Aldo Moro

Il 16 marzo 1978 taglia in due la storia della Repubblica. Con il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro viene sepolta la visione politica più lungimirante della Prima Repubblica.

Aldo Moro
Indice dei contenuti
Presidente del Consiglio
4 dicembre 1963 – 24 giugno 1968 · 23 novembre 1974 – 29 luglio 1976

Dati biografici

Nascita
Maglie (Lecce)
23 set 1916
Morte
Roma
9 mag 1978
Attività
XX secolo

Attività e professioni

Politico Giurista Docente universitario Ministro Segretario DC

Il 16 marzo 1978 è una data che taglia in due la storia della Repubblica. Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro viene sequestrato da un commando delle Brigate Rosse, che nello stesso frangente trucida i cinque uomini della sua scorta. Con quel rapimento, e con la sua uccisione, cinquantacinque giorni dopo, viene sepolta una delle visioni politiche più lungimiranti della Prima Repubblica.

Moro aveva costruito tutta la sua carriera sull'idea che una democrazia non potesse reggere a lungo escludendo dalla maggioranza le forze che rappresentavano milioni di cittadini. Già nei primi anni Sessanta aveva favorito l'ingresso del PSI nel governo, ritenendo esaurita la fase centrista che aveva governato il paese fin dalle elezioni del 1948. Un decennio dopo, maturò la convinzione che fosse giunto il momento di coinvolgere anche il Partito Comunista, che attraverso il compromesso storico preannunciato da Enrico Berlinguer si dichiarava disponibile a sostenere un esecutivo di emergenza nazionale.

Quella prospettiva era mal digerita non solo dagli ambienti industriali italiani, ma soprattutto dagli alleati occidentali. Il cancelliere socialdemocratico Schmidt e i laburisti britannici si rivelarono, in questo, più inflessibili degli stessi americani. Emblematica, in questo senso, la vicenda del G7 di Porto Rico, dove Moro, allora Presidente del Consiglio, fu esplicitamente escluso da una riunione riservata in cui si discuteva di come impedire l'ingresso del PCI nel governo italiano.

Il suo disegno, tuttavia, non era quello di un'alleanza organica con i comunisti, paragonabile a quella che legava la DC al PSI. Moro immaginava una collaborazione temporanea, funzionale a superare la fase di emergenza, al termine della quale i due partiti si sarebbero ritrovati a capo di schieramenti contrapposti, pronti a misurarsi nelle urne in un sistema bipolare. Era una visione che anticipava di quasi vent'anni la normalizzazione che si sarebbe compiuta solo dopo il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dei partiti storici della Prima Repubblica.

Il rapporto tra Moro e il PCI era tutt'altro che privo di tensioni. Nel febbraio del 1977, accusato dai comunisti di coinvolgimento nello scandalo Lockheed, da cui fu poi prosciolto, mentre i ministri Gui e Tanassi vennero condannati, tenne alla Camera uno dei discorsi più duri della sua carriera, rivendicando con forza la storia della DC e rifiutando di essere processato nelle piazze. Una difesa appassionata delle istituzioni, che rivelava quanto la collaborazione con il PCI fosse per lui una scelta tattica consapevole, non una resa.

Giulio Andreotti, indicato dallo stesso Moro alla guida di quei governi proprio per la sua vicinanza agli ambienti americani e alla destra democristiana, finì per costruire un rapporto diretto con i comunisti che li sostennero dall'esterno, salvo poi logorarne il consenso attraverso scelte di impianto conservatore. Fu quella contraddizione a spingere il PCI a sfiduciare il governo Andreotti nel 1979, innescando un declino elettorale che non si sarebbe mai arrestato.

Sul piano della politica estera, Moro aveva già dimostrato una capacità di autonomia che non era priva di attrito con gli alleati atlantici. Il cosiddetto lodo Moro, l'accordo che garantiva all'OLP la possibilità di transitare per l'Italia in cambio della rinuncia ad attacchi sul territorio nazionale, fu stipulato dopo la strage all'aeroporto di Fiumicino del 1973 e rappresentò un caso emblematico di quella visione mediterranea e terzomondista che distingueva la sua politica estera dalla linea filo-americana della maggioranza del suo stesso partito.

Formatosi nella tradizione del cattolicesimo progressista di ispirazione maritainiana, Moro guardava ai cambiamenti della società italiana, l'emancipazione femminile, la vittoria del no all'abrogazione del divorzio nel 1974, le tensioni giovanili del decennio, come a segnali che richiedevano una risposta politica inclusiva. Riteneva che il PCI potesse intercettare quell'Italia in trasformazione, più urbana e laica, mentre la DC avrebbe continuato a rappresentare il paese moderato, di provincia, ancorato ai valori cristiani. Un equilibrio dinamico, non uno scontro frontale.

Dal "carcere del popolo" in cui le Brigate Rosse lo tennero prigioniero, Moro scrisse lettere in cui colpì con lucidità il proprio partito, accusandolo di averlo abbandonato, e criticò implicitamente il PCI per la fermezza con cui si era opposto a qualsiasi trattativa.


Aldo Moro resta la figura più incompiuta della Prima Repubblica. Aveva costruito una strategia paziente, fatta di aperture graduali e mediazioni difficili, convinto che la democrazia italiana dovesse allargare i propri confini per sopravvivere. Quella convinzione gli costò l'isolamento degli alleati, le diffidenze interne al suo stesso partito, e infine la vita. È ricordato come l'artefice del centrosinistra e dell'apertura al PCI, ma soprattutto come un uomo che aveva visto più lontano dei suoi tempi.

Fonti

  1. Wikipedia
  2. Treccani
  3. Strisciarossa
  4. Il Sole 24 Ore
  5. Maremosso - La strage dimenticata di Fiumicino
  6. Novecento.org

© Riproduzione riservata

Autore

Carlo Cotticelli
Carlo Cotticelli

Nato a Piano di Sorrento nel 1970, laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali. Storico e divulgatore, ha insegnato e collaborato con diverse testate. È portavoce della Fondazione Matteotti e attivo in associazioni culturali.

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