettando l'impegno assunto alla COP26 di utilizzare il 50% della capacità installata da fonti rinnovabili con cinque anni di anticipo rispetto al previsto: l'India prevede di raggiungere i 500 GW di capacità energetica da combustibili non fossili entro il 2030. Gli USA di Donald Trump, invece, si sono ritirati dalla Convenzione sui Cambiamenti Climatici e dall’Accordo di Parigi, mettendo in discussione il multilateralismo ambientale.
Insomma, è difficile immaginare che la COP30 potesse approvare una road map con impegni prevalenti per le due maggiori economie emergenti già fortemente esposte verso la decarbonizzazione dell’economia, senza la partecipazione degli Stati Uniti.
La decarbonizzazione non impedirà gli effetti del cambiamento climatico
L’aumento della temperatura è attribuito alla crescita della concentrazione in atmosfera dei gas ad effetto serra (CO2 e metano principalmente) provocata prevalentemente dall’impiego dei combustibili fossili. Considerato che i tempi di permanenza in atmosfera di CO2 sono di almeno 100 anni, e 20 quelli del metano, i gas già accumulati sono all’origine della crisi climatica in atto.
Come ricordato nella premessa della Strategia per l’Adattamento e la Resilienza dell’Europa ai Cambiamenti Climatici approvata dal Parlamento Europeo nel 2021, le strategie e le misure per la riduzione delle emissioni non evitano l’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi climatici estremi.
In altre parole, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la protezione dei territori vulnerabili sono una priorità delle politiche ambientali, e avrebbero dovuto essere al centro della COP30. Sembra, invece, che la comunità internazionale consideri i rischi climatici eventi remoti e marginali, una questione non urgente che riguarda principalmente i paesi in via di sviluppo.
I danni e i costi del cambiamento climatico continuano a crescere
I dati di Copernicus rilevano che il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato. Le temperature medie annuali hanno raggiunto il valore più alto mai registrato in Antartide e il secondo più alto nell'Artico. Mentre temperature record sono state osservate anche in diverse altre regioni, come ad esempio nel Pacifico nord-occidentale e sud-occidentale, nell'Atlantico nord-orientale, nell'Europa orientale e nord-occidentale e nell'Asia centrale. Ciò ha contribuito all'aumento di eventi climatici estremi che si verificano in tutti i continenti, come ad esempio il ritiro dei ghiacciai in Antartide e nell’Artico, in Groenlandia, in Scandinavia, nelle Alpi e nell'altopiano del Qinghai-Tibet, il riscaldamento degli oceani con il conseguente degrado degli ecosistemi marini e perdita di biodiversità, i devastanti incendi registrati tra Spagna, Grecia, Turchia, Cipro, Corea sudorientale e California, le forti piogge e le conseguenti inondazioni (anche a causa dello scioglimento dei ghiacciai in Nepal, in Afghanistan e in Pakistan) in tutte le zone del mondo, la siccità in Africa orientale e meridionale, nel Mediterraneo (Spagna, Marocco, Turchia, Italia, Francia), in Europa orientale e settentrionale, nel Sud-est asiatico (India e Thailandia), in Amazzonia (Brasile), in Iran e nel bacino del Tigri-Eufrate e, infine, nel mese di ottobre 2025, l'uragano Melissa sulla Giamaica meridionale ha "accolto" la COP30 di Belem con venti estremi, piogge torrenziali e tempeste potenzialmente letali.
I costi totali sono stati stimati in oltre 2.300 miliardi di dollari, comprese le perdite di vite umane, i danni fisici alle infrastrutture e all'agricoltura, nonché le perdite derivanti dall'interruzione delle attività e l'aumento dei premi assicurativi. Per non parlare dei costi sociali dell'emigrazione dai paesi in via di sviluppo verso gli Stati Uniti, l'Europa e l'Australia, alla quale contribuiscono le conseguenze degli eventi climatici estremi. L'emergenza climatica dovrebbe essere affrontata con misure efficaci e a breve termine.
