Accanto a mio figlio, ma sola: ripensare il rooming-in ospedaliero

Il rooming-in nasce per favorire il legame madre-neonato, ma senza un adeguato supporto rischia di trasformarsi in un’esperienza di solitudine e stress. Ripensarlo in chiave più umana è oggi una necessità.

Illustrazione in stile china e acquerello di una stanza d’ospedale: una madre è a letto con il neonato accanto.
Rooming-in in ospedale: vicinanza continua tra madre e neonato, tra intimità, stanchezza e bisogno di supporto.
Indice dei contenuti

La maternità è un’esperienza profonda, ma l’organizzazione ospedaliera può trasformarla in un percorso solitario. Il rooming-in, pensato per rafforzare il legame madre-bambino, mostra limiti quando manca un supporto reale e continuo.


Il rooming-in: obiettivi e principi

Tra le pratiche adottate per favorire il legame tra madre e neonato, il rooming-in è stato introdotto con l’intento di incoraggiare la vicinanza costante, promuovendo l’allattamento al seno e facilitando l’instaurarsi di un rapporto affettivo. Tuttavia, molte madri si trovano a vivere questa esperienza non come un’opportunità di crescita, ma come una sfida da affrontare in solitudine.

Secondo la Dichiarazione congiunta OMS/UNICEF sul baby-friendly hospital initiative, il rooming-in prevede che madre e bambino restino insieme 24 ore su 24 durante la degenza ospedaliera. L’idea di fondo vuole che questo modello favorisca il benessere del neonato e la sicurezza della madre, rendendola gradualmente autonoma nella gestione del piccolo.

Le criticità nella pratica quotidiana

Tuttavia, nella realtà quotidiana, la pratica si scontra con diverse criticità: la carenza di personale, la stanchezza post-parto e la mancanza di un adeguato supporto, trasformano spesso il rooming-in in una prova estenuante per le neomamme. Quello che dovrebbe essere un periodo di conoscenza reciproca e di costruzione del legame affettivo diventa, per molte donne, una fonte di stress con correlato senso di abbandono. In alcuni casi, il rooming-in è stato introdotto più come necessità organizzativa che come scelta consapevole per il benessere materno-infantile.

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Senza personale e supporto adeguati, il rooming-in rischia di diventare una scelta organizzativa che pesa sulle madri invece di sostenerle.

Le madri vengono lasciate sole con i loro neonati, senza un supporto costante, con l’aspettativa implicita che “ce la debbano fare da sole”. Questo atteggiamento non solo ignora la vulnerabilità fisica ed emotiva della madre nelle prime ore e giorni dopo il parto, ma rischia di compromettere l’esperienza della maternità, trasformando un momento di gioia in una prova di resistenza.

I modelli internazionali: quando il supporto funziona

Affinché il rooming-in sia realmente efficace, è necessario un approccio più umano e consapevole, che tenga conto delle reali esigenze delle madri. Alcuni modelli internazionali offrono spunti interessanti.

In Svezia, il personale sanitario è formato per fornire un supporto non solo pratico, ma anche emotivo, accompagnando le madri passo dopo passo nel loro percorso di adattamento. In Danimarca, le strutture ospedaliere garantiscono stanze familiari, permettendo ai partner di essere sempre presenti e fornire un aiuto concreto. Modelli più flessibili, come quelli adottati in Canada, offrono alle madri la possibilità di scegliere un rooming-in parziale, consentendo loro di prendersi del tempo per recuperare le energie senza sensi di colpa.

Il coinvolgimento attivo dei partner o dei familiari è una pratica adottata anche in Australia, dove il programma Family-Centered Care incoraggia la presenza del partner con percorsi di formazione dedicati.

Le prospettive italiane e la necessità di un cambio di paradigma

Anche l’Italia sta cercando di migliorare questa pratica attraverso iniziative come il Rooming-in 2.0, proposto dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN) che punta su un’assistenza più personalizzata e discreta, capace di bilanciare autonomia materna e necessità di supporto.

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Il rooming-in funziona solo se accompagna l’autonomia materna con una rete reale di cura, presenza e ascolto.

Iniziative simili, come le visite domiciliari post-parto adottate nei Paesi Bassi, dimostrano che offrire continuità di supporto dopo la dimissione ospedaliera può aiutare le madri a sentirsi meno sole e più sicure nella cura del neonato. Ripensare il rooming-in significa ascoltare le esperienze delle madri, riconoscere le loro difficoltà e offrire soluzioni concrete che permettano loro di vivere con serenità e consapevolezza questo delicato momento della loro vita.

Fonti

  1. Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
  2. UNICEF
  3. Società Italiana di Neonatologia (SIN)
  4. Ministero della Salute
  5. Health Australia

Autore

Giovanni Faverin
Giovanni Faverin

Presidente e Consigliere CDA di SHR Italia, già Consigliere del Ministro per la Pubblica Amministrazione nel Governo Draghi con delega alle relazioni sindacali. Ex Segretario nazionale CISL Funzione Pubblica e Segretario generale CISL Padova.

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