I dati non lasciano molti margini alla speranza che il cambiamento climatico regredisca per cause ”naturali”. I risultati recenti di programmi internazionali di ricerca suggeriscono di considerare attendibili scenari con effetti globali “devastanti”, tra i quali l’aumento del livello del mare per lo scioglimento nell’Antartide del ghiacciaio di Thwaites - il “Ghiacciaio dell’Apocalisse”, il rallentamento della corrente del golfo (AMOC) con previsioni di eventi estremi e inverni più freddi in Europa e lo scioglimento accelerato dei ghiacciai del Plateu del Tibet - "Water Tower of Asia" capace di minacciare le fonti d'acqua dei fiumi che alimentano vaste aree dell'Asia, con impatti negativi sull'agricoltura e sull'approvvigionamento idrico di miliardi di persone.
Europa: inversione delle priorità e marginalità nel negoziato sul clima
La temperatura media dell’Europa continua a crescere di più rispetto alla temperatura del pianeta. Il freddo intenso e le ondate di gelo di fine 2025 e inizio 2026 non sono in contraddizione con questi dati: l’aumento delle temperature nell’Artico può provocare un anomalo riscaldamento della stratosfera (stratwarming) che indebolisce il vortice polare, con la modifica delle correnti atmosferiche e lo spostamento di masse d'aria gelida verso sud. Insomma, anche le ondate di gelo sono parte degli eventi climatici estremi effetto dell’aumento della temperatura.
In Europa crescono la frequenza e l’intensità degli eventi climatici estremi, con conseguenti costi economici (e sociali) non indifferenti. Mentre il costo medio annuale per abitante in Europa ha raggiunto € 120, in diversi Stati membri UE si sono raggiunti valori record: € 284 in Italia, € 221 in Spagna e € 214 in Ungheria. Considerando il trend attuale dell’aumento della temperatura globale (2-3°C), si può prevedere il raddoppio dei costi annuali entro la prossima decade. In particolare, nel caso in cui non venissero adottate misure di prevenzione dei rischi connessi all’aumento del livello del mare, il costo aggiuntivo annuale a causa delle inondazioni costiere dell’Europa potrebbe aumentare fino a 150 miliardi di dollari. A fronte di questi dati, e nonostante la Strategia per l’Adattamento e la Resilienza dell’Europa ai Cambiamenti Climatici, nel “pacchetto” Green Deal le misure e i finanziamenti per l’adattamento hanno un ruolo marginale rispetto alle misure per la decarbonizzazione che peraltro sono destinate prevalentemente alla importazione dei materiali e delle tecnologie per la riduzione delle emissioni.

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Questo è il paradosso dell’Europa: l’economia più avanzata verso la decarbonizzazione è la meno competitiva nel mercato globale della "carbon neutrality" e la più esposta ai cambiamenti del clima. E' necessario, quindi, invertire le priorità, ovvero investire massicciamente nella protezione dei territori dagli eventi climatici estremi attraverso la ricerca e l'applicazione di soluzioni innovative nell'ingegneria, nell'uso dei materiali e nella gestione delle risorse naturali, rendendo così tutte le infrastrutture (strade, reti energetiche e ferroviarie, idriche, digitali), l'ambiente che ci circonda (coste marine, fiumi, laghi, foreste, ecosistemi naturali delle regioni montuose) e, in generale, i servizi, resilienti al fine di una maggiore sicurezza collettiva e competitività dell’economia europea.
L’Europa può avere un ruolo leader a livello globale, diversamente da quanto avviene per la decarbonizzazione che ci vede importatori netti di materie prime e tecnologie. E questa può essere la strada per superare la marginalità nel negoziato sul clima che abbiamo sperimentato durante la COP30.
Fonti
- MASE – Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
- Corriere della Sera
- ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
- National Geographic
- CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche
- Internazionale
- Camera dei Deputati
- Our World in Data
- L’Opinione
- I-Com – Istituto per la Competitività
- QualEnergia
- EEA – European Environment Agency
- Copernicus – Copernicus Climate Change Service
- Agenda Digitale
- Nature
- Il Sole 24 Ore
- Italia Clima
- Wikipedia
- Commissione Europea
- Enel
© Riproduzione riservata
Autore
Già ministro dell’Ambiente nel governo Monti, ha ricoperto ruoli apicali in ENEA e al Ministero dell’Ambiente. Esperto di clima ed energia, è stato senior research fellow ad Harvard e protagonista delle politiche italiane sullo sviluppo sostenibile.
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